La Truebrica del fantino Recensioni

Forging The Elegy Of The Thousand Lakes – Specialone sugli Amorphis ! (parte 2)

 
CAPITOLO 3
Potrei sbagliarmi ma a me gli Amorphis hanno sempre dato l’idea di cantare la loro terra. Non intendo dire che siano folk, ma panici. Più folkloristici che folk, per chi coglie la sottigliezza e con questo non intendo sminuirli, sia chiaro. Al contrario, li esalto.
Il cantautore folk canta i piccoli aneddoti del popolino di provincia. Gli Amorphis cantano una terra vecchia come il mondo e le sue storie. La cosa è vera soprattutto oggi che hanno smesso di ricercare e si sono consolidati in una forma che, in qualche modo, racchiude in miracoloso equilibrio tutti i vari cambiamenti del passato. Gli Amorphis cominciarono imitando i Paradise Lost, si cimentarono nel progressive, lasciandosi influenzare non solo dalle band britanniche ma anche da realtà finniche sconosciute come Wigwam, Tasavallan Presidentti e Hednigarna: (questi ultimi sommariamente, i Dead Can Dance in chiave finnica). Hanno strizzato l’occhio alle istanze più immediate del revival stoner seventies e pasticciato la loro musica, con lo stesso candore dei bambini che giocano alle costruzioni Lego.E, proprio come quei bimbi, sono riusciti a concretizzare progetti che un architetto di grido può soltanto sognarsi.
Insomma, tutto questo sfarfallio tra un genere e l’altro, incanalato in un percorso evolutivo attendibile e coerente (almeno fino alla frattura Am Universum/Far From The Sun) ha raggiunto oggi il porto della maturazione definitiva e permesso alla band finnisca di usare tutto quello che hanno imparato in passato, senza più cambiare granché. Hanno trovato la loro forma e, pur giocando ancora con le note, non si perdono dietro strambi sperimentalismi o pericolose escursioni.
D’altra parte sono finlandesi. E i finlandesi sono gente tranquillissima ma molto presa da quello che fa, nordicamente pragmatici ma anche pronti alla battuta sarcastica.
I finlandesi sono nordici atipici, hanno sangue ungherese. Sono i primi a sottovalutarsi, quindi non rosicano mai. Anzi, si stupiscono sinceramente quando gli dici che sono dei gran fighi (o delle gran fighe, come se ne trovano a tonnellate da quelle parti).
In Finlandia non c’è una montagna fino all’estremo confine settentrionale. Un uomo deve sentirsi profondamente solo e vulnerabile in quella terra spianata, scolpita dai ghiacchi millenari. E la gente è così: sorridente, educata, naturalmente modesta, priva di grandi slanci emotivi, riservata all’eccesso. Interiorizza tutte le emozioni come dentro uno scrigno privato. Se uno scrittore dovesse descrivere, anche per metafore, quelle terre verdeggianti, quelle foreste infinite, i laghi che sembrano stare lì fin dall’inizio dei tempi, paradossalmente non potrebbe esserci altro modo che rimanere semplice, sanguigno, addirittura rustico. Perché ricamarci sopra sarebbe un’affettazione, un abbellimento superfluo, uno snaturare la natura. Per capire e apprezzare fino in fondo la musica degli Amorphis bisogna prima capire il luogo a cui è indirizzata e da cui trae nutrimento. Ecco perché un metallonzo di Tor Vergata ha serie difficoltà a tenerli in considerazione.
La band condivide un po’ lo stesso destino dei Virgin Steele del periodo 1996-2002. Praticamente durante la loro seconda giovinezza, in cui creavano cose ancora più complesse e interessanti che agli esordi, la gente non badava a loro. Tutti continuavano a parlare di Noble Savage e snobbare Invictus o i due Marriage, obiettivamente superiori sotto ogni punto di vista. Così avviene per gli Amorphis. Dal 2006 a oggi, escludendo la leggera flessione di The Beginning Of Time hanno inanellato una serie di album portentosi e incredibilmente belli, ma se ne parli con un metallaro qualunque, questo ti dice: “Ah sì, Tales From A Thousand Lake era un capolavoro. Esistono ancora?”
Certo che esistono e sono grandiosi. In gran parte il merito è di Tomi Joutsen, uno sconosciuto che, quando entrò nella band per l’album Eclipse, fu salutato come un frontman discreto, con questi lunghi dread da rastamanno in apparente contrasto con l’immagine della band. Ma qual era lo stile degli Amorphis nel 2006? Cosa poteva aspettarsi da loro il popolo metal? Io quando misi nel lettore Eclipse rimasi stupito per la freschezza delle composizioni e per l’innegabile impronta metallica. Ero rimasto ad un gruppo orientato sul rock, perso nei meandri della sperimentazione e invece i riff erano tornati grassi, le melodie epiche, le ritmiche giungiose.
Era l’ennesima rivoluzione, il solito voltafaccia? No, soltanto l’inizio di un lunghissimo disco unico che ancora oggi la band non ha finito di scrivere. Silent Waters, Skyforger e The Beginning Of Times rappresentano una specie di unicum a puntate di quel benedetto librone che è impossibile tener fuori dai nostri zebedei: il Kalevala. Non c’è intervista agli Amorphis o recensione in cui non se ne parli. È il libro che raccoglie tutte le poetiche, le credenze e le leggende tradizionali del popolo nomade che, dalla Carelia, si stabilì nella terra dei mille laghi e sostanzialmente rappresenta per i finlandesi quello che per noi può diventare un ipotetico mix tra l’epopea greco/romana, la Bibbia ed un pizzico del Signore degli Anelli (ironia, please).
Il gruppo non ha fatto altro dall’inizio che attingere ai testi di questo volume, sia che vomitasse growling su chitarre accordate in SI, sia nella fase stoner/prog/rock in cui si stavano perdendo. Sulle prime sembrava difficile associare alcune delle incarnazioni della band all’epica, all’antichità, ma oggi non è più così. Ascoltare i brani di questi album recenti è come sprofondare nella terra umida e brulicante di un’epoca senza tempo, dove Dei e uomini plasmavano il mondo anche a costo d’infettarlo con liquame non esattamente di origine vulcanica.
Eclipse resta un disco bellissimo, ma per forza di cose risulta minore rispetto ai successivi, soprattutto perché l’urto del cambio di vocalist non è stato ancora assorbito appieno, sebbene House Of Sleep sia un classico assoluto che ancora oggi chiude regolarmente i concerti degli Amorphis.
Silent Waters (2007) è molto più compatto e intenso, ma a parte qualche episodio (Towards And Against, Black River, la title track) forse gli mancano i singoli, quei pezzi che ti s’incollano al cervello per enfasi o ruffianeria, fate voi. Qualitativamente siamo quasi all’altezza di Skyforger (2009) che è il capolavoro assoluto della seconda era. Non c’è una frazione di secondo che non sia assolutamente perfetta. A sentire il fan tipico degli Amorphis, solitamente Silent Waters è ritenuto superiore a Skyforger. Io la penso diversamente, su questo album ci sono almeno cinque o sei brani mostruosi ed irripetibili. Sampo ti catapulta in un altroquando guerresco solo per finirvi smembrato, Sky Is Mine ti trasporta verso un cielo plumbeo ed affamato di spiriti inquieti, Majestic Beast ti stritola tra le grinfie incandescenti uccidendoti un poco alla volta, mentre Highest Star è il paradiso perduto dove uomini soli planano nei vecchi e dolorosi ricordi di vite lontanissime. From The Heaven Of My Heart, infine, ridefinisce semplicemente il concetto di ballata epica.
Difficile fare meglio e infatti, dopo aver toccato l’apice, inevitabilmente si scende; appresso al sogno ci si risveglia e quello che vediamo è una sottile coltre di rimpianti. The Beginning Of Time (2011) è il primo album leggermente stanco, ma più a livello di output che a livello di input, nel senso che ci sono molte composizioni eccellenti (My Enemy, Mermaid, You I Need), ma la band finisce per ripetersi un po’ sotto il profilo della produzione e degli arrangiamenti. L’educatissimo Tomi, quando lo intervistai e gli esposi le mie perplessità in proposito, ovviamente rispose che non era affatto d’accordo, salvo poi ripetere due anni dopo le mie stesse parole per esaltare il bellissimo Circle. TBOT è sinceramente un po’ affaticato, irrisolto, ristagnante ma con dei singoli spaventosi, un disco di alti-alti e bassi-bassi insomma.
Ci vorrà Peter Tagtgren per salvarli dal tracollo e portarli letteralmente a un livello superiore, esaltando ogni loro caratteristica oltre i propri limiti. Quello che dev’essere pesante in Circle (2013) ti sfrittella come una schiacciasassi, quello che dev’essere melodico ti fa levitare fuori dalla finestra. Poi ovviamente il pezzo migliore presenta entrambe le caratteristiche: s’intitola Nightbird’s Song ed è la roba più magnificente che abbia ascoltato in 37 anni suonati. Joutsen passa da una strofa in scream/black ad un’altra in growl/death, un’altra ancora in cantato pulito, il bridge sempre pulito in crescendo e il ritornello… DI NUOVO IN SCREAM BLACK! E poi riparte il riffone portante mediorientale con doppia cassa tampinata dal lavoro ai tom: una tromba d’aria infuocata che spicca sugli altri episodi, sempre e comunque di altissima qualità. Gli episodi più melodici sono meraviglie liriche come il singolo Hopeless Day, impossibile jam session tra gli Anathema di Judgment sotto metanfetamine ed i Sentenced del loro indimenticabile disco di commiato. Pezzi heavy come Shades Of Gray sono invece straordinariamente cattivi e feroci, tipo una Majestic Beast suddivisa nei suoi elementi basilari e poi moltiplicata per mille.
E mentre succedono tutte queste belle cose nei dischi degli Amorphis, i metallari nostrani ed esteri si accapigliano attorno all’ennesimo album dei Megadeth o dei Black Sabbath, disertano i concerti appena al di sotto dell’asticella mainstream e si lagnano che non esca mai roba interessante da ascoltare. Alla fine di questa lunga tirata in favore della band, spero che alcuni di voi si decidano ad ascoltare almeno Skyforger, sebbene tutti i loro album recenti siano altrettanto vitali e creativi, pur non raggiungendo le medesime vette espressive ed evolutive. Magari adesso che restano quasi sempre uguali a loro stessi, qualcuno si lagnerà che gli Amorphis non cambiano più, mentre prima la classica lamentela era che lo facevano fin troppo! Oggi però sperimentare forzatamente avrebbe ancora meno senso che fermarsi e perfezionarsi. Ed è un dato di fatto che la band di Esa Holpainen, pur cristallizzando lo stile, non è mai stata ripetitiva. Forse è uno di quei paradossi tipicamente finnici, ma tant’è. In effetti, una grossa pecca di alcune band finlandesi, a prescindere dal genere suonato, è sempre stata quella di raggiungere un trademark personale e clonarlo senza soluzione di continuità. Gli Stratovarius di Timo Tolkki sono stati la sublimazione di questo concetto, anche gli stessi HIM e 69 Eyes ci sono cascati. Per una band totale come gli Amorphis questo discorso non vale. Chissà, forse se avessero potuto scegliersi un pubblico più ricettivo, oggi venderebbero dieci volte tanto gli ultimi Maiden. Con la fondamentale differenza che loro se lo meriterebbero.
(Emanuele Biani, Francesco Ceccamea)

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