Editoriali Pascolando

SPECIALE DEEP SPACE METAL! QUANDO LO SPAZIO SI FA HEAVY! (a cura del dottor Benbow)

Ci sono dischi che equivalgono ad un biglietto di sola andata sulla USS Enterprise per “esplorare nuovi mondi, alla ricerca di nuove forme di vita e di nuove civiltà, per arrivare là dove nessuno è mai giunto prima”, da qualche parte nello Spazio: ultima frontiera.

Vi starete già sintonizzando sugli Hawkwind, o sui concept di Lucassen e dei suoi Ayreon, i più raffinati avranno pensato ai bellissimi dischi, solisti e non, di Simon House (High Tide); beh certo, anche quelli non sono trascurabili, però intendevo album che, più che appartenere al filone codificato come “space rock” (che in genere tende fisiologicamente a sconfinare nel progressive), sono radicati soprattutto a livello di liriche e atmosfere nel grande cosmo stellato.

“Ah, allora questo qua sta parlando dei Voivod, garantito!” – chiaro che i canadesi siano imprescindibili per chi affronta viaggi spaziali, e mentirei se dicessi che molti loro album non hanno popolato le mie giornate più e più volte, però ho in mente dei nomi precisi, titoli specifici, quelli di cui vi voglio parlare.

Per dire, nel 1989 i Sacrilege di Turn Back Trilobite se ne escono a sorpresa con un album che non ti saresti aspettato da una band tutta Slayer e Discharge. Partiti dal punk questi inglesi finiscono con l’approdare ad un sound che mischia thrash, doom e prog. La resa strumentale delle canzoni permane un po’ “legnosa”, ma è proprio questa caratteristica, unita alla cornice spaziale conferita al disco, che rende Turn Back Trilobite un album speciale, diverso non solo dai precedenti del gruppo ma anche dal panorama coevo. Alle vocals c’è la battagliera Tam Hamilton, altra peculiarità di un album che lì per lì sembra proprio la scelta sbagliata di una band sbagliata, tanto è “avanti” per i fans; ma del resto i Sacrilege sono figli di Birmingham, nota patria di gente spostata e con dei buchi neri nel cervello.

Sempre dell’89 è pure Universe dei Dead Brain Cells (D.B.C.), canadesi come i fratelli maggiori Voivod che, per carità, già dall’87 con Killing Technology vagheggiavano di astronavi spaziali, galassie minacciose e raggi ultravioletti. Con i Voivod i D.B.C. condividono retaggi hardcoreggianti; Universe però è un disco che da solo riesce a eguagliare (se non spingersi oltre) il traguardo raggiunto da Piggy e compagni con Nothingface. Thrasharolo, psichedelico, onirico, tecnico, avanguardistico (stupefacenti le linee vocali “narrative”), un album che ad ogni ascolto non finisce mai di stupirmi.

L’anno dopo escono due lavori totali, ultimativi, definitivi, forse l’apice del cosiddetto Space Metal (così per come lo intendo io): The Key dei Nocturnus e From This Day Forward degli Obliveon. I Nocturnus creano qualcosa di nuovo; una locuzione troppo spesso abusata e quasi mai vera, ma i floridiani se la meritano tutta. Le tastiere nel death metal erano come i Gwar a La Scala, la nemesi della violenza omicida che il death “doveva” incarnare ed esprimere. Oggi pare l’ABC del genere, ma nell’90 potevano prendervi a sassate per il solo associare i termini “keyboards” e “death metal” nella stessa frase. I Nocturnus, di chiara filiazione Morbid Angel, esibivano un bagaglio tecnico mostruoso, e lo condivano con un uso delle tastiere direttamente debitore dei b-movies alla Ed Wood. Nessuna magniloquenza alla Dimmu Borgir, le key dei Nocturnus sono minimaliste, tremolanti, pervasive, roba da fantascienza anni ’50, eppure il fascino emenato da un album come The Key (bissato poi dall’altrettanto splendido Thresholds) non conosce eguali. Siamo nel 2013 ed un album dirompente come fu The Key nel’90 devo ancora sentirlo. Il concentrato di genialità insito nel quintetto di Tampa Bay era talmente esplosivo ed incontenibile che infatti finì col minare le fondamenta stesse della band, facendola bruciare in un lasso di tempo relativamente breve.

Gli Obliveon invece venivano ancora una volta dal Canada e con il loro debut tradivano più di un’influenza derivante dai Sepultura. Il thrash carioca di album come Schizophrenia e Beneath The Remains veniva però destrutturato e sublimato in modo più aristocratico ed intellettuale, senza per questo perdere in aggressività e ruvidezza. I testi di From This Day Forward sono bellissimi, letterari; continui cambi di tempo, arrangiamenti maestosi, arzigogoli ritmici, atmosfere emozionanti e cinematografiche, una imprevedibilità sorprendente, i solchi di From This Day Forward non risparmiano il batticuore. Nonostante il leader della band si chiamasse Picard però (come il comandante di Star Trek – The Next Generation), il futuro non arrise agli Obliveon. Il grosso successo non è mai arrivato, pur con album  sempre validi all’attivo (anche se, a partire da Nemesis, il tiro del sound dei canadesi si spostò progressivamente verso nuove realtà emergenti del metal, come Pantera, Meshuggah e Fear Factory).

Gli Agent Steel erano ufologi provetti sin dal 1985, tuttavia è dal loro comeback album Omega Conspiracy in poi (1999) che contribuirono più solidamente a dare una marcia in più al mio piccolo scaffale di Space Metal Operas. L’uno-due Omega Conspiracy/Order Of The Illuminati si proponeva come una specie di compendio di X-Files, con i Grigi, i Man in Black, le dietrologie complottare e tutto il circo “new world order”. Meno funambolici e creativi dei gruppi citati sin qui, gli Agent Steel proponevano il loro granitico speed/thrash metal fatto di mazzate e grandi momenti vocali ad opera dell’ugola pazza Bruce Hall, a metà tra un invasato ed un castrato. La perfetta colonna sonora di un film come Bagliori Nel Buio, altro che E.T….

Nel ’99 arriva pure Eternal dei Samael, band svizzera che andava evolvendo, disco dopo disco, da lidi ultra satanic black a nuove cosmogonie psichedeliche. Prova ne sia un disco come Eternal, che in un pezzo come Together, emblematico di tutti i 47 minuti di durata, riesce a fondere l’improbabile, come se i Voivod facessero una jam session con i Rockets. Un album fatto di ammassi stellari solenni, incommensurabili, infiniti, quasi mistici. Un lavoro decisamente avantgarde come architettura e trama musicale.

La rassegna potrebbe per il momento chiudersi con l’unico colpo messo a segno dai bizzosi Asterius (tedeschi), con A Moment Of Singularity nel 2003, un album misterioso ed esoterico, disseminato di criptici riferimenti astrologici. Aggressivo, intricato ma anche capace di risalite vorticose dal black metal ad epiche melodie affatto scontate. Uno dei suoi pezzi tratta del Multiverso, decisamente una metafora calzante della musica pulsante ed inafferrabile degli Asterius; peccato che neanche la label della band abbia più saputo in quale altra dimensione gravitazionale siano stati risucchiati i componenti della band, letteralmente smaterializzatisi nel nulla.

(Marco Benbow)

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