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Alcest – Shelter (Prophecy, 2014)

Il nuovo Alcest si apre su un paio d’ali (Wings) tradotte musicalmente in un minuto e mezzo strumentale con un coro di bambini castrati o qualcosa di simile. La retorica dell’epifania poppeggiante, quando si schiudono gli spazi degli accordi maggiori e una chitarra effettata in chissà quale intruglio di pedali, cavalca verso lidi rassicuranti della commozione positiva, incoraggiante. Siamo stati tanto tristi ma in fondo la vita non è male: c’è sempre l’oceano, la pesca, il tramonto di fine estate…

è in fondo questo il grosso difetto di Shelter. Si tratta di un disco che si sente bello e che non sorprende mai. Un esercizio d’autore, dove gli arrangiamenti, gli arpeggi, le escursioni elettriche e la flebile voce shoegaze sospirosa di Neige confluiscono in una serie di concetti artistici degni del peggior cantautorame alternativo: in fondo è bello il mare, la notte, le pareti stellate di un rifugio dove il male non possa raggiungerci… ma non dovevano mica dircelo gli Alcest bastava Nino D’Angelo dei tempi migliori.

La sola cosa davvero interessante sulla carta, era che la band francese si fosse affidata alle cure di Birgir Jón Birgisson, produttore dei Sigur Rós, registrando negli studi dove anche loro hanno inciso i propri dischi, ma per quanto l’album sia ricco di momenti interessanti, come la rachitica La nuit marce avec moi, Voix Sereines e la terminale in tutti i sensi Deliverance, è un lavoro che non rischia mai, tergiversando con una terminologia pop rock di sicuro effetto. Non c’è una scelta, negli arrangiamenti o sul piano della scrittura, che sia audace o anche solo eroicamente brutta. Gli Alcest potrebbero e dovrebbero osare perché hanno una specie di licenza che pubblico e critica riconoscono loro, sono tra quei gruppi a cui si può concedere di inventare e quindi sbagliare. Loro e tutta la progenie post black di cui il metallaro intransigente continua a occuparsi anche se col genere non hanno mai avuto davvero a che fare nulla (se non da un punto di vista concettuale della rottura, l’estremismo, l’underground come ideologia a cui aspirare e non un ghetto da cui fuggire) sono una specie di enorme laboratorio artistico libero in cui il metal è materia da sconvolgere e stuprare senza remore.

Il disco ricorda certe atmosfere alla Ahab, ma ha l’atteggiamento molto fastidioso dei francesi: ogni cosa facciano pensano di essere sempre i primi o almeno di farlo in modo speciale per il semplice fatto di degnarsi di cimentarvisi.

Guarda che questo arpeggio è dei Led Zeppelin e l’ha già ripassato in padella Neil Young.

Ma chesche tiu dì? Cet arpegie il n’è pas de Jean La Page! Se nus!

Parliamo chiaro, ci sono momenti che sembra di ascoltare i King Of Convenience in salsa arena rock e più di un’opera artistica intransigente, schietta e viscerale è la stessa zuppa dei Queensryche post De Garmo, vale a dire una musica popolare scorreggiona quanto tutte le altre ma con la puzza sotto al naso intasato di narcisismo mucotico: vedi il brano Shelter.

Tolti questi piccoli appunti, bisogna riconoscere però che Deliverance sia un capolavoro e che lasci in bocca un sapore gustoso e illusorio, fino a far pensare che in fondo l’album non possa essere così male, anzi. Che poi è vero, per carità, in fin dei conti è discreto, ma poteva essere molto di più, cazzarola!

Deliverance inizia con un arpeggio alla Division Bell dei Pink Floyd, avanza con il passo tribale della morte nella giungla mentre sopra i tamburoni e le tastierine, la vocina di Neige si concede qualche arabesco sciamanico. Il brano è come diviso in blocchi, con un inizio abbastanza convenzionale, una parentesi che pare la colonna sonora di una commedia romantica di Takeshi Kitano e l’esplosione boleriana conclusiva (una melodia che gira a spirale fino a spingerci fuori dalla finestra convinti che non esista cosa migliore di morire provando a volare). Cori angelici costringono il cuore irritato da tanta spocchia a cedere gli ultimi sei minuti dell’album a un tripudio partenopeo di grande commozione. In questi sei minuti vi avvertiamo che morirà qualcuno di molto caro nella vostra vita, lo vedrete scivolar via dalle vostre dita impotenti, come sabbia freddissima che sprofonda in un malestrom nel deserto ai vostri piedi. Il sole accecante chiuderà i vostri occhi, le lacrime sulle guance sfrigoleranno via come olio per la frittura e consumerete il lutto in un silenzio soffocante.

(Francesco Staffori)

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