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Dylan Dog Classic: Il numero 5 – Gli Uccisori

gli uccisori

Curioso che Recchioni, nell’intervista rilasciata a Repubblica.it, in occasione dell’imminente nuovo corso di Dylan Dog sotto la sua direzione, abbia citato l’albo proprio l’albo di cui mi accingo a parlare. Gli Uccisore, il numero 5, è sempre stato tra i miei preferiti, quando avevo dodici, tredici anni. Lui ne parla a proposito del finale, prendendo a esempio la strage impunita che l’indagatore compie ai danni di un’intero consiglio d’amministrazione di una società import/export chiamata Carter Inc. Questo per dire che all’inizio Dylan non era il bacchettone fratello maggiore dei giovani lettori di fine anni 80 ma un eroe anticonvenzionale pronto a risolvere le cose secondo un proprio codice morale, che solo cento numeri e i record di vendita più tardi (superiori persino a Tex) gli sceneggiatori avrebbero adeguato al catechismo di Madre Brambilla.

Dylan uccide i cattivi e non solo. Il fumetto numero 5 presenta tra le numerose vittime ben quattro bambini, di cui uno ancora nella culla.

Ora, non voglio fare la tirata nostalgica su quanto era più fico Dylan Dog all’inizio rispetto agli anni del dopo successo. Quello che ribadisco assieme allo stesso Recchioni è che era un fumetto più rischioso, imprevedibile e soprattutto nuovo. Purtroppo ho il sospetto che molti dei discorsi fatti dal nuovo “papà” di Dylan (che onestamente mi hanno entusiasmato) vadano però a infognarsi nella stessa palude in cui praticamente tutte le principali forme d’arte pop si sono infilate, un recupero della filosofia iniziale, nella speranza che il fumetto di Sclavi torni fresco e audace come negli anni 80.

Ecco, questo è sconsigliabile. Sarebbe l’ennesima parodia di un tempo ormai lontano e irripetibile. Da lettore recuperato (almeno per il primo numero del nuovo corso) spero che Dylan sia nuovo nuovo e non un’imitazione della novità che fu, riprendendo alcuni elementi perduti con gli anni: l’anticonvenzionalità, lo splatter, i finali negativi, gli sviluppi esistenziali del personaggio, le nuove e “clamorose” morti e soprattutto un riavvicinamento alla realtà vera di Londra e del mondo, cosa che soprattutto dopo il numero 200 era diventata impensabile, relegando Dylan in una bolla di vetro anni 80/90 in cui praticamente quasi sembrava che neanche ci fosse stata roba tipo l’11 Settembre.

Vediamo e speriamo. Leggeremo e ne parleremo su Sdangher! Intanto però chiudiamola qui con i dubbi e proseguiamo la passeggiata alla ricerca del Dylan perduto.

Gli Uccisori è uno degli albi che da ragazzino preferivo perché assai movimentato, pieno di omicidi e soprattutto ai tempi in cui lo leggevo e rileggevo non avevo ancora scovato e fruito le fonti originali. La storia si basa su uno spunto interessante ma segue le coordinate del Romeriano, La città verrà distrutta all’alba, film citato esplicitamente nella scena della nonna assassina con ferro da calza, mentre l’idea che mescola alchimia (con la citazione intrigante del Mutus Liber) e scienza è una delle più brillante, ma non mi sento di riconoscerla come un merito di Sclavi, visto che potrebbe essere l’ennesima citazione ripresa da qualche romanzo o film. In ogni caso elogio l’assemblamento.

La rivelazione finale conduce ancora a Xabaras, padre/nemesi di Dylan Dog e fin troppo ricorrente nei primi dieci numeri (ci sarà il suo zampino anche dietro il villaggio de La zona del crepuscolo), ma dietro c’è un discorso di politica sociale nazista applicabile alla situazione odierna e che recupera il vecchio Thomas De Quincey e tutta la letteratura e cinematografia del vantaggio ecologico e soprattutto economico delle guerre, le stragi, le epidemie. Per risollevare le sorti del paese occorrerebbe una guerra, perché quindi non scatenarne una e godere poi degli immancabili benefici successivi?

Il cinismo che pervade l’intero episodio è quello di Sclavi, il quale si esprime in modo spregiudicato anche sulla politica di comodo dei giornali, pronti a dar risalto a un fattaccio di cronaca nera giusto per coprire l’assenza di notizie più importanti. Oggi che ognuno di noi conta almeno una decina di dietrologi convinti ogni cento contatti facebook sembra un discorso da bambino delle elementari però negli anni 80 non credo ci sia stato in Italia un fumetto così audace da dire cose tanto impopolari: i politici sarebbero capaci di ucciderci tutti per i loro interessi e i quotidiani parlano di tragedie inventando sopra teorie assurde al solo scopo di avvincere i lettori e vendere copie.

Dylan in tutto questo si pone come un vero eroe fuorilegge degli anni 80, fa giustizia da sé, risolve tutto da solo in barba a Scotland Yard e va a letto con la prima bonazza che gli capita a tiro, scoprendo poi che qualcuno ha usato la fica come cassa spia ma senza che la cosa risulti condizionante per l’esito delle sue indagini, a parte una puntura di antirabbica, forse.

In questo quinto episodio è introdotto un nuovo personaggio che ricorrerà in svariate avventure successive, Lord Wells, che io ho sempre associato allo scrittore inglese H.G. Wells in automatico, proprio come Bloch mi ha fatto pensare a Robert papà dello Psycho letterario. Credo sia dipeso dal cognome, più che affinità dei personaggi con gli artisti reali. Wells è un tipo fin troppo atletico e più vicino a un Clark Gable che il lord panciuto e donnaiolo de La macchina del tempo, La guerra dei mondi e L’Isola del Dr. Moreu.

Gli uccisori, oltre alla variante sinonimica della parola assassini, mi ha fatto conoscere i termimi “pudding”, “bobbies” e “doks”. Tra gli opinionisti chiamati a dire la loro sulla serie di omicidi casuali viene tirato in ballo Anthony Burgess di Arancia Meccanica e si parla anni e anni prima di Nanni Moretti su Aprile dello speakers corner di Hyde Park, usato come siparietto divertente da piedi a un convenzionale inseguimento.

Gli omicidi sono molto divertenti e conditi di humor nero, tanto per non far sentire troppo la crudeltà di Sclavi, dietro a ognuno di essi. A riguardarlo oggi stupisce che Dylan non abbia provocato persecuzioni parlamentari e mediatiche come Splatter. Vediamo padri di famiglia in carriera che massacrano i figli senza pietà, mariti che uccidono le mogli, nonne che infilzano nipoti, ma non è tanto questa cruenza famigliare a sorprendere, più che altro agli occhi del ragazzino che ero io, impressionava il retroscena tragico e spietato prima delle esecuzioni.

Il nipote punk che entra in casa e prende a maleparole la nonna mi impressionò molto più di lei che poi gli buca la testa col ferro da calza, la bella famigliola in stile spot pubblicitario alimentare che viene massacrata dal padre di punto in bianco è troppo simile a tante notizie di cronaca che già allora ricevevo dal TG. L’ipotesi dell’esperimento alchemico è confortante perché spiega la catena di delitti che per metà dell’albo vengono addebitati, come si fa nel nostro mondo vero, sulle panchine del parco, al troppo caldo estivo.

La filosofia di Romero torna verso la fine, quando alcuni nobili disgustosi e rincuorati dalla feccia che si elimina da sola, vengono invasi e macerati da un’orda di “inferiori” preda della pazzia omicida. Quando la folla munita di catene, coltelli e bastoni rompe la vetrata della villa il lettore prova un’inevitabile simpatia per loro.

Curioso che la barca della copertina, quella su cui Dylan sta per essere ammazzato dagli “uccisori” sia di sua proprietà e che la tenga nascosta in un punto riparato, per infrattarsi quando capita con qualche bella puledrona.

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