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Van Canto – La recensione di una band del ticchio

van canto

Nei momenti in cui mi annoio o sono molto nervoso inizio a battere ritmiche sincopate sulle cosce e giungiare con la bocca. Non è una cosa tanto singolare, addirittura nel metal la parola onomatopeica gium ha dato vita a un sottogenere, il djent. Secondo Wikipedia a battezzare questa corrente metallica “tuttora in pieno sviluppo” (cito) è tale Misha “Bulb” Mansoor dei Periphery. I Van Canto in un certo senso portano al limite virtuisistico massimo questo ticchio che molti fanatici del rock hanno.

L’unico strumento, a parte la voce di cinque cantanti bravissimi che si accompagnano reciprocamente “a cappella” è la batteria. Non c’è tastiera, basso e tanto meno le chitarre. Persino gli assoli gniaolosi sospetto siano eseguiti con un effetto distorto usato pure dagli Edguy in uno dei momenti più sconfortanti di Rocket Ride. Ogni strumento è mimato dalle voci che per le cavalcate usano un dighidon, (o dogodin); per gli stacchi il pam pam pam e nei momenti in cui c’è da correre e pistare sopperiscono l’abrasività dei guitarroni distorti con il rakkatakka. Il resto sono cori e prestazioni soliste impeccabili al limite della perfezione ridicola. Potete riconoscere un metallaro che ascolta i Van Canto dall’espressione che ha in faccia: come se una fatina del miele gli stesse facendo un pompino: è incredulo, divertito e piuttosto coinvolto.

Una volta io e un piccolo gruppo di amici, in una galassia lontana lontana passammo un sabato notte a discutere se il metal fosse definibile come tale solo in presenza delle chitarre o se piuttosto non si trattasse di una questione di approccio, un’attitudine a metà tra l’istrionico, l’aggressivo e il chiassoso al di là degli strumenti usati per farlo. Non ne venimmo a capo ma il problema si ripresenta ora che devo affrontare questo insolito esperimento che farebbe spellare le mani del pubblico di American Idol e bestemmiare al contrario qualsiasi blackster in circolazione.

So che molti metallari tradizionalisti adorano i Van Canto, anche se non ci sono chitarre (sacrilegio) e il motivo credo sia per la loro attitudine true. E in effetti solo il metal poteva partorire una cosa del genere: un incrocio tra il virtuosismo tecnico prodigioso e la mancanza totale di ambizioni artistiche. Una variazione della solita minestra malmsteeniana in chiave antonianesca. Personalmente, dopo aver ascoltato un paio di canzoni rivendico a piena voce la presenza delle chitarre. Non per definire una band metal ma per motivi fisiologici. Mi mancano. Cinque voci non possono far nulla che ridurre tutto a un esercizio di bravura fine a se stesso che avrebbe dovuto esaurirsi in cinque minuti o magari in un disco di cover e che invece il pubblico metal ha incoraggiato a sopravvivere per cinque album.

Possibile che basti essere bravi a fare una cosa che per il pubblico metal sia sufficiente a giustificarne l’esistenza. Se io e il mio gruppo di amici che la notte non avevamo nulla di meglio da fare se non lanciarci in discussioni inutili sul metal orchestrassimo oggi una versione col culo di Army Of Immortals dei Manowar nessuno si offenderebbe e avremmo applausi e approvazione da tutto il mondo metal. Se il genere oggi è la parodia di se stesso (lasciamo perdere il discorso dell’auto-fagocitazione) è a causa di un pubblico che non chiede nulla ai propri beniamini. Basta che continuino a fare roba true, che usino i rutti non importa. Il metallaro è sempre pronto ad approvare il tecnicismo come alibi per una serie di luoghi comuni musicali ormai senza alcuno sbocco creativo.

La musica dei Van Canto, suonata con tutto l’armamentario elettrico di una band power sarebbe solo la versione melensa dei Blind Guardian e Gamma Ray, eppure questo non conta. Ci sono i cori possenti, i passaggi dal mi minore al do maggiore e su con le mani a fare la ola all’ennesimo condottiero solengo che galoppa verso un destino sanguinario o alla tavolata imbandita di qualche re mangiatore di polli fritti. Il peggio però arriva quando i Van Canto intonano la loro versione di The Final Countdown.

Questo brano ormai sdoganato da tutto il mondo metal e nominato perversione assoluta del 2012 dopo che per tanti anni è stato considerato all’unanimità dal mondo true la cosa più ridicola il metal abbia mai prodotto negli anni 80, è una scelta supercalcolata per i Van Canto che hanno bisogno di pezzi in grado di esaltare il loro armamentario canoro e la perversità colpevole del proprio pubblico di riferimento. Non è una cosa semplice: Paranoid in questo senso è la più grossa merda su cui siano mai scivolati. Il brano degli Europe invece è perfetto e nella versione ugolandica una vera arma di distruzione di massa.

Potrebbero interrompere la guerra israelo-palestinese se lo diffondessero dagli altoparlanti, come la barzelletta più divertente del mondo usata dai Monty Pyton. Sfido chiunque a rimanere serio e allo stesso tempo non pensare al suicidio quando si inizia a sentire un tipo che fa il vento come un qualsiasi concorrente della Corrida e poi un altro che lascia andare un rutto che simula il tuono e infine ecco un terzo che inizia il tatatantam tatatantamtam tatatantam tatatatantam tam tam tam e quando sta per attaccare la cantato e il nostro attacco epilettico, un quarto tenore simula il verso di sdegno di un gatto poco prima che lo prenda sotto un motorino. Se volete morire in questo modo, cari metallari, allora anche per voi vale il detto latino: una risata vi seppellirà. Io nel mentre mi butto ancora una volta sull’emocore.

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