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Il metallo coatto – nascita e involuzione di un genere umano

coatto

Il metallo ha riscoperto la propria indole tamarra, coatta, burina. Negli anni 80 c’erano i bicipiti oliati dei Manowar, le pose sessiste dei gruppi di Los Angeles, i videoclip orridi coi lustrini, le armi, le moto e la fica e poi a poco a poco tutto si coprì di croci, decadenza, Norvegia e cerone e la rinascita del progressive in seno alla schiatta più microcefala di tutto il rock. Il metallo. Ci si accorse che non c’è più divertimento, gioia, energia e allora si ripartì per funnylandia passando per tre tappe fondamentali:

1998-2002 esistenzialismo slapping in tuta nu metal

2002 – 2005 il core in coda a ogni cosa

2006 – 2016 un sacco di filologia metallara di band sempre più in fissa con il vecchio che più vecchio non si può. Scegli la decade che più ti piace e fingi di uscire da essa con uno sbalzo temporale impossibile a spiegare.

Nel 1992, ricordate, il metal era diventato impegnato, serio, universitario. C’erano band impettite, rinascimentali, intellettuali, in fissa con il folk, con la teologia, le rune, la tecnologia, la globalizzazione, la storia, scrivevano tutti dei concept lunghissimi, avveneristici, operistici ma dal respiro kolossale e chiunque apparisse su Metal Shock! o Metal Hammer rivelava una totale insofferenza alle etichette (“Non siamo metal, siamo quello che siamo. A noi non interessa quello che dice la gente”).

E oggi cosa è cambiato?

Siamo praticamente all’opposto tranne che per la sensazione di collettiva presa per i fondelli da parte di chi fa metal e chi lo subisce. Tutti si sentono metal, fanno metal, professano metal, si dichiarano metal con le tre B d’ordinanza: birra, barba e borchie. Decine e decine di band sfoderano attitudine, fede e orgoglio per la metallurgia comparata e tutto questo non resta che registrarlo e riportarlo alla memoria tra una decina d’anni, quando il mondo della musica insana e violenta sarà preda di qualche trend ennesimo. Immaginate gente come gli Amon Amarth, i Paradise Lost, i Trivium e i Lamb Of God che saranno rasati, capelli corti, vestiario sobrio e occhialini da beatnik. Si dichiareranno avulsi da certi atteggiamenti violenti e avvezzi a metabolizzare la propria aggressività in modo più intimistico e incisivo, con innesti elettronici e bordate di synth. Orrore? Aspettatevi il peggio.

Ormai sono trent’anni che seguo questo genere

E tutto ciò che ha fatto, come quasi ogni cosa nell’arte, nella cultura di massa e nella moda è mantenere un andamento oscillante da un estremo a un altro, con varie fasi di progressivo allontanamento e avvicinamento ai due poli opposti. E se oggi un disco dei Machine Head propina una riesumazione di certo thrash greve e muscolare di fine 80, domani se esisteranno ancora si taglieranno di nuovo i capelli e comporranno saghe famigliari incentrate sulle malinconie acustiche di R.E.M. e Nirvana.

Ci sarà ancora una sfilza di gruppi votata alla ricapitolazione del riff cardine di Tony Iommi e nessuno vorrà sentir più parlare di metal, una volta per tutte. Ce lo meritiamo, dopo aver sopportato un decennio di cornine viniliche. Il mondo metallico di domani sarà asettico, analogico, sbarbato e soprattutto fasullo come quello di oggi. Up Your Horns and ma fatemeopiacere.

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