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I migliori racconti di Algernon Blackood

Algernon Blackwood credeva nei fantasmi. Il suo alter ego John Silence, uno dei più celebri detective dell’occulto si è prolungato in un sacco di spiegazioni scientifiche per provare l’esistenza di spettri e altri fenomeni terribili capitati ai personaggi di quel piccolo e straordinario ciclo di romanzi brevi di cui è il collante. La qualità narrativa e l’eleganza della prosa di questo scrittore sono incontestabili, la sua influenza su tutti gli scrittori horror moderni, a partire da H.P. Lovecraft fino a Peter Stroub è incontestabile. In particolare con l’autore dei Grandi Antichi c’è già questa volontà di descrivere un orrore troppo grande per essere descritto o compreso in qualche modo: il vento prodotto dai suoi movimenti è già sufficiente a farci impazzire. Quasi tutto ciò che ha scritto vale la pena di essere letto, al contrario di Ambrose Bierce, Ramsey Cambpell e una miriade di altri grandi classici antichi e moderni della narrativa horror, con Blackwood andate sempre sul sicuro. Difficile e per certi versi superfluo fare una cernita e indirizzare su una piccola parte della sua nutrita produzione, ma se amate il genere e non avete ancora letto nulla di questo autore, prima di schiattare sotto un camion, vi consiglio almeno di leggere i titoli di questo piccolo elenco, vergognandovi un po’ per non averlo ancora fatto e andarvene lo stesso in giro per i forum a sentenziare su ciò che è bello e ciò che è brutto in letteratura horror.

L’ascoltatore (The Listener, 1907)

La storia di uno scrittore nevrotico che vive in un appartamento a buon mercato e a poco a poco si accorge che qualcosa lo spia un essere che striscia fuori dalla sua porta che si aggira in una piccola stanza al piano superiore e che lascia in giro un odore di putredine. Storia di spettri asciutta, elegante, terribile e perfetta. Uno dei maggiori esempi del genere e tra le più riuscite creazioni del vecchio Algernon.

La casa vuota (The Empty House, 1906)

Un viaggio guidato dentro una casa maledetta. Sebbene la sorpresa finale non sia all’altezza delle aspettative, l’atmosfera che lo scrittore riesce a creare, attraverso gli occhi di una vecchia signora appassionata di spettri e il suo paziente nipote, rimane dentro a lungo. Un altro esempio del talento di Blackwood nel ricreare l’atmosfera da brividi che certi posti con una cattiva fama sanno trasmettere. Convinto che per raccontare bene una storia dell’orrore occorra visitarne gli scenari, lo scrittore visitò di persona la vera casa che ispirò questo piccolo classico.

Antiche Stregonerie (Ancient Sorceries, 1908)

Tra le cinque avventure che compongono il ciclo del detective dell’occulto John Silence, questo è il più originale e raffinato. Parla della singolare e inquietante esperienza di un viaggiatore solitario, finito per caso in un piccolo villaggio della Francia settentrionale abitato da una strana razza di uomini-gatto adoratori del demonio. La fosca descrizione del sabba finale è incisiva ma quello che riesce davvero alla grande è la fitta tela di riferimenti sulfurei che Blackwood tesse con grande abilità nel corso del racconto. Forse è un po’ troppo lungo ma davvero suggestivo e poetico.

Culto Segreto (Secret Worship, 1908)

Altro tassello del ciclo del detective “psichico” John Silence e forse è il più bello di tutti anche perché l’investigatore esperto di paranormale e messo sullo sfondo, interviene nel finale e sebbene minacci di ammorbare il lettore con tutti i suoi ragionamenti e spiegazioni razionali dell’irrazionale, il protagonista sprofonda in se stesso senza ascoltarlo e il mondo esterno con lui. Il ritorno del commerciante di stoffe nel vecchio, austero e lugubre collegio nella Foresta Nera (dove Blackwood studiò per davvero) in cui ha trascorso due anni terribili ma utili sul piano formativo, è un progressivo passaggio dalla malinconia dolce e arresa della mezza età che risale verso i perduti anni della giovinezza, all’incubo tenebroso di un passato dai risvolti inaspettati e inquietanti. L’incontro tra il protagonista e i suoi ex insegnanti e così carico di tensione da far sudare. La rivelazione finale tutt’altro che consolatoria. Capolavoro di tensione.

Il Wendigo (The Wendigo, 1910)

Uno dei più agghiaccianti, originali racconti in assoluto: un vento demoniaco conduce alla follia un gruppo di cacciatori che vagano nelle divoranti e fameliche foreste canadesi. Apice letterario di Blackwood il quale attinge al suo rinomato per la natura e l’esperienza diretta in quelle terre incontaminate dove non è così difficile perdersi per sempre tra i rami della follia. Fa il paio giusto con il titolo elencato qui di seguito.

I Salici (The Willows, 1907)

Altra vetta assoluta del genere e forse suprema creazione di questo autore. La prova definitiva che il vero orrore per esserlo fino in fondo non si debba mostrare ma solo suggerire, il resto dell’inferno ce lo mostra la nostra piccola, assurda mente. Due sventurati viandanti finiscono su un isolotto del Danubio e cadono preda di un indicibile presenza mormorante. Lovecraft ha sempre reputato questo come il più grande racconto fantastico mai scritto, ma dimenticava o forse ancora non aveva letto La casa dei suoni di M.P. Shiel.

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