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A proposito di Roald Dahl e chi ha paura delle streghe

A proposito di Roald Dahl, chi di voi ha paura delle streghe?

Io ho due bambine, una ha quattro anni e l’altra ha sette mesi. Con la prima abbiamo cominciato da un paio d’anni a leggere storie per andare a dormire. Il primo racconto lungo che l’ha appassionata è quel detestabile “Piccolo principe” di Saint-Exupéry, poi Pippi Calzelunghe della Langstrump e infine “Matilde” di Roald Dahl. Arrivato a questo libro ricordo di aver esclamato: “Ah, ora si che si ragiona!”

Mia figlia mi tiene desta la fantasia. Quando capita di fare due passi nel bosco finiamo automaticamente in un posto incantato, dove un lembo di vestito raccolto per terra potrebbe essere appartenuto a Biancaneve, la terribile notte in cui fuggì dopo che il cacciatore l’ebbe risparmiata, rivelandole i piani infami della matrigna. La bambina ha sempre preferito quella parte a tutto il resto: gli alberi spettrali, i gufi con i grandi occhi fissi, le ombre, il vento. A due anni mi costringeva a soffermarmi su quelle pagine più a lungo del solito e per fortuna, mi dicevo, nell’edizione Disney per i più piccini che avevamo in casa, la parte della regina che diventa strega, la mela avvelenata e il sonno mortale erano censurati, altrimenti non ne saremmo più usciti.

A volte, nel primo pomeriggio, capita che mia moglie e le piccole occupino il lettone e quindi per farmi un riposino io debba andare in camera di mia figlia (quella grande, la piccola dorme ancora con noi). Certe volte, la sera è difficile convincerla a rimanerci. Dice di avere paura dei mostri e poco valgono le mie rassicurazioni che se non fossi sicuro che quello è il posto più tranquillo del mondo non mi sarei mai sognato di lasciarcela da sola. I mostri arrivano, appena me ne vado via. Lo so, ci sono passato. Una notte, a nove anni vidi il diavolo in fondo al mio letto. Aveva dei piedi sottili e mi spiava. Mio padre non mi credette e nemmeno io ci credo più ora, ma insomma, so che per un bambino i mostri esistono, escono dall’armadio, da sotto il letto, sbirciano da fuori la finestra. Quando mi sdraio sul letto di mia figlia e mi guardo intorno prima di chiudere gli occhi, scorgo decine e decine di facce sorridenti, avete mai pensato che le bambole hanno lo sguardo vacuo dei cadaveri? Ammetto di provare un vago senso di inquietudine e riconosco alla bambina le proprie ragioni.

I figli riescono a spaventare molto di più dell’ennesima casa stregata di James Wan. Per esempio da alcuni giorni mia nipote, che vive con mia sorella in un appartamento dall’altra parte della casa in cui viviamo anche noi, non fa che parlare della signora della porta in fondo. Non vuole dire a quale porta si riferisca, né come sia fatta questa signora. Ripete solo che ne ha paura, che c’è e non vuole conoscerla. Anche mia figlia ne parla. Io cerco di saperne qualcosa ma appena le interrogo, entrambe le piccole diventano evasive e si allontanano o cambiano discorso. I bambini si chiudono in se stessi e sembrano sprofondare in un mondo lontano da cui è difficile farli tornare, certe volte. Solo loro possono venirne fuori.

Mia figlia ama i romanzi di Roald Dahl e vuole che gliene legga un po’ ogni sera, prima di darle la buonanotte e spegnere la luce. Dopo Matilda siamo passati a La fabbrica di cioccolato, lo scialbo seguito Il grande ascensore segreto, Il GGG e infine Le streghe. Ho sempre avuto paura delle streghe. Sono cattolico e per molto tempo il diavolo e tutto quello che gli si avvicina, come gli esorcismi, le possessioni, i demoni che invadono i campanili o le streghe e gli stregoni sono state cose vere, plausibili. Anche se adesso non credo più e mi sono allontanato da quella forma di religione, continuo a temere le streghe e gli esorcismi o i demoni.

Il romanzo di Roald Dahl è uno dei più spaventosi che siano mai stati scritti sull’argomento. Non ho dubbi. (E un altro è Coraline di Neil Gaiman). Trovo che sia davvero criminale spacciare questo testo come una cosa per bambini, perché poi i loro genitori dovranno leggerlo e avere gli incubi, come è successo a me. Mia figlia ha seguito tutta la vicenda del piccolo protagonista tramutato in topo da una strega cattivissima senza fare una grinza mentre io ho avuto i brividi e alla fine di ogni capitolo, quando era il momento di chiudere il libro e appoggiarlo sul comodino, mi curavo di metterlo con la copertina rivolta verso il basso. Anche se poi avrei spento la luce, era una mia antica fissa quella che un libro non possa alzarsi se messo con la faccia in giù.

Le streghe non è un capolavoro ma è di certo uno dei più ispirati romanzi di Dahl ed è il libro che prima o poi doveva scrivere. Un po’ come Tim Burton che alla fine dovette dirigere Sleepy Hollow, un vero horror fiabesco prendendo il genere per le corna, dopo averci flirtato in una serie di storie macabre contaminate con altri generi, la commedia, il biopic, l’animation eccetera. In tutti i libri di Dahl c’è il male, ci sono i mostri, il macabro, l’horror. Persino nel tanto acclamato La fabbrica di cioccolato. Willie Wonka è un sociopatico dispotico e paranoico (per non dire psicopatico) che troneggia in una specie di castello da sogno (o da incubo) dove il cioccolato è ovunque, in tutte le forme e gusti possibili e impossibili. I bambini che vincono una visita guidata sono come Hansel e Gretel, ma con i genitori (sempre tremendi) al fianco, e messi di fronte alla tentazione, incoraggiati a cedervi finiscono per esserne uccisi o quasi. Wonka è sinistro, per nulla rassicurante: un bambino dai poteri smisurati che odia il mondo e mal sopporta i bambini. E i suoi aiutanti? Specie di gnomi venuti non si sa da dove e che appena un bimbo fa una brutta fine hanno già pronta la ballata funebre per salutarlo? Ma a parte le sottigliezze interpretative di questo libro, che dire degli orchi mangiabambini de Il GGG? Esseri enormi e disgustosi che ogni notte attraversano le città e allungano le loro braccione pelose nelle camere dei bambini, li pescano fuori e se li mangiano vivi? O della Spezzindue in Matilde, la gigantessa preside che picchia gli alunni della scuola o li mette in un ripostiglio buio per giorni? Dahl ha scritto un sacco di cose per i bambini ma senza mai idealizzarli. Molti dei piccoli protagonisti sono odiosi, disgustosi, avidi, aridi, come i loro genitori adulti. I piccoli mostri sono i mostri di domani e meritano una brutta fine da subito, prima che facciano gli stessi danni che già stanno facendo i loro genitori. Gli adulti poi sono quasi tutti esseri terribili, superficiali, rincoglioniti. Di solito si salva un nonno e un piccolo sfigato, che vive di sogni e pane vecchio. Ne Le streghe però c’è addirittura il rifiuto dell’infanzia. Il protagonista finisce per essere trasformato in un topo da una malvagia strega e così rimane, come un Pinocchio al contrario. Tanto più che l’ex pargolo è felice di restare roditore per il resto della sua esistenza perché essere un topo è meglio che essere un marmocchio.

Il libro comincia dicendo che le streghe esistono. Ne siamo pieni, ovunque, nel mondo. E quello che vogliono è far morire tutti i bambini. Ora, dopo aver letto questo a mia figlia ho pensato di avere almeno un paio d’ore di guai per farle prendere sonno, ma lei non si è stupita, ha infilato il dito in bocca e quando mi sono fermato ha sussurrato: continua!. Dopo la notizia che le streghe sono vere e vogliono far scomparire i bambini più di tutto, il romanzo passa per bocca della vecchia nonna del piccolo protagonista orfano di fresco, a elencare gli indizi che permettano di riconoscerle a occhio. Le streghe sono ovunque. Ogni donna potrebbe esserlo. Si nascondono bene, sembrano buone, brave donne. Molte si immergono nella beneficenza. Lavorano con i bambini ma li odiano e non ne sopportano l’odore, per loro equivale alla cacca di cane. L’odore del bambino riescono a sentirlo a distanza di cento metri e più. Infatti meno i piccoli si lavano e più speranze hanno di non essere individuati dalle streghe e il loro micidiale olfatto. Le streghe portano sempre i guanti per coprire le loro lunghe dita ossute e con le unghie lunghissime. Portano la parrucca, perché sono tutte pelate. Indossano scarpe con il tacco ma non hanno dita. E poi hanno la saliva di colore blu, gli occhi di uno strano incrocio tonale e la voce metallica.

Il primo incontro del piccolo protagonista con una strega non è quello fatale ma forse è il momento più agghiacciante dell’intero romanzo. Il bambino sta costruendo una casa sull’albero. È solo e assorto nei suoi lavoretti quando si accorge che una donna lo sta fissando in mezzo al giardino. Ha uno sguardo strano. Si avvicina ancora al tronco dell’albero e con una voce dal suono curioso mostra al piccolo un serpentello che le si stringe alle dita guantate. “Vieni” dice al bambino, “non ti fa niente, è innocuo. Voglio regalartelo”. Il ragazzino non abbocca, capisce che la donna è una strega e rimane sull’albero per il resto del pomeriggio in attesa che sua nonna lo chiami per la cena. Un altro papà a questo punto avrebbe rinunciato ma io non sono un altro papà, io sono io e quindi ho continuato a leggere, inquieto.

L’incontro con la Strega Suprema (che nel film di Nick Roeg Chi ha paura delle streghe? è interpretata da una straordinaria Anjelica Huston) è ancora più disturbante. Le bizzarre signore che si riuniscono nella sala per le assemblee dell’albergo dove il bambino e la nonna stanno alloggiando sono tutte le streghe d’Inghilterra al completo. Si spacciano per un’associazione in difesa dei bambini maltrattati, ma stanno preparando un piano che miri a sterminare una volta per tutte ogni bambino del paese, trasformandolo in topo. Quello che succede dopo è abbastanza prevedibile, anche se ricco di tensione in alcune scene, ma la seconda parte del libro non è all’altezza della prima. La scena della grande Strega Suprema che dismette gli abiti di un’affascinante donnina dall’aria dolce e gentile per diventare una specie di ammasso ambulante di carne in putrefazione che sbava insulti verso il genere umano e si dilunga in descrizioni dettagliate dell’olocausto che ha in mente di compiere, è davvero difficile da accettare. Dahl non si è mai spinto tanto oltre. È sempre stato ambiguo ma qui rischia di passare il segno. A dirla tutta, se penso a tutti i grandi autori di fiabe per bambini: quei matti dei fratelli Grimm, le cui versioni originali di Raperonzolo e Biancaneve erano assai più cruente e deprimenti che nelle versioni poi diventate famose attraverso la Disney, (Hansel & Gretel resta comunque la più terrificante di tutte le storie mai inventate, in assoluto); ma anche il longilineo e morboso Andersen, il pedofilo Carroll o il tenebroso capellone Perrault, papà di Barbablù. Insomma, se penso a dei tipi così di certo non ci lascerei mia figlia per un minuto intero. Tanto meno quel perfido e ambiguo Dahl, che somiglia fin troppo all’orco del film Il passo dell’assassino, recensito qui per voi una settimana fa o giù di lì. Ma leggere i suoi romanzi a mia figlia credo sia cosa buona e giusta. Senza dubbio sono molto più istruttivi e sanamente cattivi di quella sdolcinata, antipatica e viziosa Peppa Pig!

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