Editoriali Pascolando

Il passo dell’assassino

Questo film se lo ricorda chi ha passato i primi anni 80 davanti alle reti Fininvest, che dopo i Ragazzi Della Terza C, passavano La Cosa, Nightmare, Non violentate Jennifer… e tra i tanti horror di quel periodo irripetibile c’era questo piccolo, lercio film inglese di Sidney Hayers (Il circo degli orrori) che mette in scena quello che ogni libero cittadino vorrebbe fare ogni volta un pedofilo viene arrestato e poi rilasciato per insufficienza di prove. Due genitori che hanno perso le proprie figlie sono convinti che il colpevole sia il vicino di casa e siccome la polizia non può trattenerlo in prigione lo catturano loro. Lo portano nel seminterrato di un bar con l’intenzione di farlo confessare. Presto le cose vanno a puttane e uno dei padri vendicatori uccide il sospettato (o almeno pare). Una mezz’ora del film infatti è tutta su un cadavere da occultare che poi torna in vita. A quel punto, siccome è ancora vivo ma merita di morire, si pensa bene di ucciderlo, inscenandone la morte in qualche modo, così da ottenere giustizia e non finire in prigione. Ma se non fosse lui il colpevole? Allora ecco che le cose si metterebbero forse ancora peggio e… Tranquilli, non vi dico come va a finire.

Del resto il film vi piacerebbe anche se rivelassi la conclusione. Infatti non tanto il giallo su chi sia il colpevole dei mostruosi delitti ai danni di innocenti bambine, ma il degrado progressivo di una famiglia colpita a far da nocciolo vero di questo piccolo cult che vi consiglio di recuperare quanto prima. Logorata da un lutto e da una serie di “assestamenti” sentimentali ancora in corso, i protagonisti catturano un sospetto e lo seviziano, picchiano, insultano, degenerando se non al livello del prigioniero ma di certo poche tacche sopra. Stupri, incesti, aggressioni, consumati sulla testa di quel floscio, occhialuto e frignante maniaco che anche se non colpevole degli omicidi, fa una vita discutibile. Esce ogni giorno solo per la spesa, si ferma davanti alla scuola e fingendo di soffiarsi il naso scruta le bambine nel cortile, poi entra all’emporio, si compra un bel sacchetto di caramelle colorate e torna nel suo rifugio, una casa antica, muffosa dove un manichino è nascosto sotto le coperte e sul cuscino, a far da testa, c’è una foto inquadrucciata della madre defunta. Magari non è lui il colpevole ma rimane un tipo strambo come minimo! Ogni volta che la famigliola scende di qualche gradino nella depravazione – a turno, prima il padre, poi la matrigna (Joanne Collins, arrapantissima) e il figlio, tutti si rifugiano nello scantinato del bar a dare sfogo alla frustrazione, accusando il mostro di averli ridotti così, di averli spinti gli uni contro gli altri, trasformando l’orco in un capro espiatorio delle borghesi deviazioni e sofferenze.

Il lavoro registico di Hayers è da più parti stato liquidato come di maniera, felpato, quasi a non voler disturbare una storia abbastanza potente e malsana di suo che va da sola e in effetti il racconto non si increspa mai su movimenti di macchina insoliti o rimescolamenti temporali stucchevoli, c’è solo una sciolta e discreta mano che conduce noi spettatori dentro le contraddizioni del vivere sociale, il cui cuore è un fetido e freddo scantinato. C’è qualcosa dei romanzi romanzi di Simenon, con questo paesucolo dove la gente si spia a vicenda e un cittadino normale, tranquillo finisce per tramare e compiere cose orribili tentando in tutti i modi di farla franca. Oltre allo scrittore belga viene in mente anche il vecchio Pete Walker. E di sicuro il regista di House Of Mortal Sin avrebbe diretto volentieri un lavoro che sembra scagliarsi contro le istituzioni giuridiche e la piaga dei maniaci della peggior specie ma che in fondo vuole fare il sedere proprio a quei “normali” cittadini pronti a diventare mostri, torturatori, poliziotti dai modi ultraspicci pur di soddisfare la smania di violenza e sesso che sono costretti a mantenere sotto chiave per tutta la vita. Vorrebbero sopperire a una giuria e un commissariato e poi mostrano sotto la coltre di perbenismo una smania di brutalità non inferiore a quella di tanti criminali.

Il ruolo della Collins, la barista che ha preso il posto (usurpandolo, secondo i figli del ristoratore) della moglie del protagonista e tenta di guadagnarselo sopportando gli insulti, le maldicenze finisce per soccombere a una voglia sessuale difficile da controllare e nascondere nei confronti del figliastro che di suo è impotente e frustrato. I due consumano un amplesso animalesco davanti al pedofilo e poi fuggono insieme lasciando lo spettatore senza più punti di riferimento. La forza di questo film è nella progressiva confusione morale in cui finiamo tutti. Tutti. Al punto di provare compassione per un pedofilo.

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