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Il tocco della medusa

Ricordo che questo era un punto fisso della sfigatissima rotazione cinematografica dei canali Stream. Sapevo che il protagonista era il pluridecorato giustiziere di bottiglie Richard Burton e che doveva trattarsi di una cosa più vicina alla fantascienza che all’horror. Poi mi è capitato di comprarlo in edicola assieme ad altri quattro film horror privi di legami tra essi. L’ho messo su uno scaffale senza pensarci più. L’altra sera qualcosa mi ha detto che era il momento di guardarlo. Anche solo per farmi venire sonno, visto che non c’era verso. Magari adesso ve ne parlo bene soltanto perché sono partito non aspettandomi nulla di nulla e vi posso dire che sono rimasto colpito, ma che devo fare? Vi ho spiegato il preambolo e quindi fatevi un’idea voi stessi.

Non sto dicendo che la vostra vita guadagnerà un senso tutto nuovo se vedrete questo film, ma che se non l’avete ancora fatto e siete appassionati di horror, almeno una volta dovete proprio passarci, magari sperando che vi faccia venire sonno e invece dopo un’ora state ancora lì, a seguire le vicende di questo incredibile, mastodontico portatore di sfiga, responsabile indiretto della morte dei suoi genitori, della moglie e il suo rispettivo amante, del suo professore, di un giudice, di un’intera scuola, tutti colpevoli di averlo disgustato, offeso, deriso, umiliato e destinati dopo un suo sguardo terribile, agghiacciante, a una morte tremenda.

L’uomo cresce in uno stato di apparente paranoia colposa, si rivolge a una psicologa non per guarire, dal momento che lui è sicuro di avere il potere di dare la morte agli altri ma per sapere, assieme a lei, il motivo che ha determinato questo potere. Il film parte da un tentato omicidio e la conseguente traversata comatosa per tutta la durata della storia, con il commissario francese (Lino Ventura) in trasferta a Londra in una sorta di scambio culturale tra polizie.

Il commissario scava nel passato della vittima, per scoprire chi ha cercato di ucciderla e viene a saperne la storia singolare.

Il film è scandito da flashback che aggiungono tasselli a una storia di spettri, dove un fantasma (il protagonista in coma) dal mondo dei morti continua a infondere nel mondo dei vivi il suo enorme potere mortifero. L’elettroencefalogramma in aumento batte i rintocchi di una tragedia programmata che lo scrittore/medusa è intenzionato a concretizzare pur di punire un’umanità stolta, avida e meritoria di affogare nel proprio stesso sangue.

È proprio la parte moralistica del personaggio a renderlo datato e a tratti insopportabile, ma la sofferenza nel viso di Burton, il profondo tormento di un uomo misterioso che attraversa l’esistenza infliggendo e subendo sciagure ci fa parteggiare per lui e arrivare al fondo di un film che sospettiamo avere grossi limiti formali e contenutistici su cui prima o poi sbatteremo il muso, magari nella conclusione sempre più inverosimile. Quando si arriva al fondo però non si prova un senso di inutilità o di delusione. Il film era un fallimento fin dall’inizio: ce lo dice da subito la banalità dei dialoghi, la prevedibilità dei caratteri, la fotografia televisiva, la faccia bolsa di Burton e quella distratta di Lino Ventura, ma una volta che si spegne la TV e ci si rivolta su un fianco, dentro al letto si continua ad avvertire una specie di dolore per uno tra i più tragici e insalvabili mostri della storia del cinema horror. Prigioniero di un film mediocre, ma spaventoso e commovente lo stesso.

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