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La regina dei vampiri

La regina dei vampiri (di Robert Young, GB 1971)

A un certo momento della propria storia, la Hammer ci ha dato dentro con l’erotismo, il sangue e la violenza sensazionale. Il film in questione è un esempio tra i migliori, anche se con dei difetti grossi così (e ci riferiamo sia alla trama che agli effetti speciali). La giustificazione sono i soldi. Il regista Robert Young si è accorto che non bastavano e così uno dei progetti più originali e ambiziosi della casa di produzione inglese ha dovuto ripiegare su soluzioni alternative, scorciare la storia, modificarla. Nonostante questo però La regina dei vampiri (o Il circo degli orrori) rimane una pellicola molto suggestiva e conturbante, tié.

Eros, globuli rossi, folklore vampirico e digressioni quasi oniriche e fiabesche si mescolano fino a divenire una mistura un po’ puzzolente ma gustosa. Il circo della notte… (paradiso delle delizie) giunge in un paese stravolto da un’epidemia. Per molti è la maledizione del conte vampiro ucciso qualche anno prima, per altri si tratta di una disdicevole coincidenza. L’arrivo dei saltimbanchi, come una specie di popolo dell’autunno, fa parte di quella maledizione o se vogliono insistere i raziocinanti, coincidenza. A parte che non si riesce a capire come siano riusciti ad avere la meglio sui posti di blocco, visto che nessuno dei locali riesce a superarli, lo spettacolo del circo porta un po’ di allegria (e disinibizione) nel malsano meandro. La metafora del vampirismo come distruzione dei valori conservatori della società borghese possiamo anche lasciarla a chi vuol mettere le cose su un piano interpretativo esasperato, sta di fatto che a parte i bollori delle gentili signore e signorine, scompaiono i ragazzini dei più illustri rappresentanti del piccolo borgo, gli stessi che qualche annetto prima fecero irruzione nel castello dove il degenerato conte succhiava fino a stecchirle, delle povere bimbette; e la moglie dell’insegnante di scuola (Domini Blythe) oltre ad aiutarlo, se la spassava con lui in orgasmico diletto.La figura del conte interpretato da Robert Tayman, specie di Gary Glitter (e il riferimento è assai scaltro), ci abbandona dopo il prologo, ma rimane nella nostra memoria come uno dei più infami vampiri della cinematografia orrorifica, visto che si pappa le infanti. In America tagliarono i primi minuti e in effetti l’abbondanza di sesso e crudeltà risulta ostica ancora oggi, diciamo. Rispetto alla solita menata della malinconia e decadenza del vampiro come essere aristocratico costretto dai secoli a portare il peso di una maledizione, qui i succhiasangue sono tutti perfidi e detestabili. La maledizione del conte parla chiaro. “Il sangue dei vostri figli servirà a riportarmi in vita”.

I vari componenti del circo sono tutti legati a un animale. In alcuni casi possiamo parlare di pantere e tigri e civette mannare, in altri di puro legame spirituale, metaforico. Il nano è la scimmia. L’uomo forzuto è l’orso. Non tutti sono però vampiri.

In questo film funziona la croce più di tutto il resto. L’epidemia di rabbia causata dai pipistrelli è lo sfondo ideale per una storia di vampiri e il bosco di felci e pini aggiunge quel tocco di poesia gotica che ormai è assente da quasi tutto il progetto Hammer, così intenta pateticamente a cavalcare i tempi più realistici fino a rimetterci la salute artistica e soprattutto monetaria. Gli effetti speciali sono la cosa più difficile da accettare. A parte quello usato per far sparire e apparire i vampiri che è lo stesso (ottenuto con il montaggio) dei telefilm degli anni 60 Vita da Strega e Strega per amore (Avete presente?); a parte le gocce disegnate sulla pellicola del sangue che cade sulla pelle, riciclate più volte ma girate una volta sola; a parte la scena inaccettabile dell’assalto della pantera mannara alla famigliola nei boschi, con la camera che si agita per non lasciarci capire che gli attori si stanno spupazzando una pelliccia nera; a parte la figura del nano malefico e la discutibile scelta di un attore (Anthony Corlan) dal fascino incomprensibile bisogna ammettere che soprattutto nella prima metà, il film regge benone. I corpi decomposti nelle segrete dove rimane in attesa, con la pazienza di un grande antico, il conte con il paletto nel cuore, non sufficiente a ridurlo in cenere, suggeriscono una crudeltà, un sadismo degni del marchese De Sade. La fotografia, il trucco, la recitazione ultra-datata favoriscono la pellicola, aggiungendovi fascino. Peccato che si indulga un po’ troppo con i primi piani delle bocche dentate. Oltre ai canini ravvicinati possiamo scorgere delle belle otturazioni che inficiano non poco l’atmosfera vittoriana o giù di lì. Il film uscì nel 1971 ma arrivò in Italia nel ’75. Qualcuno su intenet scrive che è del 1972. Che casino, ma in fondo che cosa ce ne frega? La critica del tempo (come ti sbagli) non rimase molto impressionata ma nel corso degli ultimi anni il film è stato puntualmente rivalutato. In effetti è così perfido, malsano. Ci si diverte, ecco.

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