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L’ANGELO DELLA CARNE

L’ANGELO DELLA CARNE – JOHN SKIPP & CRAIG SPECTOR (PHOENIX EDITORE)

The Cleanup, titolo originale di questo romanzo uscito nel 1987 e pubblicato in Italia solo nel 1995, dalla povera Phoenix Editrice – che diede alle stampe anche Slob di Rex Miller e Lost Angels di David J. Schow, prima di essere travolta da una serie di problemi legali per dei diritti non pagati, che andarono ad aggiungersi alle spassose traversie economiche di chi decide di pubblicare libri horror in Italia, anche se di ottima qualità. (La Gargoyle Books ne sa qualcosa, giusto?)

Ma parliamo di questo romanzo, che è meglio. È l’opera seconda di John Skipp e Craig Spector, i “Chips” della narrativa fantastica, sempre in coppia dietro alla macchina da scrivere.

Erano dieci anni e passa che non lo rileggevo e devo dire che è invecchiato proprio male. O lui o io.

Trama: Billy è un musicista di talento, ma sta buttando tutto all’aria per via di una depressione tremenda che lo spinge a bere. Le cose cambiano quando assiste a un omicidio, a pochi metri da casa sua. Una bella ragazza viene squartata da un misterioso serial killer dal volto coperto che i giornali chiameranno “Assassino Sorrisino” per via del taglio in stile “Sofficini Findus” che pratica sulla pancia delle vittime. La cosa scuote il povero Billy dal suo torpore esistenziale, ma non abbastanza da farlo smettere di bere e nel cuore dell’ennesima sbornia oltre A commiserarsi e piangere, si mette a pregare Dio o chi per lui che lo tragga in salvo da quella vita merdosa. Sembra l’ennesimo delirio di un alcolizzato ma poco dopo gli appare un tizio strano, un uomo bellissimo di nome Christopher che gli dice di essere un angelo e gli dona un potere con il quale potrà non solo rimettere in sesto la propria vita, catturare l’assassino che ha visto all’opera, ma ripulire anche l’intera città dal crimine. Inutile dire che l’angelo è un tipo abbastanza ambiguo, non solo sul piano sessuale e che Billy, con quel potere, si trasformerà in una specie di Chuck Norris evangelico molto perverso.

Ci si diverte a leggere The Cleanup e l’ambiente in cui si svolge la storia, la New York degli anni ’80, dove artisti rock fumati, ballerine puttane, yuppie cocainomani, femministe che piazzano bombe nei sexy shop e stupratori super-dotati a piede libero, sono la fauna di una giungla metropolitana decantata così bene dai Guns ‘n’ Roses e che diventerà presto teatro delle mattane di un certo Patrick Bateman, figlio letterario di più alto lignaggio.

E Skipp e Spector sanno di cosa parlano, si sente. Loro che per anni tentarono la via del Rock e che conoscono le strade affollate e le facce, le voci, le parole di tutti gli illusi, sognatori, perdenti, spacciatori e maniaci, che ciondolano nelle notti di Reagan e Boy George.

Però ho notato diverse cosette che non mi hanno convinto per niente. Per cominciare, la trama, dove non tutto torna. La prosa che alterna momenti ispirati, brillanti, di puro rock ‘n’ roll fatto con carta e penna, ad altri più banali, prevedibili e in alcuni casi davvero ridicoli. Essendo due autori a scrivere lo stesso romanzo, uno si chiede di chi sia la colpa. Da spartire alla pari? Forse, ma io non credo. Gli alti e bassi si ripetono un capitolo sì e uno no. Si passa da pagine robuste, coinvolgenti e coraggiose, ad altre dove “i tizzoni ardenti” o “le ragnatele del sonno” annientano l’entusiasmo del lettore. Ci sono dei problemi che sembrano causati proprio dalla presenza di due teste, anziché una. Due persone che non hanno avuto il coraggio di dirsi la verità. È come se si fossero arresi: “e dai, c’è spazio per tutti, no?” E quindi i personaggi sono una marea. Troppi. E spesso hanno nomi brevi e banali come Billy, Larry, Betty, che causano parecchia confusione. I cattivi poi sono minimo quattro e ce ne fosse uno in grado di convincere, sedurre il lettore. Dovrebbero essere la miglior cosa di un buon horror, ma in questo caso pur abbondando, rappresentano la parte peggiore. C’è il Serial Killer dal nome ridicolo (Sorrisino) che oltre a suscitare qualche dubbio sul modus operandi, cruento sì, ma in modo così poco ispirato, è dipinto come l’ennesimo epigono di Norman Bates, lagnoso e infantile, invaso dai demoni e indistruttibile. La solita solfa di cui sono pieni i romanzi thriller di quegli anni, da Ellroy a Ed McBain fino a Robert Bloch e tanti altri. Il problema è che anche gli autori sembrano nutrire poca fiducia nel personaggio “Sorrisino” e nel giro di quaranta pagine infilano in forno altri due cattivoni, piuttosto riusciti, ma non abbastanza da poter tenere da soli la storia. Sono i due stupratori portoricani che agiscono in coppia e che per quanto abbiano un ruolo marginale, portano via la scena a “Sorrisino” con una facilità imbarazzante. In più c’è il sulfureo Christopher, che diventa sempre più cupo e sinistro, ma puzza di zolfo già alla seconda battuta, suvvia! E come se non bastasse, alla fine il protagonista diventa cattivo pure lui. Il potere lo rende quasi peggiore dei suoi avversari. Il bello è che Billy inizia a essere simpatico solo quando degenera. Nella prima parte della storia è solo un patetico hippie rockettaro che vorrebbe usare il potere per diffondere la pace nel mondo. I duetti con la sua ragazza, tra erotismo da videoclip rockettaro e sfuriate altrettanto televisive, portano il lettore del nuovo millennio a uno sconforto tale da buttare il libro dalla finestra. E anche questo fidanzamento con Mona, una super-fica tra le super-fiche, è un altro passo falso. Skipp e Spector passano tutto il libro a cercare di convincerci dei perché anziché mettersi con una pop-star che le fa il filo, lei perseveri con Billy, scemo, puzzolente, alcolizzato e anche un po’ stronzo. In tutto questo disastro però i due centravanti dell’eccesso qualche palla Splatterpunk la mettono in rete: Billy giustiziere che trasforma uno stupratore in una figona e lo lascia nudo a Central Park, di notte. Le due femministe dinamitarde che si vedranno spuntare in mezzo alle gambe dei gran bei piselloni; per finire la decomposizione vivente a cui Billy sottoporrà il suo antipaticissimo padrone di casa, descritta in modo così brillante che se ne consiglia la lettura lontano dai pasti. Inoltre il discorso che i due autori fanno, l’utopia giustizialista finale, ruffiana, ma in fondo anche sperata, o le critiche al femminismo estremista, dimostrano che il coraggio non è mancato a Skipp e Spector, neanche in una prova così poco riuscita.

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