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La casa dei massacri

Quando uscì La casa dei Massacri, remake dello slasher anni ’70 The Toolbox Murders con Cameron Mitchell, nessuno si sarebbe aspettato qualcosa di buono. Nessuno si sarebbe aspettato qualcosa di decente da Hooper il quale aveva attraversato tutti gli anni 90 dirigendo una serie di pellicole vergognose, deprimenti, al punto da suscitare autentico dolore fisico nei suoi vecchi fans. Possibile che l’uomo dietro a un capolavoro come Non aprite quella porta si fosse perso in pellicole ridicole tipo Night Terrors, (softcore sul marchese De Sade con un Robert Englund imbarazzante) o Crocodile, ennesimo malloppo motoso su un coccodrillo killer con effetti speciali pessimi e una trama inesistente?

Lo stesso anno del remake del suo più grande film, Hooper rifaceva un moscio psycho-triller uscito in Italia con il titolo de Lo squartatore di Los Angeles. Che fine ignobile, ragazzi. Poi ecco che iniziarono a girare voci, dicerie. Sembrava che il nuovo film Hooper non fosse da buttare. C’era chi diceva che risultasse molto duro, malato e sanguinoso, come ai livelli emoglobinici dei vecchi tempi. Alcuni critici finirono per sbilanciarsi parlando di una rivelazione, un horror vecchio stile ruspante e velenoso. E mentre usciva e tutto sommato non deludeva il Non aprite quella porta 2.0 di Nispel, tutti iniziarono a riconoscere il “vero” remake del film di Hooper da altre parti. C’era chi presentò come tale il bizzarro, audace e originalissimo La casa dei 1000 corpi, sgangherato e genialoide omaggio alle pellicole di Hooper e Craven del folle cantante metal Rob Zombie, passato alla regia con risultati sbalorditivi e inimmaginabili. Altri invece indicarono Wrong Turn come il nuovo Non aprite quella porta. Un piccolo film su una famiglia di cannibali deformi nascosti nei boschi, diretto dal bravo Rob Schmidt. Alla fine anche Hooper si unì alla gara del vero più vero del vero remake di Non aprite quella porta dicendo che lui aveva diretto la versione aggiornata del suo più grande film, rievocandone lo stesso spirito cancrenoso in The Toolbox Murders e a quel punto fu l’apoteosi e Nispel quasi pensò di mandare tutti a cagare e cambiare il titolo del suo remake in Non rompetemi le palle.

The Toolbox Murders. Il ritorno di Hooper al grande cinema horror. Un film malvagio e di quelli che fusticano lo spettatore, una resurrezione che ancora una volta nasce dalle viscere mefitiche di Ed Gein e bla bla blah… volete sapere come stavano le cose? Sì, era in gran parte vero. La casa dei massacri era la cosa migliore del vecchio Tobe dai tempi di Non aprite quella porta 2 (1986), (capolavoro di humor nero sottovalutatissimo). Va confermata anche la parentela con Faccia di cuoio e la sordidezza dell’originale. Le scene più truci però mostrano uno sbiadito revival della perfidia e squallida demenza assassina dell’originale.

Il film mantiene lo spunto del serial killer che ammazza usando gli arnesi del carpentiere (sparachiodi, trapani, tronchesi, martelli) ma lo trasforma in una specie di zombie vampiro centenario dall’aspetto disgustoso, che vive dietro i muri degli appartamenti di un antico palazzo hollywoodiano e uccide gli inquilini per poi iniettarsi il loro sangue e rimanere vivo.

Bisogna tuttavia ridimensionare i grandi proclama di dodici anni fa. Il film infatti soffre molto la pessima recitazione degli attori (doppiati anche peggio, se vi capita la versione in Italiano) e ha un taglio televisivo anni 90 che risulta già troppo datato. Nondimeno bisogna riconoscergli una certa asfissiante atmosfera. Il palazzo misterioso in piedi dagli anni ’20, dove un tempo le stelle del cinema soggiornarono, oggi è occupato da un carnevale di affittuari che fanno la loro stramba sfilata, dinanzi alla coppia di protagonisti esterrefatti e al limite della disperazione. Il palazzone è pieno di crepe, scale pericolanti, interi piani senza elettricità ed enormi sipari d’incerata dietro cui si agitano strane ombre. Fuori dalla finestra inoltre si può scorgere un piccolo balcone con una sedia a dondolo in perenne movimento. I due sposini che capitano lì per il prezzo accessibile in vista di un futuro migliore scopriranno di essere in una specie di mattatoio in perenne funzione. Lui è quasi laureato in medicina e passa molte ore in ospedale. Lei è insegnante ma non lavora e trascorre i giorni persa lungo i temibili corridoi del palazzo, spaventata dalle continue urla che i muri sottili non attutiscono neanche un po’ e sempre più convinta che stiano accadendo cose strane, sparizioni misteriose nell’indifferenza generale dei condomini.

Hooper non è mai stato un alfiere ludibrioso dello splatter-gore. Molti ne sono convinti ma sia Non aprite quella porta che Il motel in fondo alla palude sono horror violenti che suggeriscono, non mostrano. L’atmosfera morbosa del Texas rurale, la tenebra grondante della Florida paludosa ci impressionano e disgustano ma tranne qualche schizzo di sangue e le urla, quello che vediamo è quasi sempre immaginato da noi spettatori. In questo film c’è una testa segata a metà. Sheri Moon sventrata con profluvio di sangue per ogni dove (a inizio film) e il resto è la solita discesa dantesca fatta di cadaveri mummificati e accatastati nell’antro della bestia, dove l’orrore non ha più fine e uno stridore fugace nella colonna sonora orchestrosa ci riconduce alle scorrerie necrofile di Faccia di pelle e il suo parentado.

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