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Trilogia del terrore

Trilogia del terrore, di Dan Curtis con Karen Black. 1975 – USA.

Un buon vecchio horror, come piace a un vero appassionato, è datato. Deve esserlo. Un film degli anni 70 deve avere quella fotografia vaporosa, sgranata. Gli attori devono usare quegli orrendi vestiti a fiori e le capigliature inguardabili, dire battute tipo “che ti piglia?” o “restate qui, torno subito”. Oggi il pubblico è talmente smaliziato su quello che desidera da un horror, al punto che registi come Ti West, per un film come House Of The Devil hanno preferito mascherare un lavoro moderno da filmaccio stagionato anni 70, con la scusa che la vicenda avviene in quegli anni.

Trilogia del terrore, ma anche Ballata Macabra o Dead Of Night di Dan Curtis sono tutti film anchilosati in quegli anni lontani… forse gli anni in cui l’horror ha prodotto le cose migliori, ma sono squisitamente e irrimediabilmente datati, oggi. E solo un vero amante dell’horror classico potrebbe apprezzare ancora l’atmosfera brumosa e rarefatta del film monumento a Karen Black (povera, compianta occhietti brillanti), con la sua patina temperosa, l’audio ovattato e gli effetti speciali imbarazzanti.

E giusto uno che quel film lo vide da ragazzino, una sera che i suoi erano andati a letto troppo presto, lasciandolo solo davanti alla TV in balia della panica programmazione delle reti locali, potrebbe riavvicinarcisi a questo piccolo cult come davanti a una sorta di vecchia bottiglia rancida con il diavolo dentro. Ne ricavai personalmente una serie di traumi che dovetti poi smaltire in innumerevoli notti agitate e buie, quindi la delusione è stata inevitabile, ma proseguiamo.

Trilogia del terrore è un filmetto abbastanza sciapo e stecchito, a dirla tutta. Dallo scomparto polveroso della vecchia teca dei vhs proibiti ormai non ha fatto che rinsecchire, mantenendo giusto qualche brano della polpa notturna e ossessionante di cui Nolan/Matheson lo rivestirono, mescolati ai frammenti di tessuti sbranati dalle tarme della modesta veste di halloween che il regista Curtis gli ricamò attorno. Tour de force per una delle attrici meno considerate dallo star system americano, questo filmetto non fu certo pensato per lei e probabilmente Dan la volpe neanche scialava così tanto per la bella Karen quando venne proposta per il cast… non come a tanti piacerebbe oggi credere. Oggi che è morta e tutti baciano il sentiero di celluloide che lei, divina “sgualdra”, scavò nella foresta del pop a colpi di caratterismi d’autore e b movie ricultizzati.

Di sicuro la Black, interprete al fianco di Nicholson in più di un BIG movie e protagonista (lo stesso anno di questa “robina” per la tele, nel 1975) di Nashville, Airport ’75 e Il giorno della locusta, non era così interessata a fare Trilogia del terrore. La attirava giusto la storia dello studente che seduce l’insegnante (il primo dei tre episodi) e per due motivi, a quanto mi pare d’aver capito.

Avrebbe duettato con il secondo marito, l’attore Robert Burton e con l’occasione riesplorato assieme a lui (gran patito di donne mature) un episodio assai simile della sua giovinezza privata prima di conoscere Karen. Cortocircuito interessante tra realtà e fantasia, visto che l’attrice era più grande di sei anni del marito, anche se le differenze d’età tra le star hollywoodiane, specie se è la donna la più grande, hanno sempre fatto poco clamore. Di sicuro non avrebbe mai immaginato, la Karen, che il grande pubblico l’avrebbe ricordata più per il film di Curtis che quello di Altman o Cinque pezzi facili di Rafelson.

Scritto da William F. Nolan (autore del romanzo La fuga di Logan, più una bella quantità di buoni racconti horror e persino un divertente saggio su come scriverne, tradotto anche in Italia e ormai fuori commercio) e basato su tre racconti di Richard “Cristo del fantastico” Matheson, la Trilogia è l’incipit di una serie televisiva a episodi giudicata del tutto inadatta (ma figuriamoci) per il bambinesco pubblico televisivo di allora.

In effetti le tre storie sono piuttosto scabrose e imbarazzanti. Non è l’horror però a rappresentare un problema per l’oscuro tribunale mordoriano della censura, bensì il sesso, autentico babau americano dai tempi di Cotton Mother.

Julia, la storia in apertura, racconta di un’insegnante drogata, posseduta e fotografata per bene da un suo studente molto brillante, seducente e perverso. Che poi il racconto riveli il ruolo tutt’altro che passivo della donna è superfluo: un giovanotto seduto tra i banchi non può portare la maestra al drive-in, checcavolo!

A dire il vero Julia si basa su un racconto assai più crudo e misogino di Matheson e la versione di Curtis è davvero blanda: per dire, nella scena dell’auto il pischellone si limita a ricattare l’insegnante, non le salta addosso prendendola a morsi, cosa che invece avviene nel racconto. E il finale, quando lei rivela la propria natura demoniaca pare più che altro l’epilogo prevedibile delle vicende di un’avvelenatrice seriale sessualmente frustrata e un po’ psicotica, mentre la creatura cartacea è qualcosa di più oscuro, sfuggente, tenebroso.

In fondo Matheson non fa altro che dar voce al maschilismo più spinto (capace di giustificare uno stupro se la donna gira vestita con una minigonna) trasformandone però la becera idiozia in qualcosa di profondamente paranoico e in un certo modo riscattoso per la donna stessa. Sì, volevo essere stuprata e ho messo io il diavolo nelle mutande del maschio, ma ora che ha esaurito la sua libido malata lo castro e passo a un altro pivello col pacco irrequieto e la testolina fertile di sozzerie.

Sembra una variante della vedova nera, anche se a differenza del film, nel racconto originale il protagonista si uccide da solo; non ha una specie di attacco epilettico venefico dopo un sorso di the al color di whiskey. Questo per dimostrare quanto la “malia” di Julie, il cui corpo erotico e infantile è assai più importante sulla carta (il titolo del breve componimento è proprio L’aspetto di Julie) che al cinema, dove il fisico della Karen è fin troppo selvaggio e vistoso, e per quanto austerizzato da uno chignon e un abito zitelloso color cacca di tartaruga, resta quello di una gran bomba sexy felliniana.

Sul cartaceo, la vera causa dello scatenarsi di perversioni invereconde nel cervello tranquillo e innocente di un ragazzo studioso e ligio al dovere scolastico, è dato dalla mescolanza di certe forme prorompenti ma nascoste sotto larghi manti informi della studentessa (non un’insegnante) Julia e il suo faccione da bambina un po’ tonta. Un simile dualismo carnale in apparenza inconciliabile è la cosa che manda il ragazzo ai pazzi fino a convincerlo che il solo modo di avere piena soddisfazione della compagna di banco non sia sedurla e portarsela a letto (cosa abbastanza facile di per sé) ma narcotizzarla e ricattarla dopo essersi liberato di quelle smanie indicibili e così ossessionanti che gli ribollono nel cervello da giorni e giorni.

Non gli basta però e da maniaco rispettabilissimo prosegue a farne passare di cotte e di crude alla poverina. Poi, ecco che recupera finalmente una lucidità post-orgasmica e non regge al rimorso, si ammazza. Lo apprendiamo nell’ultimo paragrafo, dove a sorpresa tutto si sposta al punto di vista della “mantide” Julie e ogni cosa si capovolge. Lei è la carnefice e la responsabile unica delle nefandezze del ragazzo. L’ha spinto a tirar fuori quegli istinti bestiali grazie a non si sa quale magnetismo incantatorio. E per liberarsene, una volta stancatasi di farsi sodomizzare, sbranare, ricattare, fotografare nuda e umiliare davanti a terzi, le basta lasciarlo libero e in balia del vero se stesso e una mente fragile, schiava delle regole. E una corda al collo è il minimo sindacale che il suo tribunale interiore possa riservare al giovane per smaltire una così riprovevole condotta verso la povera ragazza.

Inutile dire che uno dei più bei pezzi di Matheson sia venuto così così sullo schermo (alla faccia di chi blatera sempre del suo stile cinematografico) e non meglio vanno le cose per il secondo episodio Millicent & Therese, un raccontino di due paginette appena ma di chirurgica glaciazione coronarica.

Millicent & Therese è il secondo motivo per cui Trilogia fu giudicato troppo “forte” per la televisione. L’incesto che, cosa curiosa, nel racconto è solo ipotizzato, dobbiamo riconoscerlo come un tocco personale di Nolan, che tutto sommato è abbastanza bravo nello sceneggiare alcuni dei momenti più sfuggenti e paradossali della produzione di Richard Matheson. Millicent & Therese e Julia fanno entrambi parte di un genere di storie in cui lo scrittore americano era davvero imbattibile ma ancora oggi poco considerato: una sorta di erotismo supercontorto e spettrale che nessuno è mai riuscito a riproporre e sottolineare a sufficienza (leggetevi anche La ragazza dei miei sogni, Casa D’inferno e Dita in movimento).

Lo stesso scrittore si commosse a tal punto per gli sforzi di William F. da donargli “Prey”, raccontino che trasformerà la Trilogia in una Trilogia vera e soprattutto consegnerà Karen Black in eterno alla memoria sociale dell’odontotecnia.

La storia di questa donna, Amelia (gli episodi si intitolano tutti col nome delle protagoniste, Amelia, Julia, Millicent e Therese) stressata da una madre possessiva e insensibile da un lato (e un compagno pressante e patito di bizzarre statuette zuni dall’altro) è ancora godibile, in perfetto equilibrio tra la comicità e l’orrido spinto, divertente, movimenta decisamente il ritmo abbastanza piatto e da ghost story degli altri due episodi. Però siete avvertiti: non aspettatevi chissà quali effetti speciali. L’agitarsi feroce e infoiato della bamboletta posseduta dallo spirito di un cacciatore è tutto frutto dell’arte di arrangiarsi di un cinema lontanissimo eoni dall’era digitale che ogni cosa può, mostra e un po’ annichilisce.

Insomma, è fin troppo evidente che quelle inquadrature tagliate e mosse cercano di nascondere un povero diavolo sdraiato per terra e che con la mano guantata muove avanti e indietro il mostriciattolo, aprendogli e chiudendogli la bocca con lo stesso principio meccanico dei vecchi, temibili, schiaccianoci ottocenteschi.

È bravo Curtis a creare tensione sfruttando un ambiente limitatissimo (un costoso appartamento cittadino) e le doti stregate della Black (icona destinata al santuario dell’horror prima che Rob Zombie glielo riconoscesse infilandola nel suo album di figurine cinematografico)… ma se non fosse per quell’inquadratura finale non tratteremmo Trilogia con tutto questo impegno.

Chiunque abbia visto il film non può evitare di ricordarsi la faccia della Black trasfigurata dopo che lo spirito africano, evaporato dal forno, le si infila in bocca e la possiede. Accucciata, mentre colpisce il pavimento con il coltello più grosso che ha in cucina, in spasmodica attesa della mammina nevrotica (e rivolta a noi spettatori fragili sfodera poi quei dentoni alla Alberto Sordi ne I Complessi) resta uno dei momenti più indigesti e suggestivi dell’horror anni 70.

Un sacco di gente ancora oggi riconosce in quel make-up la perfezione esoterica e scimmiesca di un’autentica strega mangiabambini. E se c’è un motivo per cui Trilogia non era adatto allora al pubblico di Uccelli di Rovo e Radici (e non lo è ancora oggi per quello di True Detective e Twin Peaks), è quel faccione terrifico nell’ultima inquadratura; non per il sesso con Karen Blackmailizzata o l’incesto soporifero su bimba zoccola e bipolare, n’est pas?

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