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4 – Recensire musica non è scrivere di musica

Parliamo di critica musicale al tempo del blogging, vi va? Paradossale, no? Insomma, nessuno scrive sul serio di musica quando recensisce un disco, significa descrivere il vento o raccontare a un sordo dalla nascita il suono del treno. Curioso che per molti anni il mestiere di recensore sia stato questo: descrivere canzoni a un esercito di sordi. Chiunque non avesse già ascoltato l’album lo era, in linea di principio. Oggi se scrivessi un articolo sul nuovo degli Iron Maiden il mondo saprebbe già di cosa parlo e leggerebbe le mie considerazioni per vedere se è d’accordo o no con me e i miei gusti, ma fino a vent’anni fa si trattava di cercare con le parole di spingere i lettori a immaginare suoni, melodie. La gente fantasticava sulle canzoni dei Manowar dalle parole di Beppe Riva e molto tempo dopo, finalmente sentiva quei dischi, magari trovandoli diversissimi da qualsiasi cosa avesse prodotto la loro mente stimolata dalla prosa ispirata dal critico di Rockerilla.

C’era tutto un gergo, specie nel metal (roboante, terremotante, fulmicotone, antemico), che oggi suona ridicolo ma che allora era utile a far capire più o meno che tipo di album il tal gruppo avesse realizzato. Oggi c’è ancora gente che scrive usando quegli aggettivi ma si tratta di una particolare scena di recensori circoscritta a un pubblico ancora più ristretto. Io li definisco il gurppo A 33, ovvero gli Amish del vinile. Ok, ti compri un supporto tecnologico attempato perché fa fico o per il fascino, la nostalgia, l’alta fedeltà eccetera, bene, ma addirittura rifiuti internet e tutte le grandi informazioni (troppe, d’accordo) che offre per farti un’idea se un album vale o meno l’acquisto e preferire ancora le riviste e le recensioni scritte da chi pensa che tu non abbia bisogno di una recensione, direi che è anacronistico, estremistico e un po’ scemo.

È un paradosso ma persino i critici di Classix Metal pensano di scrivere a gente che il disco già ce l’ha in mp3 e allora si limitano a elogiare la confezione, che loro stessi conoscono per sentito dire, visto che ricevono lo stesso formato digitale che tutti scaricano dalla rete. Capita di leggere che il cofanetto è elegante, ricco di foto e con una bella copertina ma copiano paro paro l’info nella mail che accompagna l’mp3, credetemi.

Sbagliano coloro che scaricano tutto e sbagliano quelli che comprano tutto ignorando la rete. La via giusta è sempre nel mezzo, come diceva Moana. Ovviamente questa situazione ha scatenato tutta una serie di conseguenze che hanno condotto alla resistenza strutturale di una forma letteraria (la recensione) ma sovvertendone i contenuti e gli scopi. Ecco quindi che parlando di un disco nella rete, i recensori possono benissimo finire per raccontare i fatti propri oppure divagare con l’immaginazione sospinta dalla musica; o magari moraleggiare e motteggiare sul comportamento poco coerente (o proprio stronzo) dell’artista o la band nei confronti dei fans.

Questo non è parlare di musica ma di cazzate intorno alla musica, d’accordo. Però trovo che sia sempre più coerente e logico che scrivere “fulmicotone” o “terremotante” appresso all’indescrivibile. Acciuffare la letterarietà della musica attraverso una terminologia così ingenua e vetusta è come catturare una sirena con le reti da lattarino. E le sirene non esistono, ok?

È vero che il metal di questi ultimi decenni è rimasto tale e quale a 30 anni fa, al punto che quegli aggettivi ancora funzionerebbero pure ma il mercato è cambiato, nel senso che è morto. La morte è la regina dei cambiamenti. Niente come la morte cambia chi è vivo. Quindi ecco che le recensioni oggi non devono più tentare con il descrivere quello per cui le parole non sono mai sufficienti. I poeti hanno cercato di descrivere i sentimenti e ci sono riusciti sul serio assai di rado. Con la musica è andata anche peggio, quindi chi siete voi per cercare di compiere una simile impresa.

Solo la musica descrive la musica, di conseguenza al buon recensore per essere letto e per agganciarsi mentalmente con il lettore cosa rimane: ricordi, cazzate, invettive, sfoghi, sogni e un sacco di link a you tube.

Parlate di come la musica vi ha migliorato l’esistenza, di come un brano vi ha confortato, spaventato, eccitato. Provate a scoprire se c’è là fuori qualcuno che ha sofferto, sognato, sperato come voi. Raccontate la storia degli artisti, le loro vicissitudini, le curiosità dietro i brani, le parole. Soffermatevi su quei cazzo di testi invece di gettarvi a capofitto nel gorgo di note evanescenti, imprendibili. Questo se vi va di fare i bravi, ovviamente.

Ma il punto qui è essere letti, non rivoluzionare la storia della letteratura critica. Quindi, se volete suscitare discussioni, ottenere visite, invogliare condivisioni o altro, dite sempre qualcosa di forte e che sovverta l’opinione più diffusa. Steve Vai è un chitarrista sopravvalutato. I Manowar hanno sempre voglia di mettersi in discussione. O che ne so, i Metallica sono sinceri! Poi scrivete pure il contrario ma ripetete spesso il nome del gruppo nel testo, date per scontato che probabilmente molta gente vi accoglierà con la stessa permalosità e acredine di un genitore a colloquio con il prof. Soprattutto dite tutto dal vostro punto di vista, così tutti scriveranno che non gliene frega un cazzo di quello che pensate voi, ma sempre dopo avervi letto perché in realtà si impicciano eccome, tutto il giorno, di voi. E poi la recensione è l’opinione di qualcuno che parla in terza persona singolare o ancor peggio al plurale. C’è ancora chi esige che sia così.

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