Editoriali Pascolando

Scrivere è un’apocalisse!

Scrivere? Voglio che la mia scrittura sia una piccola apocalisse… o qualcosa del genere. Ma cosa intendo?

Credo che per capirlo dovrei partire dalla prima adolescenza, quando usavo i temi per dichiarare il mio amore alle professoresse di Italiano o magari al giorno in cui scrissi una lettera lunghissima a mia madre in cui le spiegavo i perché e i percome fosse giusto che mi lasciasse indossare i suoi vestiti (e dormirci pure) ogni volta che ne avessi sentito il bisogno, senza ricorrere a uno psicologo (cosa che invece fece) o considerarmi gay (a quello pensò mio padre quando lo scoprì).

Ho sempre usato la scrittura per dire quello che non avevo il coraggio di dire a voce. Mi è sempre venuto facile affidare alla carta le mie verità più incresciose, imbarazzanti, dolorose. Sono timido in proporzione alla mia sfacciataggine quando scrivo. Chi mi incontra di persona se ne rende conto presto. Questo non per ferire o sconvolgere il prossimo, ma per un disperato bisogno di cambiare la mia vita, di vincere le paure, abbattere certi ostacoli. Non l’ho mai trovato eroico o coraggioso come molti mi fanno notare ogni volta che scateno la mia piccola apocalisse con un post che causerà magari la mia rottura definitiva con un amico o quando scrissi un libro sui miei problemi di impotenza sessuale sapendo bene che tutto il paese l’avrebbe letto. È una forma di esibizionismo? Forse. Si può trasformare la debolezza in una sorta di epica scrivendone e offrendola al giudizio degli altri, anziché nasconderla, ma allo stesso tempo è anche un modo per cambiare la propria vita e quella di chi si ha vicino. Adoro quel senso di eccitazione ogni volta che scrivo qualcosa di vergognoso, di indecente e sapendo che chi lo leggerà non mi vedrà più come prima. Questo secondo me è scrivere e questo secondo me è l’apocalisse: la mia morte nell’idea che quel tale si era fatto di me.

Scrivere è quando mi capita una sorta di coming out in diretta e questo genera la forza della mia voce (se ne ha) e ciò che provo una volta che mi sono liberato di un segreto o sono riuscito finalmente a dire cosa penso di qualcosa è un illusorio senso di potere di cui sono dipendente.

Scrivere così è crudele. Non è un caso che ami e odi insieme i romanzieri che hanno sempre trasformato in arte i propri misteri interiori, le cose inconfessabili. Vivere vicino a tipi così è sfibrante e umiliante, lo so. Avere un padre come Philip Roth o Thomas Bernard vorrebbe dire essere uccisi ogni giorno, ma capisco anche cosa muove quei tizi. Roth tradì la moglie e ci scrisse un romanzo raccontando tutto quello che era successo, omettendo solo i cognomi. Lei lesse e capì. Fu una confessione. Il matrimonio finì. Lo scrittore non voleva prendere per il culo sua moglie smerdandola sotto il naso e considerandola così ottusa al punto di farla franca e usare l’adulterio come materiale artistico. Lui desiderava sganciare una bomba su tutto quanto. Capita che ci si dica: che storia fantastica sarebbe da raccontare, ma non posso o il mio amico ne morirebbe dalla delusione, tradirei la sua fiducia usando i fatti suoi per un romanzo. Molti scrittori non si fermano davanti a questo e spesso sono i più grandi. La letteratura è piena di personaggi nati saccheggiando le storie private e le caratteristiche di persone vere, ritrovatesi caricaturizzate o sputtanate in libri poi diventati classici. Proust fu uno dei più recidivi e spietati. Ma non si tratta solo di un istinto predatorio dei narratori, pronti a usare la morte della mamma per scrivere pagine commoventi e vincere qualche premio. Ellroy per esempio ha ammesso recentemente di aver sfruttato l’omicidio di sua madre ai tempi de La Dalia Nera, ma a guidarlo fu anche un bisogno di provare a gridare l’indicibile. Inoltre uno scrittore usa se stesso come materiale da cui attingere, anche se inventa mondi fantascientifici; la paura, il desiderio e la delusione vengono da lui. Chi racconta se stesso è costretto a tirare in ballo anche gli altri. Perché noi siamo anche gli altri.

Nel mio caso io non uso quasi mai le storie di chi mi sta vicino se non accidentalmente. Mi è successo di subire la cosa, non è gradevole specie se poi chi sfrutta la tua vita privata non ne tira fuori qualcosa di artisticamente valido. Io provo a dire al mondo chi sono io, se questo mi costringe a mettere in mezzo mia madre lo faccio perché quando scrivo non temo nulla. È dopo che torno a cagarmi addosso come tutti. Scrivere però non è come scendere in piazza nudo e urlare. Spesso pubblicare cose inconfessabili in un libro è più sicuro che metterle in una cassaforte. C’è gente che piuttosto di aprire un romanzo e leggere le tue schifezze preferirebbe farsi frustare.

Ma per tornare al concetto, credo sia il modo migliore di usare l’arte: comunicare senza paura tutto quanto, al maggior numero di persone. Dire agli altri: ehi io sono questo, faccio pena, tu quindi non sei messo così male, no?

Non vorrei dare l’impressione di credermi artista, le espressioni che uso, romanzi, arte, libri sono convenzionali, non alludono alle mie effettive capacità di scrittore, se lo sono poi davvero.

Penso che sia stupido trascorrere la vita a nascondere le cose più anormali di noi, pensando così di difenderci dal giudizio e la violenza degli altri. Fa meglio parlarne. Non importa il modo. Cambia la vita. Produce apocalissi. Penso alla lettera di Kafka al padre. La usò per dire quello che non era mai riuscito a dirgli di persona, a esprimere la sua paura, la sua incapacità di fronteggiarlo. Era stufo di essere schiacciato da quell’uomo. Oggi quello sfogo, pubblicato postumo, è un capolavoro del componimento breve indispensabile per comprendere a fondo l’intera poetica di Kafka. Sono sicuro che fu la fine del mondo; una delle tante nella vita di Kafka e probabilmente l’unica in quella del suo terrificante papà.

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