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In collina, le città di Clive Barker

PRIMA PARTE – IL NEW HORROR TRA POLITICA E SODOMIA

Prima di parlare del racconto In collina, le città… diciamo due o tre cose su Clive Barker e i suoi Libri si sangue. Per cominciare, a parer mio, non si esagera a definirli la cosa più significativa uscita in ambito horror negli ultimi trent’anni. Inoltre ha dell’incredibile come uno scrittore senza una carriera alle spalle sia riuscito a far pubblicare i propri racconti, suddivisi in più volumi. Pensate, gli editori lessero i primi quattro e gli scrissero una lettera dicendogli che avrebbero pubblicato qualsiasi altra cosa avesse mandato loro. Siate certi che non capita tanto di frequente.

Clive Barker racconta di essersi ispirato alla strafichissima raccolta di racconti Dark Forces di Kirby Mccauley (inedita in Italia ovviamente, ma potete recuperarvi un’altra ottima antologia di questo curatore, in due volumi per gli Oscar Mondadori, i Racconti senza respiro) in cui era presente il meglio dei narratori inglesi e americani su piazza tra la fine degli anni 70 e l’inizio degli 80. Barker apprezzò molto la varietà di quell’antologia collettiva: alcuni testi erano enigmatici, altri truci, ancora ce n’erano comici, surreali e così lui pensò di scrivere una raccolta di narrativa horror breve con quella versatilità. 

Tra tutti i titoli del primo volume dei Libri di sangue, noto in Italia come Infernalia (Sonzogno) la chiusa è affidata a In collina, le città… senza dubbio una delle cose più audaci e riuscite di Barker. Ora, la lettura politica… ah, ma prima dovrò raccontarvi la trama.

Presto fatto: due uomini, non importa molto il loro lavoro bensì l’orientamento sessuale, quindi due uomini gay, fanno un viaggio d’amore in giro per l’Europa. Dopo l’Italia vanno in quella che al tempo, sono gli anni 80, è nota come Jugoslavia. Tra Belgrado e Novi Pazar assistono a una cosa fuori da ogni grazia divina: due intere città fuse in esseri giganteschi che si sfidano a tenzone. Avete letto bene, due intere comunità di migliaia di abitanti incastrate, secondo un lavoro di composizione anatomica geniale e perfezionato nei secoli, in esseri enormi e combattivi e che scorrazzano per la campagna slava. Purtroppo la battaglia simbolica tra i polis-guerrieri, usanza perpetrata ogni dieci anni, finisce in un mare di sangue e nella follia assoluta. La denutrizione dovuta ai magri raccolti unita alla morte di una progettista ottuagenaria di raro carisma e sapienza, causano il crollo di una delle due bestie giganti provocando un cataclisma di carne che neanche la Seconda Guerra Mondiale aveva potuto produrre.

Viene spontaneo pensare al racconto come un’avveneristica metafora del crollo della confederazione slava e successivo massacro etnico di rara malignità e spietatezza, consumato nell’indifferenza e l’impaccio del resto d’Europa. Ma si esagera, Barker voleva giusto metaforizzare in formato proteico la retorica ideologica comunista e senza neanche spingersi fino in fondo. Il racconto infatti è più una visione infernale incentrata sulla mutazione corporea, la nuova carne e tutta quella minestra che tanto faceva impazzire Canova e i tipi di Duel. Funziona come racconto horror puro ma se lo leggiamo su un piano politico regge fino a un certo punto.

Probabilmente la gente rimase più colpita, al tempo, dall’inchiappettamento che avviene nelle prime pagine tra i due protagonisti, piuttosto che in tutto il resto della mattanza a più letture. Certo, era il periodo dei romanzi minimalisti americani in cui gente come David Leavitt, Bret Easton-Ellis e tanti altri piazzavano best-sellers su giovani promiscui dagli orgasmi algidi, ma un lettore di roba horror, notoriamente conservatore e represso, probabilmente non digerì quel sesso sodo tra maschi, nel mezzo di tutta la roba violenta e visionaria che avrebbe fatto invidia persino a Lovecraft. Tra l’altro Barker non aveva neanche ammesso la propria omosessualità quindi la sorpresa fu totale per tutti i lettori non freudiani d’impalcatura.

Quello che deve essere chiaro non è tanto l’evento ma l’incidente che ne determina la conclusione olocaustica. Insomma, se uno dei due giganti, nel caso Podujevo, non fosse crollato a terra per una difettosa fusione dei corpi all’altezza di un fianco, non ci sarebbe stata alcuna carneficina e tutti quanti felici e fieri sarebbero tornati nelle rispettive città, dietro la collina.

Purtroppo le cose vanno storte e tutto finisce male, ma così male che non si salva proprio niente e nessuno.

Intanto bisogna dire che a livello folkloristico non esiste alcuna usanza che preveda una roba simile a quello che fanno le città di Popolac e Podujevo, anche se la piattaforma brulicante dei facchini di Santa Rosa a Viterbo, in un certo senso si avvicina al principio di fusione in un solo organismo di tanti corpi assieme in onore di un ideale e di una città; ma a ispirare lo scrittore furono solo la sua sfiducia nei confronti del comunismo, una probabile brutta gita nell’est Europa degli anni 80 con un amante stronzo e soprattutto due quadri di Goya: il Colosso e Saturno che mangia i suoi figli.

In effetti quelle del pittore spagnolo sono opere capaci di sprigionare un senso di minaccia, angoscia e orrore di rara intensità, ma sono da escludere in Barker la lettura di Hobbes e il suo Leviatano, Smith e soprattutto Foucault e il suo Corpo Sociale. Non vogliamo dire che Clive fosse una capra ma quelle sono cose troppo complesse e alte per il ragazzaccio fissato con il bondage e Satana. Ciononostante credo sia giusto prendere in considerazione una bibliografia il più possibile evocativa di una simile, tremenda fantasia. La metafora di Barker funziona perfettamente come critica al comunismo e la sua retorica del popolo unito in un solo scopo, come un gigantesco omino Goodyear ideologico votato all’implosione e al collasso.

SECONDA PARTE – LO SCRITTORE SMASCHERA E NUTRE LA NOSTRA IGNORANZA

Barker, come tutti gli scrittori di genere alimenta la nostra ignoranza. Rende plausibile uno scorcio comunista fatto di aride strade, gente morta di fame, caldo asfissiante, cani e maiali senza custodia, smagriti, che si aggirano sotto il sole e poi chiese e chiesette zeppe di pregiata arte madonnara, ma lo fa solo così da permetterci di rimanere ancorati a una visione del comunismo rurale che per quanto sia superficiale è familiare e ci lascia tranquilli prima di levarci la sedia della razionalità da sotto il sedere con questi due colossali formicai che arrancano su una collina. La visione può competere con qualsiasi immagine descritta da Lovecraft, che probabilmente si sarebbe limitato a percorrere meno della metà della strada documentaristica di Barker chiosando con la solita frase tipo: la mente non può reggere un simile orrore, non esistono parole e poi svenne eccetera.

Barker mostra tutto il suo talento nel dirci come potrebbe essere “tecnicamente” un casino biologico simile e riesce a mantenersi disgustoso e poetico insieme, facendoci dimenticare certe sue sviste e non pochi passi falsi nella prosa tranquilla.

Uno per tutti? La luce del giorno che piagnucolava attraverso la sottile tenda... e la conclusione oltre la fisica della scena di sesso già menzionata.

Non ricordo se fui più sconvolto dal rapporto tra due uomini in un campo o i due mostri sociali dietro la collina. In effetti Mick che striscia sull’erba e si sente un gigante al cui passaggio milioni di vite invisibili, gli insetti, periscono e poi Judd che lo raggiunge e lo monta, sono una similitudine perfetta di quanto poi sarebbe successo tra le due città di Popolac e Pudojevo e sia Mick che Judd sarebbero stati tra le vite invisibili a perire o quasi, ma non si capisce come i due siano venuti contemporaneamente durante la sodomia, non staccandosi e praticando una bella 69. Come si può venire insieme durante la penetrazione anale e poi e ritrovarsi il sapore vagamente salato del rispettivo sperma in bocca? Può essere che dopo l’eiaculazione entrambi gli amanti abbiano deciso di coccolarsi oralmente l’uno il pene grinzoso e bavoso dell’altro ma Clive questo non lo scrive.

A ogni modo,  quello che davvero poi trasformò una storia fantastica in qualcosa di più spaventoso fu che una volta lasciata vagare nella follia Popolac i due gay superstiti in fuga per le campagne trovano ospitalità in una casa di contadini. Dormono lì e la vecchia coppia di proprietari, due coltivatori, li lasciano in pace. Judd e Mick confidano il giorno dopo di tornare a una vita insanamente normale, però ecco che da lontano sentono il bum bum di Popolac che si avvicina e questo avanzare del mostro mentre i due sono rannicchiati e illusi di stare al sicuro in un caldo giaciglio sotto un tetto rustico, mette ansia a non finire. L’ultimo paragrafo, con la descrizione di che fine farà il corpo di Judd è davvero crudele e poetica allo stesso tempo. Credetemi, per quanto sia scarsa l’empatia con il più stronzo e altezzoso dei due gay, seguire le vicissitudini della sua gamba cadaverica separata dal resto, è comunque assai triste. Dopo aver convissuto con lui e i suoi pensieri, le fisse, gli amori e le speranze, eccoci ridotti, noi lettori, dentro la sua coscia, divorati dalle volpi con essa.

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