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THE BOY – DA JANE EYRE A JASON VOORHIES

The Boy sembra una storia di case infestate e bambolotti poltergeist alla James Wan… ma per fortuna non lo è.

Sembra un giallo all’Inglese in cui la povera ragazza sola e depressa è vittima di un complotto ordito da due “vecchi diabolici”, in stile Pete Walker… ma per fortuna non lo è.

Sembra un dramma gotico freudiano in cui Guillermo Del Toro incontra le sorelle Brontë e alla fine gli chiede perdono per aver girato Crimson Peak… ma purtroppo non è nemmeno questo.

Sembra addirittura uno slasher in cui un tizio dall’aria buona in realtà è un maniaco persecutore che intrappola nelle proprie spire predatorie la povera bella sull’orlo di una crisi di nervi…. ma sapete la risposta: non lo è.

Non lo è. Non lo è e non lo è. Ma cosa è?

Beh, quando esce il nipotino di Jason dalla Casa Nera di Wes Craven e inizia a far fuori tutti quanti, allora dobbiamo rassegnarci e accettare i fatti: The Boy è una cazzata.

La sceneggiatura è una specie di matrioska, sapete? Le bamboline si aprono e dentro ci sono? Altre bamboline, esatto… solo più piccole, sempre più piccole e insignificanti.

E così il gioco dei sottogeneri che si danno il cambio via via, trascinano lo spettatore in un saliscendi Escheriano delle aspettative: una ghost story mediocre ma sontuosa contenente un dramma gotico bislacco che si apre su un thriller televisivo degno di Rai 2 al sabato che in fondo è un microscopico horror d’amore e de cortelli.

E per carità, non dovevamo attenderci che già uno script difettoso fosse salvato dall’estro visionario e il tocco maledetto di un certo William Brent Bell, regista, tra le altre cose, di quella pecionata satanica de L’altra faccia del diavolo! Lui che poteva fare se non mettere in scena un pasticcio di catoblepa, nel modo più scontato e scolastico possibile?

Ok, potrei chiudere qui l’analisi di una delle attesissime sòle della stagione cinematografica autunnale ma azzardiamo una previsione: col tempo magari The Boy diventa uno scult, che ne sapete? Nessuno può immaginare quale piega prendano le esistenze di certi film con gli anni. Alcuni sono come quelle casette insulse che appena fabbricate non mostrano nulla di particolare ma che grazie alla decorazione di madrenatura – un po’ di muschio sul tetto, uno sfondo vegetativo via via più rigoglioso e capace di aggiungere le ombre al posto giusto – più qualche macchia di umidità sulle pareti e una storia malsana dietro le persiane, ecco che si arricchiscono di un vecchio fascino irresistibile. Prendete I carnivori venuti dalla savana, oppure La casa di Mary. Quando uscirono erano boiate di terz’ordine mentre quarant’anni dopo hanno un loro perché e certa gente adora queste pellicole, incluso me.

Ah, per quanto abbia un debole non posso neanche salvare Lauren Cohan di The Walking Dead. Il suo ruolo è una specie di versione dark del Tom Hanks naufrago di Castaway, solo che lei non socializza con un pallone da football ma un pupazzo inquietante. Si impegna, ci prova e però alla fine non schioda da quell’espressione impallata che magari giorni e giorni a sparare e fuggire da eserciti di zombie su sfondi apocalittici può giustificare ma nel contesto di The Boy esprime solo smania di prendere i suoi soldi e tornare dai morti viventi a vedere come Negan ha spappolato la testa del suo maritino (ops!).

Però. Però. Però. Concedo che assieme a Scanner di Cronemberg e Demoniaca di Richard Stanley, questo The Boy possa vantare l’esplosione cranica più bella della storia del cinema, anche se la testa è di coccio e non di silicone. (Francesco Padrecavallo Ceccamea)

 

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