Recensioni Top Gun Grind

Cloud Rat – Qliphoth

Una bella compilation era tra le mie scelte di oggi, ma in culo agli asini sterili non ne ho trovate di decenti. Scherzo, una buona ce l’ho tra le mani, ma dura così tanto che mi son detto ‘seeeeee e mo come cazzo mi sento un’ora e mezzo di gorenoise sapendo poi dire qualcosa senza rimanerne stordito? I grandi problemi della vita, come la domanda stessa del perché esiste il gorenoise… È come il mistero della vita, ma più cacofonico.

Accendo il mio hard disk… vado nella mia libreria a cercare i cd nella sezione ‘grindcore per bimbiminkia e trve ascoltatori’, cerco qualcosa che mi piaccia e che sia uscito quest’anno e invece no, fanculo, parlo di qualcosa di vecchio. Ohi, definire vecchio questo disco uscito solo due anni fa mi rende un matusalemme.

I Cloud Rat sono una tra le mie formazioni grindcore preferite, di quelle che noi bassisti non sappiamo manco l’utilità, raro caso in cui una voce femminile mi piace. Madison Marshall si raschia le corde vocali come poche cantanti grind & metal & similar generis. Qliphoth, ultimo disco ufficiale, rappresenta anche forse il loro che più apprezzo. Il basso non esiste, però integrano con volumi difficoltosi da recepire nel mix generale.

Ci sono elementinoise/industrial/noise/rumore/unpobassocomerumoreperòapprezzolimpegno.

Qliphoth ha albergato per mesi interi nel mio lettore tascabile, tolto solo dalla disperazione, non certo in senso negativo, ma perché stavo toccando i 1365 ascolti di fila. A una certa ho rischiato di tralasciare importanti ascolti che tra l’altro non ho ancora fatto.

Caotico come pochi, viulentamente duro, un disco capace di rallentare il grindcore, riff non dico sludge, non dico doom, dico solo che pezzi come The Upper World mi faranno venire un’ernia al disco precoce alla cervicale per il mosh che provocano nel mio corpo, mentre altri come la successiva Racoon sono così al di fuori da quello che la gente ostinata chiama grindcore che quasi ti chiedi ‘ma possiamo ancora chiamarlo tale?’ Cosa è un tag, un genere, un nome? I Cloud Rat mi hanno lasciato nel dubbio per mesi. Oggi dopo tanto lo recupero e non capisco ancora cosa abbia di così attraente per me. Le voci, i riff, i ritmi, i pezzi più lenti, le sfuriate più dure, l’elettronica/harsh che ogni tanto fa un’apparizione.

In un mondo in cui ascolti i Lord Gore e ti sembrano i cloni degli Exhumed (questa è l’ultima volta che mi fido di una cover guro hentai per selezionare un gruppo), i Cloud Rat di Qliphoth, più anche della loro precedente discografia (due dischi soltanto), sono lo spartaque d’un genere anch’esso stantio. Il grindcore in fin dei conti rischia come il metal d’essere un clone infinito di se stesso a un certo punto, tutti che si sfidano a chi corre più velocemente, o vende il culo a una label capace di produrgli una cassetta a patto di fare i suoni pulitini e il riff precisino come fossero compiti a casa per l’estate.

Rimandi black metal non mancano poi tra un pezzo e l’altro, non solo variegando le proposte sul piatto, ma validando il mio pensiero che ‘il grindcore può essere black, come il black può essere grindcore’.

Poi arrivano i neocrust e mi dicono che loro lo fanno da anni.

Cosa stavo dicendo? A sì, a me i Cloud Rat di Qliphoth piacciono così tanto che Fanculo, disco dell’anno per i prossimi anni venturi.

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