La Truebrica del fantino Recensioni

Metallica – Ride The Lightning – Pynk Floyd e tanca caciara…

Ride The Lightning è il primo disco dei Metallica che abbia mai sentito. Avevo 14 anni e non mi piacque per niente. Sapete però, i vizi all’inizio bisogna guadagnarseli. Il thrash metal, come le sigarette, l’alcol, la masturbazione, non fu subito il massimo per me, ma c’era qualcosa che mi diceva di insistere. Thrash Metal come vizio? Direi di sì, perché allo stesso modo in cui dovetti intestardirmi per averlo, il giorno che provai a smettere non mi riuscì. Sapete cosa disse Tatler dei Diamond Head quando sentì per la prima volta questo disco? Leggete qui:

La musica sembrava un po’ eccessiva di primo acchito, velocissima, implacabile. Non riuscivo a seguirla tutta, ci ho messo un po’ per farci l’orecchio. Stavo in piedi a guardarli e mi chiedevo come diavolo facessero a suonare quella roba. E se uno di loro se ne fosse andato, come avrebbero suonato quel set? Non era solo una questione di complessità però, erano pezzi lunghissimi, con un’infinità di parti tirate e piccoli dettagli su cui dovevano aver perso dei secoli.” (Brian Tatler – Diamond Head)

Ecco, più o meno pensai la stessa cosa: “Ma che è ‘sta roba?”. Non avevo mai sentito nulla di più pesante in vita mia e il bello era che siccome sulle riviste metal (che a 14 anni, 1992, compravo da poco) la rubrica delle lettere dei lettori era intasata di sproloqui sui Metallica come la band più fica in circolazione,  quindi la mia perplessità aumentò.

Incuriosito da tanti elogi domandai quindi a un mio compagno di classe di procurarmi un loro album. Mi portò una cassetta da 46 TDK senza titolo e alcun riferimento. Era un campione di ciò che mandava così fuori di testa i metallari di tutto il mondo quindi me lo sparai subito. Fight Fire With Fire forse è il pezzo più pesante mai scritto dai Metallica. Ha più heavytudine di qualsiasi brano del precedente Kill’ em All; anche se inizia con quell’arpeggio pseudo-barocco sdolcinato, poi diventa come i Motorhead di Locomotive lasciata a macerare nell’acqua ragia. Ma potevano essere tanto fichi ‘sti casinisti? Facevano schifo! Il cantante era tremendo. Le chitarre grevi e sozze. La batteria era solo un gran casino. Della seconda e terza traccia mi piacevano giusto le parti in “palm mute”: quella iniziale della title track e il giro cromatico di For Whom… che prima lo fa il basso da solo e poi lo ripetono le chitarre in “giungiun”. C’è un pezzetto della colonna sonora del cartone Ken il Guerriero che gli somiglia, non so se avete presente. Penso sempre a Ken quando sento quel passaggio. Dandandandandadandadandan…

Il bello è che di tutta questa “caciara”, io che nella mia personale conoscenza di musica rock avevo setacciato solo la discografia dei Pink Floyd, pensai di ritrovarne qualcosa nei Metallica. Le linee melodiche di Escape, Ride The Lightning o Creeping Death mi ricordavano i ritornelli ascoltati su Relics, una raccolta di singoli della band inglese nel periodo Syd Barrett mastermind. Ero certo che nel modo di ugolare di Hetfield ci risembrasse un po’ dell’andamento lagnoso e sfacciato della psychedelia beat di Arnold Lyne o See Emily Play. Inoltre l’arpeggio di Fade To Black mi sembrava troppo debitrice di una roba simile sentita su The Wall. In effetti, conoscendo i più importanti album pop-rock della band di Gilmour e Waters potevo fare un raffronto in termini di sofisticatezza nella scrittura dei pezzi lenti e atmosferici. I Metallica di questo brano mi apparivano più grotteschi che altro, come delle bestie immonde che provavano a scrivere una poesia.

Oggi rido di queste idee sceme ma così stavo messo allora. Fade To Black è l’inizio di un trittico strutturalmente simile (gli altri due sono Sanitarium e One) che mescola Children Of The Sea dei Black Sabbath, con quel piano-forte-piano-forte tra strofa pulita e ritornello distorto (usata anche dai Dokken di Alone Again) e se vogliamo andare più indietro, i Priest di Beyond The Realms Of Death (che a sua volta riconduce ai Bad Company di Feel Like Makin’ Love, anche se lì non c’è malinconia, anzi) ai Maiden di Remember Tomorrow per il finale accelerato, burrascoso e liberatorio. In effetti il brano di Harris e DiAnno ha sia il piano-forte tra ritornello e strofa che il finale accelerato, quindi forse Hetfield pensava a loro più che ad altri. Ma secondo me quattordicenne i Metallica copiavano i Pink Floyd, motivo in più per non esaltarmi. Erano caos e Pink Floyd. Ovviamente ero così ignorante che non avrei distinto un buon pezzo punk da un buco di culo di scimmia nella foresta del Borneo ma per me tutto quadrava. A pensarci oggi i Metallica venivano dalle band inglesi come Diamond Head, Angel Witch, Maiden, Venom… quindi in un certo senso ci potrebbe anche stare una sorta di eredità genetica barretiana in quei gruppi poi trasmessa passivamente nel sangue creativo dei Metallica. So che sto delirando ma lasciatemi stare. Ma perché piacevano così tanto, i Metallica? Come mai tanti ggggiovani metallosi sulla posta di HM, che scribacchiavano di depressione, pregiudizi, satanismo e fratellanza contro tutti gli altri e sulla morte del metal, avevano tutti una buona parola per i Metallica? Era per via dell’ultimo, ora e sempre, discutibilissimo Black Album, ovvio. E probabilmente la maggior parte di quei kids non aveva sentito altro di loro. Forse One in TV. Su Ride… però già al secondo, terzo ascolto individuai alcune cose, in quella nebbia di cambi, distorsione esasperante e urla, c’erano cose che mi piacevano in modo sincero e viscerale; sommandole avrebbero totalizzato diciotto secondi in tutto ma questo mi bastava per lasciarmi affezionare al disco. Bastava che attendessi con pazienza tutti quei lunghi assoli e le parti tirate.

Via via mi ritrovai ad amare le prime quattro canzoni. Le seconde quattro, il lato B della mia cassetta, in effetti ancora oggi mi appare trascurabile. Vero, c’è Creeping Death ma non ho mai stravisto per quel brano e nessuno amerebbe i Metallica se gli facessero sentire solo Escape e Trapped Under Ice? Beh, Escape oggi è il brano che sento più volentieri ma solo perché allora lo saltavo a piedi pari quindi non l’ho mai assimilato fino in fondo. Con mio stupore c’è persino un punto intorno al minuto 3 che non ricordavo affatto e dopo vent’anni me lo rigiro nelle orecchie come farei tra le labbra con un bel pezzo del miglior calzone mai mangiato, trovato sotto al divano il mese dopo averne ingurgitato tutto il resto in preda a un giubilo papillogustativo totale. Più avanti, quando scoprii H.P. Lovecraft mi resi conto di quanto fosse grandiosa la strumentale The Call Of Ktulu. Credo che a oggi sia uno dei rari esempi in cui il metal abbia davvero saputo raccontare un po’ della malinconia e della decadenza descritte dello scrittore americano. I suoi miti parlano di minacciose divinità cosmiche pronte a infilarci tutti nei loro culi rapaci ma non pensate a quanto sia così triste tutto ciò? The Call… non è solo minacciosa ma anche lirica, dolorosa, fatta di arpeggi depressivi e allo stesso tempo ansiogeni. Mi piacerebbe che qualcuno facesse un lavoro in stile Fantasia per questo brano. Pensate al Walt Disney dei tempi migliori scatenarsi su un componimento del genere tipo Notte Sul Monte Calvo di Mussorgskij… ficata, no? Ulteriori considerazioni a freddo cadaverico: a distanza di tanti anni ho rivalutato Kirk Hammett. In effetti nel 1985 sarebbe stato molto difficile trovare un chitarrista thrash con più tecnica e personalità di lui. Già nel 1987 era superato e si irrancidiva in una serie di soluzioni prevedibili però qui spingeva di brutto e anticipava buona parte di ciò che avrebbe fatto un chitarrista in grado di dettar legge negli anni 90: Mackintosh dei Paradise Lost: da Gothic fino a Draconian Times ha ripetuto il poema virtuosistico di Hammett su questo album senza mai riuscire a eguagliarlo per abilità:  sentitevi l’assolo di Fade To Black e ditemi se non è la scala minore usata compulsivamente da Greg in tanti pezzi dei primi dischi dei Lost. Badate al tapping di Ride The Lightning: non vi ricorda Joy Of Emptiness e molte delle altre cose che avvengono in Icon?

I Metallica sono già una grande band in questo disco ma ancora devono tanto ai Maiden. Sì, hanno mostrato una potenza e una maturità compositiva senza pari per la cricca selvaggia della Bay Area ma solo da Masters… staccheranno del tutto qualsiasi fronzolo di influenze e definiranno una nuova forma di metal. Su Ride… per esempio, badate a tutte le chiuse dei brani, sono cose ideate da Harris sui primi tre album e ripetute da Hetfield e Ulrich senza troppo scervellarsi. Solo oggi, dopo circa 23 anni, mi sono accorto della lunghezza di alcune canzoni. Non me ne ero mai reso conto prima a orecchio. Fade To Black, The Call Of Ktulu e soprattutto Ride The Lightning superano i 6 minuti. Non le ho mai trovate prolisse in vita mia ma adesso l’Ipad mi sbatte in faccia il minutaggio e ne convengo: obiettivamente lo erano. I Metallica potevano dire le stesse cose con meno di cinque minuti e invece ce ne sono una media di uno e mezzo di troppo. Immagino però che questo facesse parte della freschezza della band: tirare oltre i 3 minuti, sbattendosene delle medie commerciali. E poi anche i Diamond Head e i Maiden lo facevano. Inoltre bisogna riconoscere a questi tre pezzi lunghi un’aspirazione narrativa. Ci raccontano una storia e i Metallica hanno bisogno di tempo per dircela tutta. James è sempre stato un paroliere eccezionale nel contesto metallico e questa cosa ha un po’ dato alle sue canzoni quelle lungaggini da cantautore. Prendete Bob Dylan: anche i suoi pezzi più belli e orecchiabili sono troppo lunghi e ripetitivi allo scopo di farci entrare il testo. Ride The Lightning, la canzone, musicalmente dice tutto già dopo gli assoli e l’ennesimo ritornello; invece di chiudere però riparte con la strofa perché ancora Hetfield non ha fatto arrivare il condannato a morte al punto di dover cavalcare il fulmine. Ye-hea!

E a proposito di “Ye-heah”, noto con piacere che su Ride… James ancora non condiva la sua vocalità con tutti quei trucioli stilistici alla stregua di Michael Jackson. Sapete no? L’ammicco che torna e distingue. Mr Thriller faceva i”iiiiih-hiuuuuu!” Paul DiAnno diceva “yehieeeah!”, in una specie di Jodel blues/punk. E James iniziò da And Justice… a sfumare di “eah!” ogni cosa che cantava; fino a quel reiterato “ye-heah!” con cui oggi tutti reagiscono appena si dice Metallica. I Metallica erano già prolissi anche al meglio delle loro possibilità?  Forse dovremmo accettare il fatto che col senno di poi le cappelle e le limitazioni erano intuibili fin da subito ma le buone idee ci distraevano dalla fatica e nutrivano il nostro amor cieco. Si tratta della sola cosa che ha da rivelarci un bolo proteico come Hardwired…

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