Recensioni Supernatural Horse Machine

Fen – Non voglio più sentir parlare di voi fino al 2021!

Il cantante e chitarrista dei Fen mi ricorda il papà di Marty McFly di Ritorno al futuro. Sembra una cavolata ma non è così, perché non riesco a smettere di pensarci e quindi finisco per immaginarlo, triste e spento, in versione post-tutto, mentre raglia al microfono di argomenti deprimenti tipo le odissee climatiche e io mi sento solo molto triste per lui, ok?

I Fen sono tristi. Lo sono nel modo sbagliato in un ambito metallico intellettuale in cui va bene lo sfavamento ma un po’ di figaggine resta fondamentale per non sprofondare nella melma nerd: vedi il leader degli Agalloch. I Fen non sono fighi. Sembrano tre professori senza cattedra spersi in un bosco della Svervegia in un mondo senza colore.

I loro dischi non sono male ma secondo me soffrono un po’ di tre cose: pezzi spesso ingiustificabilmente lunghi, produzioni piuttosto AC/DC (A Cazzo/Di Cane) e l’ambizione eccessiva di scrivere sinfonie shoegaze. Ah, sì, i Fen hanno un problema con lo shoegaze, specie quello di inizio anni 90 e la cosa andrebbe curata e contenuta.

La svolta discografica della band avviene con il terzo album Dustwalker, quando ripartirono come terzetto dopo una mezza diaspora piuttosto simile a quella che poi è stata la fine degli Agalloch. Ricordo che li recensii e parlai molto bene di quel lavoro. La mia seconda figlia stava per nascere, io facevo avanti e indietro da casa all’ospedale, il tempo era uno schifo di neve e vento e pioggia e in macchina mi tenevo compagnia con il camminapolvere dei Fen. Immaginate un po’ l’allegrezza, però vi assicuro che un pezzo come Spectre, con quell’andazzo randagio e un po’ west-coast dopo le radiazioni, rendeva la guida nella bufera sopportabile.

Ne scrissi ottime cose ma ora non ricordo una parola e per tutti gli anni passati da quei giorni a oggi, non ho mai sentito il bisogno di tornarci e non sono mai riuscito a ricordarne mezza nota; nemmeno Spectre, riscoperta ora e amata con la stessa inerzia di  quei giorni. Però vi giuro che avevo un vuoto. Curioso non trovate? Eppure Dustwalker era ottimo e  probabilmente la miglior cosa che i Fen abbiano fatto fino a qui. Perché sia Carrion Skyes, uscito nel 2014 senza che me ne sia accorto, e l’ultimo Winter ,non mantengono lo stesso livello di equilibrio, genuinità e finezze di scrittura e arrangio.

Pare che i Fen avessero in mente la realizzazione di un maxi-brano o qualcosa del genere. La loro ambizione di allungare la broda è presente dagli inizi ma con l’ultimo lavoro siamo arrivati a toccare livelli quasi insostenibili. Un po’ come i Virgin Steele dei due The House Of Atreus I, sembra che la faccenda gli sia un tantino sfuggita di mano. Sia chiaro, ci sono momenti davvero molto belli e coinvolgenti, ma anche un sacco di fuffa risentita e scontata e una serie di ingredienti messi lì per accrescere l’impatto emotivo ma che intasano e appesantiscono soltanto il travaglio dell’ascoltatore. Ci sarebbe voluto un ingegnere del suono con le palle tetragonali per uscirne vivi e dieci anni di lavoro ma loro se ne sono fregati e hanno affidato ‘sta melassa a Jamie Arellano (quello che ha prodotto il primo dei Ghost) che visti i risultati non deve aver avuto gran tempo e mezzi.

Winter non è male ma non il capolavoro che i Fen sperano di aver realizzato. Di sicuro rispecchia l’andazzo generale in tutto l’underground metal degli ultimi tempi. Tra una decina d’anni a risentirlo, le generazioni successive alla nostra avranno una gran pietà di noi per come ci stavamo lasciando piallare i coglioni dalle band metal europee.

Basta con i brani troppo lunghi! Bisognerebbe mettere un limite al minutaggio: non più di 5 minuti a pezzo in ogni album metal autoprodotto per i prossimi cinque anni. Pezzo lungo non sempre significa wow capolavoro! Oggi è piuttosto convenzionale e à la page fare un disco come Winter. Considerando i tempi di fruizione a cui il pubblico di internet è abituato direi che ci vorrebbe una viscerale e irrevocabile necessità creativa, una trans visionaria degna dei Pink Floyd in acido o non ha senso. Questi tizi invece ancora prima di mettere giù un’idea si sono detti: ok, facciamo un disco lunghissimo e sfiniamo il mondo!

Penso alla faccia dei poveri recensori delle maggiori webzines, costretti a scrivere di Winter dopo appena un paio di ascolti frettolosi. Pare che un paio di soldatini di Metalitalia si siano rotti un braccio appositamente per tirarsene indietro. Gli altri hanno optato per ciò che sembra di primo acchito: un gran disco!!! Devono essersi affidati all’aspetto superficiale, vistoso, da capolavoro tormentato, intellettuale e geniale. Del tipo, ok ok, ci arrendiamo, siete dei grandi artisti, del resto rompete i coglioni come quelli veri, di artisti!

Ma per un buon 40 per cento, ve lo dico io che non ho sentito praticamente altro da due settimane, questo Winter, una volta diradata la fumeca autoriale e venute a galla le ossature dei brani, è soprattutto un album chiattone, frustrato e prevedibile.

E sfibrante! E così zeppo di arpeggi prog, riff pop, urla e disperazione che almeno io avrei fatto il pieno con il post-black. Adesso mi sentirò glam anni 80 fino a settembre, come minimo.

Cari Fen, rilassatevi un attimo, spostate il culo da quelle cazzo di Fens, che vi deprimono a merda e andatevene a Brighton per il prossimo album.

Ah, non vi azzardate a far dischi prima del 2021, chiaro? Qui la nostra memory card è intasata e calcificata come la sacca scrotale di Peter North.

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