La Truebrica del fantino Recensioni

Da vecchi cimiteri catodici… gli Entombed!

Avevo 14 anni la prima volta che riuscii a rimanere in piedi davanti alla TV fino a mezzanotte senza che mia madre mi rompesse i coglioni. Era per vedere la trasmissione di Videomusic dedicata all’heavy metal. Non si chiamava ancora Sgrang ma Hard ‘n’ Heavy e, come sigla, aveva un mash up di Jesus Christ Pose dei Soundgarden mescolato con l’inizio di The Unforgiven dei Metallica. A dirlo così pare ridicolo ma credetemi: era proprio una ficata.

I video di quella puntata (che registrai su una vecchia VHS) furono una gran delusione: io mi aspettavo chissà cosa e invece era la solita roba che passavano in rotazione durante il giorno concentrata però in poco più di cinquanta minuti: c’era l’hair metal agli sgoccioli – Firehouse, Kix, Kingdom Come – poi Danzig con Dirty Black Summer; Enter Sandman dei Metallica e gli Extreme già in caduta libera dopo il successo planetario di Pornograffiti. Ma ecco che, quando mancavano cinque minuti all’una e c’era giusto il tempo per un ultimo video partì qualcosa a cui non ero minimamente preparato. Se mi piacque? Non proprio. Diciamo pure che mi sconvolse e solo la terza volta che rividi il clip iniziai a trovarlo ganzo.

Era una cosa amatoriale: in montaggio alternato c’era la band all’interno di un locale schifoso, sagome nere che si azzuffavano davanti al piccolo palco in un greve rallenty e poi stacco sull’headbanging solenne dei chitarristi in contesti estranei (ehm… tipo che erano in camera loro). A tutto ciò si avvicendavano immagini tratte da Quella villa accanto al cimitero di Lucio Fulci, cosa che mi fece pensare si trattasse per forza di un gruppo italiano visto che nel 1992 non erano ancora arrivati gli apprezzamenti internazionali e il regista romano sonnecchiava di diabete nella sua villa, lasciato a impolverarsi come i suoi film di zombie nelle videoteche di inizio anni 90. Invece in Svezia la tetralogia gore di Fulcione mandava ai pazzi un pugno di giovinastri: si facevano chiamare Entombed, il brano del videoclip era Left Hand Path e da quella notte, cinque minuti all’una dell’anno 1992, la mia vita cambiò.

Non solo il video era amatoriale, anche il modo di suonare di quei pischelli era impresentabile: il batterista andava spesso fuori tempo e gli assoli erano claudicanti e a tratti stonati. Suonavo la chitarra da quasi un anno, quindi la prima cosa che feci fu prendere la mia Yamaha RGX e abbassarne il più possibile la tonalità, alzare a mille i medi del mio amplificatorino Samick e ricreare così una parodia di quel suono brodoloso e agonizzante.

Con i loro assoli gli Entombed rompevano ogni barriera possibile tra il mondo del metal e l’accademia riccardona di Steve Vai. Erano delle pippe come me, avevano due o tre anni di più e incidevano dischi ispirandosi agli stessi film che avevo in fiera esposizione su uno scaffale della mia cameretta. Cazzo, finalmente mi sentii rappresentato! Suonavano una cosa mai sentita e il cantante vomitava frasi incomprensibili dal microfono. Che era quella roba? Era death metal, ok.

E il death metal era il punk dei metallari.

Nel 1992, dalle mie parti (la poco ridente Vetralla, Viterbo) non era così semplice procurarsi un disco come Left Hand Path; provai a ordinarlo nel negozio di audiovideo vicino casa ma quelli non sapevano neanche procurarmi i primi album dei Black Sabbath, figurarsi gli Entombed! Così dovetti accontentarmi del videoclip sulla VHS. Lo rividi così tante volte da imparare a memoria la successione delle immagini: soprattutto il finale con la camminata “bogartiana” di tutta la band che si allontana verso un orizzonte plumbeo. I video death metal erano pieni di gente capellona che camminava in semicerchio o che sostava dentro a qualche cimitero. Se oggi la cosa fa ridere allora era una ficata e anche io volevo farmi crescere i capelli, comprarmi una giacca di pelle e trovare altri capelloni dinoccolati con cui camminare verso lo sfondo sgranato di una pellicola cimiteriale 8 millimetri.

Intanto che crescevo con questa passione (per i cimiteri, il death metal, le professoresse coscione e il Necronomicon) anche il metal estremo cresceva. E ancora prima che potessi ascoltare l’intero album Left Hand Path  ecco che gli Entombed avevano già fatto uscire Clandestine. Lo scoprii leggendo il secondo speciale del Marzorati dedicato all’horror rock sul Terzo Almanacco Della Paura di Dylan Dog (quello dedicato ai vampiri, ricordate?). Nonostante fosse il batterista Nicke Andersson a cantare (dato che Go-Go-Goran Petrov aveva lasciato a sorpresa la band) secondo il Marzorati c’era un evidente miglioramento tecnico e d’assemblaggio compositivo. Quindi erano diventati bravi in poco tempo e, tenendo presente i disastrati presupposti dell’esordio, c’era speranza per chiunque. La cosa mi incoraggiò a dannarmi ancora sulla chitarra nonostante suonassi da quasi due anni e non riuscissi a ripetere nemmeno il riff di Back In Black due volte di seguito senza incasinarmi sulla pentatonica tra un accordo e l’altro. Però il ritornello di Left Hand Path mi veniva abbastanza bene e l’aria malevola che tirava in quel pezzo avrei tanto voluto riproporla in un brano scritto da me, magari dedicato al film Spiritika.

Dalla fine del 1993, a poco a poco, nell’angolino dei dischi hard rock e metal del negozio di audiovideo vicino casa, iniziarono a spuntare nomi impensabili fino a pochi mesi prima: c’erano gli Obituary, i Morbid Angel, i Death, i Pestilence! Cazzo, non potevo crederci! Quanto mi piacevano quelle copertine, sembravano incubi a metà tra un’autopsia finita in bisboccia e Lovecraft sotto acido; roba che mi esaltava anche se nessuno dei miei amici, nemmeno i più convinti sostenitori degli Slayer la capiva, e spesso ero costretto a togliere The End Complete degli Obituary dallo stereo della mia cameretta per non beccarmi qualche calcio nel culo. Fu l’unico disco puramente death che riuscii a procurarmi. Me lo mettevo in cuffia e passeggiavo tra le tombe del cimitero del paese con i miei capelli lunghi al vento e la giacca di pelle. Mi sentivo soddisfatto, sebbene nessuno fosse stato abbastanza scemo da mettersi al mio fianco e tenermi compagnia. Ricordo che non arrivai mai a depredare personalmente cadaveri ma collezionai tutti gli articoli locali sulle violazioni di tombe e riti satanici, piuttosto frequenti in quegli anni.

Nel 1993 fu la volta di Wolverine Blues, con il ritorno di Petrov alla voce. Su un intervista di Metal Shock! il giornalista anticipava che il death metal non sarebbe stato lo stesso dopo quel lavoro e che il merito (o la colpa) era degli Entombed i quali avevano preso una strada inimmaginabile, “di sicuro non ritorno e forse senza nemmeno l’uscita”.

Era vero, sarebbero cambiate le cose ma non per via della band svedese. Era il genere stesso che stava irrancidendo. Gli Entombed erano stati tra i primi a forgiarne il suono e furono i primi a stancarsene virando gradualmente (ma neanche tanto) verso una specie di hard metal punk che fu ribattezzato death’n’roll, in barba ai puristi che già mugugnavano dopo aver sentito le prime dichiarazioni poco chiare della band uscite in quel periodo. Wolverine Blues infatti fu per gli Entombed una sorta di lettera d’addio al genere, troppo lunga e per nulla commovente. Oggi mi rendo conto che quel disco fu uno dei più originali e significativi degli anni 90 ma sarei un bugiardo se dicessi che lo amai subito.

La mia fissazione per gli Entombed non finì con l’ascolto di Wolverine Blues, dato che al tempo non riuscii a sentire nemmeno quello. No, fu qualche anno dopo e sempre grazie a un video. La trasmissione stavolta era su MTV, nel 1997. Il mastodonte psico-catodico era giunto in Italia per frollare altra “carne ciofane”, accomodandosi sul canale di Rete A. C’era un programma dedicato al rock, si intitolava Superruock! e su un letto c’era una baldraccona che introduceva in inglese e senza sottotitoli le nuove sensations del mondo del rock duro. Quindi vai con i Marilyn Manson e i Prodigy, i Nine Inch Nails e altra roba alternativa di cui non ricordo davvero più il nome. Quando a un certo punto lessi Entombed se non altro provai un piacevole senso di familiarità ma il video tratto dal loro nuovo album: DCLXVI: To Ride Shoot Straight and Speak the Truth fu una cosa abominevole. Non tanto la canzone in sé, il video cazzo! Era amatoriale ma stavolta solo per finta, con un Petrov in bermuda e la sua birrosa pancia all’aria che correva sulla spiaggia e poi se ne andava sulle giostre tutto contento come un imbecille. La musica era un rocketto senza infamia, figuriamoci!

Non mi sono mai del tutto ripreso da una simile oscenità. Pensai che fosse un tradimento degli Entombed alla causa del metal estremo ma col tempo scoprii che, dopo il 1993, una grossa label aveva provato a lucrare sul piccolo e portentoso mercato underground del metal estremo mettendo le grinfie su molti dei gruppi più fichi della scuderia Earache.

Non fu però la fetida Columbia a rovinare quei gruppi: lo fecero i gruppi stessi, con le proprie mani. Napalm Death, Carcass, Godflesh videro arrivare il successo, la fama e invece che vomitargli contro tutta la propria rabbia cannibale si moderarono e si alleggerirono, tradendo l’essenza del proprio sound. Ne uscirono malconci, irriconoscibili e molto depressi. Ci volle qualche anno e la “poseurizzazione” delle band black metal, prima di rivedere il death, il grind e numerose sottoramificazioni ultraviolente ricominciare una defecazione pustolosa sulle piaghe da decubito del vecchio e annichilito rock and roll. Ma non fu più la stessa cosa. (Continua…)

 

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