La Truebrica del fantino Recensioni

Exodus – Sangue, sudore e amfetamine! – Speciale prima parte

Capitolo 1 – Si scrive Exodus, si legge Excess Does

Exodus. Per qualche tempo ho pensato avessero preso il nome da quel film di guerra del 1960. Non ho mai creduto che fossero partiti dalla Bibbia, quei cinque ragazzetti dall’aria angelica e le loro scarpe da ginnastica, gli stivaletti in finta pelle e i giacchetti jeans macchiati del sangue dei loro sostenitori. Exodus era solo un nome, gli piaceva e l’hanno preso. Esodo in massa di tutti i giovani metallari più debosciati di San Francisco in casa tua, dove Baloff e la sua mazza da baseball avrebbero deciso il destino dei tuoi mobili, del tuo televisore e soprattutto della tua acconciatura alla Motlicru. Dannato poser, muori! Insomma, sentite qui:

get in our way and we’re going to take your life
kick in your face and rape and murder your wife
plunder your town your homes they’ll burn to the ground
you won’t hear a sound until my knife’s in your back
the exodus attack

Avete capito? Questi arrivavano per farvi il culo e per un periodo della loro storia, soprattutto dopo che quel pischello con i baffetti latini, Kirk Hammett, se ne andò con i Metallica, diventarono in tutto e per tutto ciò di cui cantavano. Una lezione di violenza, un comandamento metallico, una congrega di piranha umanoidi in giro per la baia. Non c’era da scherzare con loro. Ogni esibizione significava “na spremuta de sangue” sul palco e fuori.

Gli “Exodudes”, come la band stessa chiamava il proprio seguito era un piccolo esercito di scellerati pronto a tributare un bel po’ di emoglobina alla causa e non ci sarebbero stati cazzi. Se non eri pronto per quel gran macello ti conveniva stare a casa o andartene al concerto dei Ratt!

Ci ha pensato Hunting, batterista della band a giorni alterni, nervi permettendo, che dopo anni ha dato un senso alla scelta del nome Esodo, esemplificandolo come Excess Does.

Non voglio aggiungere nulla sull’album d’esordio e la sua lunga gestazione, soltanto sottolineare che quello di cui parla è vero da cima a fondo e che se la band dopo è cambiata, l’ha fatto per sopravvivere; perché se avessero proseguito sulla via del “Bonded By Blood come se non ci fosse un domani” l’impatto sarebbe stato ancora più imminente del 1990 e tutti oggi descriveremmo con rammarico e tanta retorica il più favoloso disastro sanguinario del thrash metal.

Capitolo 2 – Continuiamo a volerlo al sangue

 

E’ da poco uscito, per conto della Capitol Records, il quinto lavoro in studio degli Exodus, Force Of Habit: speriamo che sia la volta buona! Per una ragione o per un’altra, gli Exodus non sono mai riusciti a salire su quel treno sempre in corsa chiamato successo e, nonostante il duro lavoro e l’impegno, il quintetto più famoso della Bay Area si rende conto di giocarsi probabilmente l’ultima possibilità di tentare la scalata che a tanti loro compagni (Metallica, Megadeth, Testament) è riuscita.(cit. – Nicola Guglielmi, HM 1992)

Oggi dischi come Pleasure Of The Flesh o Fabulous Disaster sono considerati classici intoccabili e tanta spuma rossa in byte scorrerebbe ancora se qualcuno entrasse su un forum metalzinaro e li smerdasse. Negli anni in cui quegli album uscirono però non era mica così…

La storia degli Exodus è per molti versi simile a quella dei Testament. Entrambe le band attraversarono gli anni 90 in una lunga zona d’ombra. Ogni loro uscita doveva vedersela sia con il loro esordio irripetibile che con le inarrivabili cifre di vendita dei Metallica. In effetti per tutte le band che oggi sono intoccabili anfitrioni del thrash (Anthrax, Megadeth, metteteci chi volete) allora era solo una corsa senza speranza di seguito al duo Hetfield/Ulrich. Dischi tipo The New Order o Impact Is Imminent non erano sufficienti per gli standard e le aspettative di un pubblico viziatissimo dalla quantità e soprattutto la qualità delle uscite. Solo ora c’è gente che tributa omaggi incondizionati a roba tipo Force Of Habit o The Ritual ma negli anni 90 questi due dischi (e potrei citarvene molti altri) erano solo le imbarazzanti ed evitabilissime risposte al Black Album.

Gli Exodus forse rappresentano meglio di tanti altri la band sfigata del metal. Partirono alla pari con i Metallica, inventarono il thrash sound quando ancora nomi che poi avrebbero scritto i capolavori del genere facevano solo cover dei Venom e Maiden. Però ecco che si persero e confusero nella fiumana degli epigoni della stessa tendenza che avevano contribuito a creare.

Bonded By Blood era una versione personalissima di quello che avrebbe dovuto essere un sacrificio copioso di ciccia manza al dio del rasoio. C’era una specie di liturgia, una solenne follia dietro le strofe berciate da quel matto di Baloff. Gary Holt impastava su giri di chitarra alla Motorhead,  cavalloni esoterici alla Mercyful Fate e tutto di quell’album trasuda un succo di acido corrosivissimo che dalle orecchie finisce nell’esofago di una nuova generazione di sballati affascinati dalla violenza tout court.

In effetti il messaggio di Bonded era proprio quello di uccidere, massacrare, stuprare per il gusto di farlo e solo la parentesi And Then There Were None concede un po’ di spazio alla minaccia politico-sociale del nucleare e al buon senno dell’autoconservazione. Ma pare quasi che anche tra le rime di quel testo Baloff tenti di camuffare un segreto compiacimento mentre elenca i particolari più raccapriccianti della fine estrema a cui in quegli anni la razza umana rischia di essere destinata.

In effetti la parentesi del brano citato stride quasi quanto il piccolo intermezzo acustico di No Love, dove una chitarra fraseggia “alla barocca” per una manciata di secondi.

A pensarci bene però la tematica sociale e la parentesi da conservatorio, in quel lago di caos e pestaggi sono tipici del metallo. Sin da quando è nato, l’heavy metal ha giocato su questa ambivalenza: sembriamo trogloditi metropolitani ma non ci sottovalutate, sappiamo leggere la musica, conosciamo Albinoni e se vogliamo vi scriviamo canzoni d’amore  esistenzialiste da fare il culo a tutti i vostri James Taylor.

Gli Exodus già in Bonded e successivamente in Pleasure si sono divertiti a spiazzare con questi intermezzi di chitarra impeccabili e via via una vena nei testi sempre più seria e profonda, al punto che già dopo tre album erano passati dallo spappolamento di teste come agrumi maturi alla denuncia inviperita del degrado nei quartieri poveri cittadini e la corruzione politica, l’inadeguatezza del sistema carcerario e l’alienazione sociale.

C’è una cosa che non si è abbastanza sottolineata riguardo gli Exodus: la bravura di Gary Holt nello scrivere testi e la figaggine delle tematiche scelte ogni volta. Non è un caso che in molte interviste, venisse chiesto alla band di illustrare uno per uno i contenuti delle canzoni.

Su questo piano gli Exodus possono competere sia con i Metallica che gli Slayer e in effetti come visione poetica (se vogliamo usare l’espressione) si collocano nel mezzo di questi due “pilastroni”. Parlano di scandali politici e dittature, droga e serial killer, sviluppando un sentimento antireligioso un po’ in ritardo ma a livelli di ferocia e sarcasmo non sono da meno al black metal nordico.

Se si riprendono i primi cinque dischi degli Exodus è possibile rivivere la storia americana e internazionale a cavallo tra gli anni 80 e 90. Tra un Valzer Tossico e una Parata Lunatica la band affronta Ceausescu e Saddam Hussein, l’Irongate (chi se lo ricorda?) gli yuppies e il crack, inanellando anche tutta una serie di ritratti sociali fatti in modo spassoso e a dir poco “muriatico”.

Ovviamente in questo percorso, tutta la vecchia lezione di violenza appiccata nel primo disco si stempera fino a diventare un’innocua fiammella in Force Of Habit (Feeding Time At The Zoo) ma oggi più di ieri il declino mostra attenuanti e scuse accettabilissime.

Capitolo 3 – Morire per l’arte o sopravvivere con l’arte

Quando uscì Pleasure Of The Flesh, troppo in ritardo rispetto alla temperatura del chiodo da battere, con un cantante apparentemente sbagliato e una produzione troppo ripulita e omologata al confronto di Bonded… molti diedero la band per finita. Ci fu anche chi attribuì ogni merito per la qualità del primo disco a Hammet e Baloff, trattando il gruppo come un residuato incapace di gestire un’eredità troppo pesante. Inutile puntualizzare che a dare quella direzione cattiva e selvaggia al sound degli Exodus era stato Holt e se le cose non andarono più come nell’incipit fu perché quel disco puntava dritto all’altro mondo e quei ragazzi non volevano finirci sul serio.

Fabulous Disaster smentì in parte gli sfiduciati e i criticoni riportando la band un po’ più in alto. Non si tratta di un disco imprescindibile secondo me, anche se è probabilmente la miglior cosa che i primi Exodus abbiano fatto dopo Bonded By Blood. Ci sono grandi canzoni thrash e soprattutto un entusiasmo maggiore rispetto a Pleasure… (che invece appare ancora oggi come un lavoro pervaso di malinconia e frustrazione).

Poi si sa, il riscontro positivo di Fabolous Disaster (e soprattutto il successivo tour organizzato da Headbangers Ball) portarono il gruppo allo sfacelo esistenziale e commerciale ma lo schianto non registrò morti, almeno non subito.

Durante il tour di Fabulous… gli Exodus si ritrovarono in una situazione bizzarra. Di punto in bianco c’era un sacco di fica per loro e il pubblico cresceva e cresceva. Iniziavano pure a vedersi dei soldi e, insomma, sembrava lecito iniziare a crederci sul serio di svoltare, cazzo. Peccato che la Capitol non la pensasse allo stesso modo e così la band sborsò di tasca propria una grossa quantità di moneta per incidere Impact Is Imminent (accolto malissimo dalla critica e ignorato dal pubblico) e poi Force Of Habit (considerato ancora oggi come il disco del tradimento alla causa del thrash).

Capitolo 4 – E poi tutto andò storto

Cosa andò storto dopo Force Of Habit? Vuoi dire cosa andò storto prima! Anche il disco precedente non era andato bene. Ci abbiamo rimesso tonnellate di denaro, con cui la casa discografica non fece nulla per promuoverli, e il risultato è stato che siamo rimasti senza un soldo e ci siamo separati dalla Capitol. Quei due album si può dire che abbiano ucciso la band. Sarebbe stato meglio che la Capitol ci avesse scaricati prima, avremmo evitato di farli. (Cit. – Gary Holt, Metal Shock 1997)

Bisogna parlare un po’ più diffusamente di questi due album. Personalmente li amo. Ho un gusto debosciato a ripassarmeli di tanto in tanto, pensando a quanto siano intrisi di speranze poi disattese.

Impact Is Imminent è piatto, poco ispirato e ripetitivo, in apparenza.

Force Of Habit è pretenzioso, ambizioso e un po’ patetico, almeno per chi continua a vederlo come il Black Album di terza categoria che per certi versi (per carità lo ammetto) si ritrovò a essere.

In realtà l’energia e il tiro di Impact… si rivelano dopo ripetuti ascolti. Quell’album risente molto della direzione “intrugliata” dei Metallica di And Justice… e ammette la deriva sterile e sfatta raggiunta dal thrash all’inizio degli anni 90, però è un lavoro che qualcosa da dire ce l’avrebbe. I testi sono eccessivamente lunghi ma pungenti e vivaci. Zetro per farli entrare a forza nello spazio dei riff fu costretto quasi a rapparli come una furia. E poi il sound, gestito in casa dagli Exodus stessi, era probabilmente migliore di tanta altra roba in giro allora. La batteria riverberata è ancora adesso ingiustificabile ma solo dal 1991-92 il metallo estremo ha capito la lezione di Rubin e Reign In Blood su come registrare le percussioni, quindi meglio non si poteva pretendere, dai. C’è anche una tiratona pro-mosh (col brano Thrash Under Preassure) in cui la band denuncia la tendenza generalizzata da parte di etichette e gruppi vari a rinnegare il genere. Il brano è molto divertente e la canta tutta sull’argomento. Curiosamente è la chiusa degli Exodus stessi, orgogliosi quanto si vuole ma sonoramente incoerenti, visto cosa avrebbero combinato dal successivo Force Of Habit.

L’album è prodotto di superlusso, la band assolda Tsanganidas (quello dei Black Sabbath con Dio (vogliamo davvero chiamarli gli Heaven And Hell) e di Painkiller, per capirci) il quale però non capiva una ceppa di thrash e soprattutto di Exodus. I brani erano più incentrati sul groove (il termine iniziava ad andare di moda nelle interviste, un tormentone che oggi si è riperpetrato con il cosiddetto vibe) e su un solo riff portante. Forma canzone, come insegnavano i Metallica a quei tempi:

IL riff

IL ritornello e…

L’assolo.

Per carità, è legittimo. Nei primi quattro dischi di tutte le maggiori thrash metal band ci furono decine e decine di riff, riffettini, riffettoni e molti davvero incredibili. Quell’abbondanza fu anche uno spreco: rappresentarono un madornale sperpero di idee istigato dalla fertilissima vena di James Hetfield, a cui Mustaine, Benante e tutti gli altri ragazzi irresistibili di quella generazione metallurgica tentarono di tener dietro. E quando James Beer il baffone si dichiarò stanco e ridusse la produzione di riff, gli altri lo imitarono con un senso di sollievo enorme.

A partire dal 1990 tutti dovettero fare i conti con il nuovo cammino hard rock dei Metallica. E dopo essersi contrapposti per dieci anni, le glam metal e thrash band si uniformarono nell’intento. Nomi come Dokken, Motley Crue e Warrant condensarono lo stile attorno a un riffone battente e “percusse roboanti”; viceversa tipi come i Nuclear Assault, Testament e Megadeth si alleggerirono e melodizzarono. Risultato? Un brano come One Foot In The Grave degli Exodus avrebbero potuto inciderlo gli Skid Row.

Abbiamo intrapreso una nuova strada nel songwriting: niente più velocità assurde e insensate. Sai, suonare a quelle velocità ci faceva perdere parecchio in termini di impatto e potenza. Finalmente abbiamo capito quale fosse il nostro punto debole. Il nostro obbiettivo non era quello di colpire l’ascoltatore cento volte ma di colpirlo dieci volte con una potenza cento volte più grande! (Cit. – Rick Hunolt)

To be continued…

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