La Truebrica del fantino Recensioni

ARCH ENEMY – STORIA DI UNA BAND CHE ERA UN PROGETTO E CHE DIVENNE UNA BAND

Dedicato alla memoria del giornalista e critico metallaro Simone Sacco (2003-2012) fonte di ispirazione per questo mio articolo

…No, non è morto ma come giornalista e critico metallaro ha cessato rigorosamente di esistere a ridosso dell’apocalisse Maya, quindi… in un certo senso, la piccola parte di lui che non c’è più riposi bene in pace.

PRIMA PARTE – OGNI FINE UN NUOVO INIZIO

SPIRITUAL ENEMY O ARCH BEGGARS O SPIRITUAL ARCH O BEGGARS ENEMY O…

Ho sempre guardato (e ascoltato) con un certo sospetto gli Spiritual Beggars. E per molto tempo ho guardato (e ascoltato) gli Arch Enemy con notevole sospetto.

Riparlerò dei primi in futuro,  ciò che ho detto di loro non deve essere preso come un giudizio negativo. Ho molte cose buone da dire sui Beggars ma qui e ora voglio occuparmi di Arch Enemy.

Lasciatemi dire che questa cosa di sospettare degli Spiritual Beggars a prescindere è abbastanza normale perché il loro leader e fondatore è nato e si è affermato artisticamente PRIMA con un genere musicale lontano eoni lovecraftiani da quello stoner rock hard blues inquieto.

Michael Amott è un deathster della prima ora. Lo sappiamo tutti. Ragazzo padre dei Carnage (più tardi Dismember) e poi elemento decisivo nei Carcass quasi-commerciali (ironic!): cosa poteva combinarci con gli spinelli e i calzoni a zampa d’elefante?

E infatti poco tempo dopo la nascita del suo progetto vintage rock, ecco che ha messo insieme anche gli Arch Enemy, un gruppo ben più vicino al suo background; per quanto la proposta si sia rivelata, fin da Black Earth, piuttosto leggera rispetto a Necroticism… e Heatwork.

Però se invece di essere un personaggio cardine nella storia del death metal Amott avesse cominciato dallo stoner, di sicuro io avrei deriso e sbertucciato a non finire i suoi Arch Enemy.

Come prendereste un progetto gind di Wyndorf dei Monster Magnet? Penso alla stregua della riabilitazione dark country di Nergal e i suoi Man qualche cosa.

In realtà ci affezioniamo a un’idea precisa di un artista e non gli permettiamo tanto facilmente di cambiarcela sotto al naso.

Sasha Grey che voleva fare la scrittrice di racconti per bambini dopo essere andata in pensione dal porno? Non ditemi che avete pensato: ma certo, è naturale che voglia buttarsi sulla pedoletteratura dopo tutte le altre perversioni! Non sia mai! Arrestatela, se solo ci prova!

Giorgio Faletti che da comico diventò scrittore di best-seller gialli? Una bufala! Doveva esserci un altro dietro quelle pagine così leggibili, avete detto.

E invece dobbiamo metterci l’anima in pace: a volte gli artisti sono eclettici e desiderano nutrire distintamente più nature creative; e se ci riescono ottenendo buoni risultati, che male c’è?

MICHAEL AMOTT:  UNA CREATIVITA’ A COMPARTIMENTI STAGNI

Vorrei specificare che per conto mio Michael Amott è riuscito negli ultimi vent’anni a tirare avanti due progetti molto impegnativi e di aver realizzato da entrambe le parti dei super-dischi.

Mi sono sempre domandato cosa sarebbe uscito fuori se avesse concentrato le sue energie su una sola creatura; ma non ha molto senso. Più che altro sa un po’ di schizofrenia, la sua scelta di suddividersi in entità creative così diversificate. Sei mesi a scapocciare e scrivere testi depressivi e nichilisti con l’accordatura in SI. Sei mesi con la bandana di Uli Jon Roth e giù canne, King Sun e Holy Mountain e vai di magia spirituale…

Sembra quasi bigamia artistica, non trovate? Io non riuscivo ad accettarla. Ma era colpa mia. Chi lo dice che per essere sincero come artista devi dedicarti a una sola band? Se fosse così, ogni disco dei Kiss sarebbe genuino.

Ma qui parliamo degli Arch Enemy, da ora in poi ci concentreremo quasi esclusivamente su di loro, però qualsiasi cosa io racconterò e commenterò, non dimenticate (e spero di non farlo anche io) che Ammottino il rosso nel mentre teneva in piedi i Beggars. E non è stata una passeggiata. Prendete Peter Tagtgren, tra Hypocrisy e Pain e ditemi voi.

FROM CARCASS TO ASTRA TO CARCASS

Dopo i Carcass nascono subito gli Spiritual Beggars. Amott stesso ammette oggi che al momento di fondarla, quella fosse la band più lontana in assoluto da quanto praticato da lui fino a lì, una vera reazione programmatica al mondo che desiderava lasciarsi alle spalle e dichiararne la sua maturata diversità: era la sola tipologia di esperienza sonora che potesse ancora consentirgli di andare avanti come musicista. Se non avesse avuto la possibilità di reinventarsi in un ambito nuovo, agli antipodi, avrebbe smesso. O Death o niente? Allora, niente.

Michael era così stufo, nauseato da dieci anni di immersione perenne nel tessuto sottocutaneo musicale più estremo – passato a cibarsi di pane svervegese e tapetrading, viaggiando e traslocando dalla Svezia all’Inghilterra pur di realizzare qualcosa di concreto.

Era talmente sazio che andarsene dai Carcass, (dico i Carcass!) all’indomani dell’uscita di Heartwork (dico Heartwork!) e con un super-contratto discografico della Sony (dico la Sony!) era la sola cosa da fare per non creparsi addosso.

In realtà, anche Walker e Steer e Owen erano un pelino esauriti. Si lamentavano di continuo tra loro dello show biz e pensavano che ogni cosa riguardante la scena estrema fosse ormai diventata una merda.

In più, Michael non era neanche così orgoglioso di Heartwork. Lo considerava un mezzo fallimento, pur avendolo composto lui per il 40%.

Il 40%, cazzo!

Oggi Mick dice che se fosse stato un po’ più maturo sarebbe rimasto al suo posto nei Carcass ma allora era un tipo pronto a sfanculare tutto e tutti e poi è facile dirlo a distanza di così tanti anni. Allora mollò ed ecco ora di cosa stiamo parlando.

Dopo due anni a giocare di stoner, Amott iniziò a sentire di nuovo tra le dita un certo formicolio. Come prendeva la chitarra, proprio senza alcuno sforzo, gli cascavano in terra decine di meravigliosi riff death metal; spuntavano via dai polpastrelli come funghi dopo un acquazzone autunnale.

Inoltre, (perché fingere di non pensarci?) c’era un sacco di roba messa via dai tempi dei Carcass e a riascoltarla veniva fuori la sensazione che fosse mica male. Perché non tirarne fuori un album con i contro-intestini, magari assieme a Christopher, il fratellino di Mick, anche lui chitarrista? Loro due in coppia erano fortissimi. Bastava coinvolgere qualche vecchio amico della scena e completare la formazione. Insomma non fatemi fare Classix Metal! Non devo dirvi io come andò.

LA “PESSIMA” ANNATA DEATH METAL DEL 1996

Gli Arch Enemy nacquero come super-gruppo da una botta e via, e quando uscì Black Earth le cose funzionarono così così: la critica esultò illudendosi di aver sentito il vero, possibile e necessario prosecutore del discorso di Heartwork; il pubblico europeo lo ignorò.

In effetti l’esordio degli Enemy era roba mica male. Sempre meglio di quella caccherella stitica e bruttina di Swansong (non lo penso io) e tanto meno il progetto hippie metal Blackstar di Walker/Owen. (Che non era malaccio, secondo me)

Black Earth, era… cazzo, death melodico di gran classe! Però uscì nel 1996.

Tre anni di troppo, porcaputtana.

I dischi si vendevano (eccome nel 1996) ma se ne ascoltavano di meno rispetto a oggi. Nonostante le recensioni positive la gente finì per spendere la paghetta natalizia sul nuovo dei Metallica, Marilyn Manson, Pantera, My Dying Bride, Tool, Type O’ Negative

E in ambito death melodico, chi c’era?

Beh, chi non c’era! Concorrenza tremenda, pure lì: Crimson degli Edge Of Sanity, The Jester Race degli In Flames, Elegy degli Amorphis

Black Earth era un buon lavoro ma rispetto a tutti questi nomi (e molti altri che ora non vi cito altrimenti facciamo notte) non poteva competere.

Inoltre la gran quantità di melodia presente tra un riff alla Carcass/Heartwork e l’altro, spingeva tanti a rivolgere sguardi obliqui al cd sugli scaffali prima di allungare una mano.

Jeff Walker poi non perse occasione di smerdarlo e pensandoci bene non gli si può dare torto.

Era più o meno la cosa che pensavano tutti i metallari delusi dai Carcass ma ancor più delusi dal voltafaccia di Amott.

JEFF WALKER E QUELLA MERDA DI ARCH ENEMY

Jeff Walker, prima di mettersi al lavoro su Swansong, avrebbe voluto fare un disco brutale, senza compromessi. Una roba alla Necroticism/Sickness giusto per sfogare la tensione accumulata in quegli ultimi tempi e mandare a cagare le polemiche, i sospetti della scena riguardo l’approdo dei Carcass alla Sony e così via.

Bill Steer però non era mica tanto d’accordo. Non che volesse fare la fine dei Metallica, ma era stufo di suonare con quelle chitarre accordate bassissime, sovraincidendo diciotto volte ogni riff… Sarebbe stato meglio cambiare un po’. Alleggerirsi, fare una cosa più alla vecchia maniera.

Walker: “Quale vecchia maniera? Tipo Celtic Frost?”

Steer: No, tipo Grand Funk Railroad, cazzo!

Walker: Ehm… o…k…

Jeff decise di accontentarlo e venne fuori appunto Swansong, un lavoro che aveva scontentato TUTTI, rifiutato dalla Sony, che chiedeva solo ai Carcass di fare i Carcass. Uscì postumo e con l’ormai detestata Earache. Il gruppo si sciolse prima e non si sprecò nemmeno a promuoverlo. L’album praticamente fu un fiasco. Negli anni 90 si diceva che era Class Metal con la voce growl.

Walker era incazzatissimo a riguardo. Anche nel 2008 pare non perdesse occasione durante i live con la formazione storica, di insultare un po’ il pubblico che ci aveva messo 20 anni per capire Swansong. Dodici anni prima doveva sentirsi anche più amareggiato verso il mondo. E a quel punto arrivava Amott caldo caldo, che si ricordava di essere un deathster e si prendeva l’eredità dei Carcass sperando di mangiarci sopra?

Col cazzo!

Questo deve aver pensato Jeff. Ma c’è una cosa:

Nel 1996, probabilmente, neanche i Carcass con la medesima formazione di Heartwork avrebbero venduto granché: il mondo metal era stufo del grind e del Death, semplicemente. In ambito estremo andava il black e della vecchia scuola svedese vendeva solo chi si contaminava con altri generi tipo rock, doom, goth… misteriosamente solo i Morbid Angel continuavano a piacere, facendo sempre i Morbid Angel.

Va beh…

Però, come sempre, in Giappone la pensavano diversamente e Black Earth fece un gran bel falò. Fu un successone. Abbastanza da spingere l’etichetta a pianificare un altro album e la band a riprovarci.

ESSERE SOLO BIG IN JAPAN…

Gli Amott Bros avevano tentato di promuovere Black Heart anche in Europa ma si erano ritrovati a suonare davanti a poche decine di persone, tutte venute a sentire l’ex chitarra dei Carcass. E reclamando i pezzi di Heartwork e Necroticism, altro che Cosmic Retribution e Dark Insanity.

In Giappone però era un’altra roba. Fiumane di gente in adorazione degli Arch Enemy. Autentico tripudio. Le cose andavano così alla grande che nonostante gli scazzi all’interno di una line-up accartocciata in una serie infinita di litigi, bastavano due o tre concerti da quelle parti per riguadagnare abbastanza denaro e morale da tirare avanti e firmare per la Century Media. (Grazie Luca Bosio per la correzione)

Dopo Black Earth uscirono per la label tedesca Stigmata e Burning Bridges e le cose andarono allo stesso modo: in Japan erano straordinari successi; nel resto del mondo no.

Intanto c’erano sempre gli Spiritual Beggars da mandare avanti e la cosa non era così semplice. Amott continuava a scrivere musica e pubblicare dischi pure con loro ma convintissimo di mancare ogni volta il bersaglio.

Sapeva di aver fondato i Beggars per un motivo preciso ma non era ancora riuscito a capire quale. Di sicuro non era in nessuno dei primi tre album.

Tra le altre cose Michael aveva pure trovato il tempo di entrare nei Candlemass. Oggi nessuno se lo ricorda e per certi versi è quello che anche lui spera. Dactylis Glomerata è il più brutto album della doom band svedese e persino Amott lì in mezzo fa una figura barbina. C’è un’intervista di Fabbam a Leif Edling su Metal Shock ’97 ma non si parla neanche un momento dell’ex-Carcass. Sulla foto è messo in fondo, come un bisteccone qualsiasi.

GLI ARCH ENEMY PRIMA DI ESSERE DAVVERO GLI ARCH ENEMY

Amott non si stanca mai di ripeterlo, specie quando c’è chi invoca ancora i vecchi Arch Enemy e dice di preferirli a quelli con Angela Gossow: erano un progetto, niente di più.

Gli Arch Enemy Mark I, signori del Giappone non erano una vera band. Solo con Angela le cose cambiarono ed è stato grazie a lei, al suo entusiasmo e a tante altre squisitezze (Amott non può dirci dettagliatamente nulla per motivi di pudore) che gli Arch Enemy sono diventati i big di oggi, in occidente, come agli inizi in oriente.

Prima di passare alla Fase Angela, soffermiamoci un altro po’ però su questi primi tre album iniziali. Sono davvero dei capolavori irrinunciabili rispetto a Wages Of Sin o Rise Of The Tyrant?

Direi di no.

Sono di sicuro più estremi e vicini al death metal, ma ad ascoltarli bene neanche tanto. Amott tempera a tal punto la melodia e la violenza che se escludiamo la voce di Liiva, siamo più sul metal metal.

METAL ON METAL!

Sì, lo so, il vero metal ha la voce pulita, possibilmente alla Dickinson o Halford, con l’accordatura in MI e i testi che parlano di cose che piacciono a Ronnie James Dio o alla moglie di Ozzy.

Va bene, ma sono passati così tanti anni e nuovi elementi innovativi, agli inizi, hanno finito poi per trovare una specie di canonizzazione nelle band ortodosse, come il tupattupa e gli armonici artificiali: la voce growl di Liiva non era così faticosa da mandar giù nel 96-98. Si capivano persino le parole che cantava. I riff potevano essere death ma solo per via del sound e del tono basso, altrimenti stavano anche in un disco dei MSG o degli Scorpions di inizio anni 90.

L’IMPORTANZA DI ESSERE MICHAEL

Non è un caso che io citi la musica dei fratelli Schenker, perché i fratelli Amott la venerano da sempre. Entrambi sono patiti dello stile solistico di Michael e dei riff di Rudolf e negli Arch Enemy non hanno mai pensato di battere sul loro terreno i Carcass o magari Chuck Schuldiner. È al metal classico europeo che hanno sempre e solo pensato; con Liiva, Angela o Alissa che dir si voglia. Lagnarsi del cambio di singer è puerile e inutile. La base degli Arch Enemy sono stati sempre i dischi degli Schenker Brothers.

Christopher è anche un patito dei Megadeth e la cosa si avverte spesso, soprattutto nei primi album. Se ascoltate Beast Of Man, c’è l’assolo centrale che è paro paro Hangar 18, e persino Dead Inside comincia con lo stesso giro, tanto per dirne un paio da far cascare le braccia.

Michael invece è proprio motivato a lasciarsi influenzare dal solo maestro degno: Michael Schenker ma chi si concede così tanto al demone della melodia non sa dove possa finire, da Ennio Morricone alla sigla di Gigi la trottola o i Ricchi e Poveri.

Michael somiglia a Schenker ancora da prima che abbia deciso di farlo apposta emulando i connotati del chitarrista tedesco. (Oltre a lui, un altro di cui ammette il legame genetico è John Norum e in effetti My Nemesis è roba proprio da Europe, nel ritornello… ma io sono convinto che il vero padre genetico di Mick sia Andy LaRoche e per certe cose mi ricorda Steve Stevens, figurarsi).

In effetti però Schenker sta a Amott come i Cacophony stanno a Jeff Loomis. La sua scuola è quella.

Michael Amott infatti non è il tipico chitarrista che vuole esagerare con la tecnica. Sa fare di tutto, dal sweep al tapp(erwer)ing, dalle scale rapide agli assoli blues ma quello che gli interessa di più è trasmettere emozioni (come Battisti/Mogol) e questo sa che può riuscirgli solo con le melodie.

Ecco perché si concede (come Schenker docet) dei piccoli intermezzi strumentali in cui la chitarra tutto sommato non esegue chissà cosa, solo una minima sequenza di note ben prese, calde, robuste e tuonanti un motivo che avrebbe anche potuto essere suonato da un violino o da una tromba.

Tra Michael Amott e Michael Schenker c’è il gusto per il barocco e per la forma canzone. Il chitarrista tedesco è soprattutto un grande songwriter. Oltre ad aver firmato i massimi successi degli UFO ha aiutato gli Scorpions con le hit di Lovedrive e se permettete, anche tutti i dischi anni 80 e primi 90 del Michael Schenker Group e MSG sono zeppi di brani stupendi.

Certo, oggi che i chitarristi hanno raggiunto picchi virtuosistici assurdi, è impossibile capire l’impressione che poteva suscitare Michael Schenker nel 1976, fino a poco prima che Van Halen stravolgesse la concezione della chitarra hard rock.

Il tedesco era un’altra roba. Bravo sicuramente ma soprattutto carismatico, epico, wagneriano, se vogliamo. Eddie era un altro grandissimo ma quello che ha iniziato ci ha condotti poi a Steve Vai, a Malmsteen e a tutta la combriccola dei guarda che cosa faccio e non sentire che cosa suono.

Non voglio dire che sia meglio il vecchio Schenker rispetto a Jim Gillette, io li adoro entrambi. Però se volete capire Amott è da Into The Arena, Lights Out, When I’m Gone che dovete partire… e poi le colonne sonore.

COME GLI SCORE-GGIA LA CHITARRA A LUI…

Sul libro Choosing Death, ricordo che Michael Amott riferì questo: al tempo in cui suonava con i Carnage, passava giorni interi a rifare con la chitarra le soundtrack dei film horror.

Ovviamente non era la stessa cosa riproporre con la Gibson quello che in originale eseguivano quattro archi e un piano, ma lo studio delle musiche da film, soprattutto certi generi di film, deve averlo influenzato molto.

Sono convinto, e glielo chiederei se potessi, che lui abbia un debole per quelli italiani degli anni 70. E spesso è a certi compositori nostrani che penso quando ascolto i suoi motivi infilati tra due presse di riff thrash-death.

Volete qualche esempio?

Prendete il motivo portante di The Last Enemy, quello di Fields Of Desolation, magari il finale Intermezzo Liberte o la bellissima linea melodica di Vultures. Prendete poi soprattutto il ritornello di Time Is Black, dall’ultimo War Eternal. Provate ad ascoltarlo: chiudete gli occhi al minuto 4:15 e ditemi se non vengono in mente Nino Rota o magari Ritz Ortolani.

Questo amore per le melodie barocche così sfacciato rimanda poi anche agli anime ma anche al cinema noir cinese.

Ringo Lam, John Woo…, esatto. Parte della poetica noir del cinema di Honk Hong, tra contrasti esasperanti di violenza e poesia, eleganza estetica e sangue schizzato, struggimento sonoro e crudeltà delle immagini, nasce con la scena del massacro di Florinda Bolkan su Non si sevizia un paperino,  quindi torniamo a Ortolani.

IF YOU WILL CLOSE A DOOR IT WILL OPEN A BIG DOOR

Si scrivono testi quando si è depressi e tristi, è più facile – Mike Ammott – Metal Shock 1996

Dei primi tre lavori degli Arch Enemy Black Earth è di sicuro il migliore, anche se metterlo vicino ai classici death metal è davvero impietoso.

Stigmata ha un paio di pezzi molto lunghi rispetto alla media compositiva degli Amott ma è pieno di strade che loro non si sono più sentiti di percorrere; lo stesso vale per Burning Bridges, il più gothic metal di tutti i dischi degli Enemy e a ragione, visto che trasuda delle pessime vicende sentimentali  di Michael in quel periodo.

Prima di incontrare Angela, Mick Amott non se la passava molto bene nella vita privata. Lo si nota badando al sensibile cambiamento di tematiche affrontate nei testi.

I primi due album degli Arch Enemy parlano un po’ della solita solfa: morte, morte… e tanto siamo tutti fottuti… e amore, cosa?

C’è la rabbia, il dolore, il desiderio di vendetta ma sono più un campionario da dimissione vitale funzionale ai brani, messo lì per dire qualcosa di adatto a quel suono e quei riff.

La scuola è quella di Schuldiner, anche se vengono fuori delle digressioni satanesche qui e là, forse farina di Liiva.

Al termine di un’intervista su Metal Hammer del 1998, al tempo di Stigmata poi Mick Amott disse che la compagna aspettava un figlio suo.

Non si sa cosa possa essere accaduto dopo ma di fatto qualcosa deve essere andato di merda visto che Burning Bridges, uscito appena un anno più tardi da quella dichiarazione di paternità paciosa, è una lettera furiosa rivolta a qualcuno che ha tradito, deluso, mollato.

Non c’è autoanalisi e intimismo dannatista come su Black Earth ma vere invettive guerriere nei confronti di qualcuno che è fuori. Per sempre fuori.

Presempio:

Allora eravamo giovani e forti

Ora tutto è sbagliato

Mi volevi? Avevi bisogno di me?

Potresti negare che credevi in me?

Tutto ciò che avevamo è finito…

Come una vecchia canzone dimenticata

L’imbroglione e il credulone

Ora tutto è… (Dead Inside)

Poi:

È un sogno?

Oppure ci posso credere?

I ricordi mi daranno la caccia per sempre

La raffigurazione dei miei dubbi…La mia paura

Avvicinati…Io mi sono fidato di te!

Non sono l’uomo che conoscevi

Sono diverso… tutto è diverso adesso

quando mi hai lasciato,

hai piantato un seme di odio in me

Niente è più forte… più forte di questo (Seed Of Hate)

E ancora:

Ti userà fino alla fine, ti prosciugherà

Questa bellissima creatura ti farà sballare

Prova a spezzare l’incantesimo che è lanciato

Ma lei ti conosce molto bene (Angelclaw)

Tra l’altro Claw è artiglio. Sarebbe l’artiglio dell’angelo. Si intitola così un libro di Moebius e Jodorowsky. Testo erotico di grande potenza.

Ma torniamo a noi:

Così adesso i ponti sono bruciati

Un lezione imparata?

Promesse infrante

Tenere bugie dolcemente parlate

Cambiamenti in te

Cambiamenti in me

Forse non doveva mai succedere

Non eri tu

Non ero io

Eravamo troppo vicino per vedere (Burning Bridges)

BURNING BRIDGES è stato composto in maniera più veloce e naturale e lo preferisco a Stigmata e Black Heart. I testi sono differenti dal passato. C’è molta meno fantascienza e molte mie riflessioni personali. Come quasi tutte le persone credo, quando sono giù di corda e un po’ depresso tendo a pensare di più alle cose della vita reale. L’anno scorso ho avuto una relazione tormentata con una donna e alcune liriche del disco si riferiscono proprio a questo. – Mick Amott – Psycho 1999

C’è chi ha ascoltato quei tre dischi degli Arch Enemy con l’orecchio teso solo per fare un inventario tra ciò che poteva entrare in un disco dei Carcass e quello che invece non avrebbe mai dovuto starci.

Il più delle volte era da questo che partiva il giudizio poi dato a quegli album. Con gli anni sono venute a galla alcune buone canzoni e tanta roba derivativa, messa e dismessa nel tentativo di definire un’identità precisa.

Di sicuro gli Arch Enemy con Liiva, da noi, sulle riviste italiane non trovarono molto spazio. Michael Amott non era il nome che è oggi; al tempo di Liiva nemmeno i Carcass erano tanto nei pensieri dei metallari.

SECONDA PARTE – ENTER SANDGIRL

L’INTERVISTA CHE TI CAMBIA LA VITA

Until you, gimme something to believe in

Until you, gimme something to sink my teeth into 

[Chorus]

Now when the winds cry Angela

Angela, I’ll be there for you

And when the storms scream Angela

Angela, I’ll be there

Angela – Motley Crue

Poi una sera, in una cittadina tedesca, si presentò questa “giornalista” molto carina e con la faccia da funclub di Michael Amott. Lei lasciò un demo dove faceva sentire come cantava nella sua band.

Una donna che fa death metal? Uhm… In effetti, allora non era così scontato. Quando anni dopo guardai il video di We Will Rise cascai dalla poltrona. E chi era quella bestia bionda i dentoni digrignanti e splendenti alla Mentadent P? Quella tipa lì prima con una camicia di forza piuttosto fascionista e poi in mezzo al verde con la bandiera sventolante…

E soprattutto, cosa stava cantando? Non si trattava della solita melensaggine tetra su quanto faccia schifo la vita o su quanto faccia schifo la gente, era una specie di incoraggiamento, una promessa di rivalsa.

Di chi?

Degli Arch Enemy stessi o di noi tutti?

Ma che era successo a quella band?

Non ne sapevo più nulla da quando, alcuni anni prima vidi il clip di The Immortal e allora ricordo che pensai, umf!

E adesso eccoli lì con un bell’inno un po’ fascio ma senza volerlo: noi risorgeremo…

Allora non avevo neanche un collegamento internet decente, quindi non andai a sentirmi qualcosa. Mi limitai a leggere qualche recensione ma evidentemente beccai quelle sbagliate che trattavano gli Arch Enemy come una creatura dal potenziale enorme ma sostanzialmente ancora inesplosa, e che rischiava, nonostante il successo crescente, di rimanere irrisolta.

In realtà Wages Of Sin e Anthems Of Rebellion erano due disconi da acquistare subito ma si sa com’è l’ambiente metallaro: donna al microfono, ex deathsters che fa death troppo piacione quindi look out!

WAGES OF SOL LEVANTE

Quando la Century Media fece uscire Wages Of Sin non doveva crederci così tanto visto che lo pubblicò solo in Giappone.

Vendette uno sproposito di copie più del normale ma evidentemente l’etichetta non se la sentiva di tentare un mega-lancio anche in Europa, visto che ogni volta andava di merda.

Non c’era più però un cantante scoglionato con la tentazione perenne di badare ai cazzi propri e magari andarsene dal gruppo.

Angela era convinta di trovarsi nella band migliore del mondo e che tutti avrebbero dovuto inchinarsi davanti a Michael Amott e fargli un segone… ehm, va beh.

In ogni caso, le cifre di vendita di Wages Of Sin imponevano un tentativo su altri mercati.

Per convincere la Century a farlo però non fu possibile negoziare condizioni migliori di quelle indegne già pattuite sui vecchi contratti da una band di selleroni, svogliati e convinti di dover ringraziare per i dischi che realizzavano.

L’entusiasmo della Gossow finì per contagiare tutto il gruppo. WOS uscì in Europa e vendette bene. A supporto iniziò un tour vero che contribuì a rendere una volta tanto anche gli Arch Enemy una squadra affiatata.

Angela si diede talmente da fare che rischiò di compromettere la sua carriera. Misero in giro che le era venuto un tumore alle corde vocali ma si era solo spaccata la gola perché oltre al growl adesso ci dava giù con lo scream.

Rispetto a Burning Bridges il sound è più violento ma non parliamo più di death, una buona volta. Qui c’è una specie di nuovo Painkiller in growling. Più o meno quello che avrebbe voluto fare Timpton con i Priest nel 1993 ma con Jeff Walker alla voce. Sì, perché se chiudete gli occhi e non pensate che c’è una donna dietro il microfono, sembra di sentire proprio l’ex Carcass o giù di lì.

Non sto paragonando Painkiller e Wages Of Sin, ma credo di rendere l’idea se dico che come per l’album dei Priest, Wages Of Sin faccia il punto sul sound ideale per una band metal in equilibrio tra vecchie e nuove sonorità nel 2000.

Per quanto riguarda i brani siamo a un livello di ispirazione maggiore rispetto a Burning Bridges, soprattutto nella prima parte della scaletta. Enemy Whitin, Burning Angels, Heart Of Darkness sono dei pezzoni e poi c’è il mio preferito in assoluto: Behind The Smile.

SOTTO IL SORRISO NIENTE

Non so perché ma sebbene il testo l’abbia scritto Michael Amott (il quale mostra sin da Black Earth una sorta di ossessione per l’argomento alienazione anaffettiva, visti anche Dead Inside Istinct nel successivo Anthems Of Rebellion) è significativo cantato da Angela. Se l’avesse fatto Liiva non sarebbe stata la stessa cosa.

Una donna, spesso sospinta a interpretare per lavoro ruoli di comunicazione, è costretta a nascondere la propria miseria e fragilità interiore. Penso alle call girls che ci disturbano tutti i giorni per spingerci ad accettare nuove offerte di telefonia, oppure le cameriere, le bariste, le giornaliste, le spogliarelliste, le segretarie tacchettanti (cit.) e persino le soubrette televisive, tutte sono costrette a sorridere.

Fin da piccole, le povere bambine si sentono dire che devono fare un bel sorriso, non piangere, nascondere il dolore, tanto gli uomini non saprebbero dove metterselo. Se una donna ti offre il suo lato più malinconico e vulnerabile finisci per dartela a gambe, maschio di merda. Tu vuoi che pianga solo dalla fica, vero?

Cliccate sul brano e seguite sotto le parole. Ditemi se non vi viene in mente la bella faccia truccata di una segretaria che fuori sorride e dentro è morta…

Sabbie del tempo

Corre tra le mie dita

La mai vita sta scivolando via

E mi sento niente

Inghiotto le lacrime

Mangio il dolore

è meritevole la degradazione

mangio il dolore

Dietro il sorriso

non sento niente

Mi sporgo per toccare,

ma non sono davvero lì

Questo riflesso nello specchio

Può davvero essere me?

Non vedo connessione

Con chi volevo essere

Bevo un altro bicchiere

Inghiotto queste pillole

Alla fine dell’arcobaleno

Tu prendi l’amaro

L’amaro con il dolce

Quando l’amore muore

Gli angeli piangono

Sono qui

Sola… sola in una folla

Su Wages Of Sin inizia a metter mano ai testi anche la Gossow. Non si notano grandi differenze di temi ma nel piglio c’è qualcosa di ancora più aggressivo.

HEAVY IS A REALLY FEMALE THING!

Gli uomini pensano in maniera diversa dalle donne: odiano cose diverse, credo che la differenza la si noterà. In generale credo di avere un approccio più brutale di Mike. ANGELA GOSSOW – METAL HAMMER 2002

Non è difficile credere alla brutalità femminile. Non siete mai stati in viaggio nel traffico assieme a una donna al volante o magari non ne avete mai viste due litigare tra loro.

Inoltre le donne, sempre evitando generalizzazioni sessiste eccetera, sono tendenzialmente molto più estreme nei sentimenti.

Amano a bomba e odiano come carri armati, fino a distruggere se stesse, se necessario.

Sono impressionanti, le donne.

Non devo citare Varg Vikernes (ma lo faccio) quando disse su Lords Of Chaos, che a sostenere Hitler furono soprattutto le femmine e che a mandargli lettere di sostegno, prima e soprattutto dopo l’omicidio di Euronymous, erano quasi solo ragazze.

Inoltre non ho mai capito questa impressione eccessiva quando si ascolta una female metal singer che bercia al microfono quasi con la stessa violenza gutturale di un maschio…

quasi?

Ma avete presente le vostre mammine?

Vi ricordate quando vi rimproveravano cazziandovi? Pareva che vi picchiassero con le sillabe!

Ecco, le corde vocali femminili sono adattissime al metal. Vi farei sentire quella di mia figlia Cecilia quando si arrabbia e inizia le sue invettive non-sense. Se sotto ci potessi infilare una base raw black metal farei il disco estremo definitivo. Da accapponare la pelle fino a quella delle piante dei piedi.

Comunque Dead Bury Their Dead sembra l’epitaffio di Mick su un amore finito ed è significativo che lo faccia cantare ad Angela:

Ho lasciato indietro l’angoscia

Le cicatrici stanno guarendo

sono libera

Le catene della colpevolezza sono nel passato

Essi non hanno più un appiglio in me

Morto sepolto, il loro morto

Cammino per i Campi Esili

La luce sta splendendo su di me

Il tempo continua a marciare…

LA TRILOGIA POST-MILLENARISTA DEGLI ARCH ENEMY

Anthems Of Rebellion prosegue sulla pista di Wages Of Sin e ottiene risultati migliori. Dead Heart See No Future e We Will Rise esprimono alla grande la nuova poetica della band divisa tra una visione post-apocalittica alla “moriremo tutti” e l’incoraggiamento a resistere in vista di un riscatto futuro.

Di chi?

Probabilmente la gente che subisce e di solito questi sono anche metallari. Quindi, metallari, tenete duro, vi urla Angela, che un giorno calceremo via i politici corrotti, i soldati immorali e stabiliremo un nuovo ordine basato su birra, metal e rutto libero.

Al di là degli scherzi bisogna dire che per prima cosa gli Arch Enemy fanno quello che dal 1989 quasi tutto il genere heavy aveva smesso di fare per rimirare i bigattini a passeggio sul proprio derma: instillare energia positiva, caricare il cuore di voglia e coraggio.

Prendete pezzi come Exist To Exit o Leader Of The Rats.

Poi, secondo ma non meno importante: molti brani prendono al realtà per le palle e la raccontano in modo schietto, alla maniera di Ronnie James Dio del periodo Angry Machines e Dehumanizer.

Per dire, Desposable Heroes se la prende con il militarismo, End Of The Line è sul circo dei media e Saints And Sinners parla di idolatria.

Non si tratta di una fase grillina della band ma una svolta attivista che porterà Angela a esprimere le sue opinioni politiche sulla situazione internazionale, gli attentati, George Brush e tutta la paccottiglia merdosa post-undicisettembre.

Dead Heart See No Future parla per la prima volta della macchina dell’apocalisse e guarda caso, è da lì che si riparte con il disco successivo.

DOOMSDAY MANALISHI

Doomsday Machine è per me un grande album, forse il mio preferito. Da lì ho capito che gli Arch Enemy erano super. Di sicuro è utile a capire quanto voglia dire ancora il ruolo di un buon produttore alle spalle di un gruppo.

Fino ad Anthems, la band si era affidata a Fredrik Nordström,  e senza dubbio l’evoluzione sonora da Black Earth fin lì si sente.

Passare ad Andy Sneap non è una cavolata, però.

Lui fa le cose molto più gonfie, pesanti e peste. E infatti il disco sembra una roba più dark e greve. Ricordo che i critici di allora lo giudicarono troppo lento.

Il batterista Daniel Erlandsson (fratello del più famoso Adrian, ex drummer della cult death band Eucharist e terza mano compositiva di tutti i pezzi degli Arch Enemy) disse che era colpa sua, che in quel periodo era andato sotto col doom e gli venivano ritmi più cadenzati e rarefatti ma in realtà su Doomsday ci sono pezzi veloci come sempre: è Sneap che ci ha messo sopra una valanga di chitarre e ha inspessito a dismisura i suoni dando all’insieme una maggiore heavytudine. Sta di fatto che non avevo più sentito Michael Amott così magnificamente peso dai tempi dei Carcass e Colin Richardson.

Registrare con Andy poi non è mai una cosa semplice. Avete presente Kubrick e la sua insistenza a rifare e rifare e rifare una singola inquadratura 200 volte finché l’attore non sclera? Ecco, Andy  costrinse Chris a ripetere un riff qualche cinquantina di volte di troppo.

La cosa avrebbe avuto conseguenze ma teniamola per dopo.

Doomsday rimane un altro gran pezzo discografico da aggiungere a Wages e Anthems. Benché traumatico nell’evoluzione sonora, continua tematicamente lo stesso discorso di critica sociale e proclami alla Tre moschettieri feat. Mad Max.

My Apocalypse è capace di gasare e deprimere insieme; Nemesis è da cantare con il pugno chiuso e la gola riarsa di foga condottiera così come Carry The Cross e MatchKampf, entrambe sul genere: vogliono che cadi ma tu non gli darai questa soddisfazione, reagisci e fagli il culo.

A chi?

Non importa, ognuno ci metta chi vuole.

Non bisogna arrendersi, dice Angela. Anzi, lo urla. In tono sempre più monotono e prevedibile, secondo i detrattori, e dal vivo non le regge più la pompa, ma nei dischi siamo ancora a livelli di fomento metallurgico doc.

QUANDO DENTRO C’E’ CRISI

Rise Of The Tyrants è considerato da subito il migliore album degli Arch Enemy. Luca Pessina (che pur detestandoli finisce sempre per occuparsi di loro su Metal Hammer) continua anche con il settimo album della band a nutrire delle grosse riserve ma conviene che stavolta ci hanno preso.

Per quanto mi riguarda è così oggi, ma al tempo in cui lo sentii la prima volta rimasi deluso dal ritorno alla produzione di Fredrik Nordström.

Non c’è paragone tra la potenza di Doomsday e Rise…

Al secondo sembra che manchino i bassi. In realtà ci sono ma dopo Andy Sneap c’è il vuoto frequenziale.

Ne sanno qualcosa i Nevermore di Enemies…

Quindi ho dovuto smaltire la delusione per anni prima di scordarmene e dedicare l’attenzione alle canzoni. Ed è proprio lì il bello.

In effetti la qualità è meno altalenante del solito. In genere gli Arch Enemy beccano le prime due o tre canzoni, poi fanno un buco fino alla sesta e chiudono con un paio di pezzi niente male. Qui siamo su un livello alto dall’inizio alla fine, più o meno.

Prima però dobbiamo parlare dell’addio di Christopher e il motivo che secondo me è alla base della marcia indietro da Sneap al vecchio Fredrik.

TERZA PARTE – DOPO IL CHAOS LEGIONARIO

LA TORMENTATA STORIA DEI FAVOLOSI AMOTT

Gli Arch Enemy non sono una roba di Michael Amott e basta. Dietro c’è sempre stato anche Christopher. I due fratelloni poi si vogliono bene e non è che il secondo soffra la fama del primo, anche perché Mick non è che sia così famoso, almeno fino al 2003.

Personalmente io considero Michael uno dei più grandi e gli farei una statua e un francobollo ma il mondo non la vede così.

Tra i due fratelli non c’è stata mai molta competizione. Dei due, Chris è il secchione, quello che ha studiato teoria musicale per anni e che suona come si deve. Il secondo è istintivo e spesso assembla i pezzi come gli dice lo stomaco e non il cervello. Durante i frequenti litigi, tra i due non è mai avvenuto nulla di irreparabile.

Certo, quando è arrivata Angela, si è messa con Michael e poi a comandare, non so come questa cosa possa aver destabilizzato Chris ma onestamente non ho elementi per dire niente di preciso.

I fatti sono che a un certo punto il fratellino si è stufato e ha mollato la band. Lo ha fatto per la prima e non ultima volta, tra Doomsday Machine e Rise Of The Tyrants.

Perché?

Vari motivi. Tutti quanti noi crediamo che gli elementi di una band siano costretti a fare innumerevoli sacrifici per mantenerla in vita.

Non sempre è così. Non lo era per gli Arch Enemy prima di Angela. Quando lei ha iniziato a spingere la band per farla girare e accrescerne la fama, allora sì che è iniziato il lavoro duro.

Christopher l’ha retto per un po’ ma già dopo due anni non ne poteva più.

Dopo aver fondato il progetto con il fratello, anche lui aveva proseguito su una strada personale con gli Armageddon. Il primo disco Crossing The Rubicon, uscito tra Black Earth e Stigmata, non era neanche tanto male.

Purtroppo gli impegni con gli Enemy dal 2001 sono diventati talmente duri che persino Mick aveva dovuto accantonare i Beggars, figurati Chris il suo gruppettino.

Angela nelle interviste era stata chiara: non c’era tempo per niente tranne il solo gruppo che portava il pane. E i fratelli Amott avevano deciso di starci.

Poi, durante il tour di Anthems, Chris aveva iniziato a deprimersi sul serio. Stavano sempre in giro a suonare e lui aveva scoperto che non gli piaceva per niente: gli mancava casa, la sua ragazza, avrebbe voluto anche studiare, visto che aveva in programma di riprendere l’università ma era dura concentrarsi sui libri nel tour bus, dove la gente chiacchierava, scoreggiava e magari scopava.

Al termine del tour il colpo di grazia. Andy Sneap. Registrare un disco con lui era talmente sfibrante che Chris lo disse chiaro ancora prima di finire: questo è l’ultimo album che faccio con gli Arch Enemy, poi mi fermo a tempo indeterminato.

Il resto del gruppo non la prese molto bene. C’erano date da fare subito dopo l’uscita di Doomsday e bisognava annullarle. Inoltre il disco era costato fatica mentale a tutti. Non era possibile affrontare un casino del genere subito dopo.

Ritrovarsi senza un elemento fondamentale l’indomani di quelle sudate registrazioni era una roba insopportabile.

La separazione da Chris faceva stare così male Mick da non mandarlo quasi al bagno per tre settimane.

Lui è il tipo che somatizza molto.

Tra i due c’è sempre stata un’intesa totale ed era fuori discussione proseguire senza di lui. Dovevano essere le nuove asce, loro due, tipo Timpton e Downing, Murray e Smith… e adesso?

Per un po’ arrivò il rimpiazzo Gus G. e poi Fredrik Akesson (in seguito entrato negli Opeth) ma non era semplice sostituire Christopher.

E tra il resto della band non si faceva che litigare, sembrava di essere tornati ai giorni di Stigmata. Solo che uno del gruppo avrva il ciclo una volta al mese, e la cosa era anche peggio.

Nel mentre il piccolo Amott se la godeva. Era libero, poteva studiare, magari rimettere insieme gli Armageddon, se proprio aveva ancora voglia di far musica, ma certo non sparire dalla Svezia per mesi e mesi.

I libri sarebbero stati il suo tour.

Mick aspettava e aspettava. Iniziò a scrivere i brani per il nuovo album ma non cercava un comprimario. Sperava che il fratello ci ripensasse. Forse sapeva che alla fine sarebbe tornato.

Dopo due anni in effetti successe questo. Pare che Chris, nonostante avesse sostituito il tour-bus con la propria cameretta non fosse riuscito a combinare granché nello studio e gli Armageddon non erano mica facili da riesumare…

e forse nessuno era interessato affinché questo accadesse. Quindi Mick… se ancora è libero il mio posto, io sarei per ripren…

THE OF THE PRODIGAL SON

Christopher Ammott torna nella line-up dopo qualche anno di “esilio” e la promessa di non far più parte degli Arch Enemy per nessuna ragione al mondo. Voltaire diceva che solo gli imbecilli non cambiano idea. Ma a Chris è bastato veramente poco per ritornare alla casa-madre: un paio d’anni inconcludenti a frequentare l’università e insegnare musica a pochi allievi e a tentare di mettere in piedi un progetto prog che mai ha visto la luce, oltre alla sbandierata voglia di tornare ai suoi amati (e fallimentari, commercialmente) Armageddon. MAURIZIO DE PAOLA – METAL HAMMER  2007

Persuadere Chris a tornare non è stato facile. Però dovevo farlo. Questo periodo passato ci è servito a renderci conto di quanto fosse importante nell’economia della band. Lui è veramente l’unico chitarrista con cui riesco a intendermi al 100 per cento. L’unico con cui posso creare al volo le mie partiture senza stare tre ore a spiegare questo e quello. A volte penso che gli Arch Enemy siano una band troppo complicata per chi non la segue dagli esordi. Michael Ammott – Metal Hammer 2007

RISE OF THE VAFFA!

Perché questo resta il disco del dissenso e del vaffa. L’opera di chi trova ancora utile e catartico rileggere la contemporaneità dentro le idee e gli spunti lirici di un semplice CD. Poche storie, amici. “Rise of the Tyrant” sta al 2007 come “British Steel stava al 1980. E gli Arch Enemy, zitti zitti, sono diventati un segno dei tempi. I nostri tempi – Simone Sacco Metal Maniac 2007

Rise Of The Tyrants è un album duro e tirato rispetto a Doomsday, i brani sono tutto tranne che allegri. Nello specifico il momento più drammatico mai raggiunto dalla band arriva con The Day You Die, che se come canzone non è tutto ‘sto granché, se non altro ha il merito di omaggiare uno dei più struggenti e tosti cartoni giappi sulla guerra: La tomba delle lucciole.

Recuperatelo su you tube. È uno dei film preferiti di Angela, sapete? Io quando l’ho visto non ho fatto che associare la bimba protagonista alla mia figlia più piccola (i bimbi si somigliano tutti, no?) e poi ho pensato anche molto alla Gossow che piange mentre lo guarda e a Mick che con un sospiro le allunga un kleenex.

Per quanto mi riguarda sono sempre stato convinto che i pezzi migliori in grado di rievocare altre opere artistiche debbano nascere in modo spontaneo, quasi passivo. Io penso che il vero omaggio a quel capolavoro, alla Tomba per le lucciole, sia Dead Eyes See No Future. Soprattutto nella seconda parte di quel pezzo rivedo la povera bambina morente per dissenteria e il fratello in agonia alla stazione. E non penso ad Angela o a Mick o a nient’altro. E mi struggo in santa pace.

Magari su Tyrant c’è una specie di euforia latente un po’ dappertutto, però. Sapete no, il ritorno a casa del figliol prodigo. Gli Arch Enemy spaccarono il cocomero più grasso e tante tensioni sparirono.

La ricongiunzione dei favolosi Amott! Le chitarre in effetti non sono mai state così in primo piano, indiavolate, intrecciate, duellate e la spinta di pezzi come la title-track o Blood On Your Hands è dovuta all’entusiasmo ritrovato, certo.

Quella è la benzina. Musicalmente non è che succeda qualcosa di particolare (nei dischi degli Arch Enemy non capita mai niente di inaspettato) ma c’è questa marcia in più del rinvigorito sodalizio tra fratelli.

Quindi, di sicuro la prospettiva di rimettersi in mano al cagacazzi Sneap in una fase apparentemente risolta ma ancora delicata, secondo me, gli fa optare per il comodo Fredrik Nordström, restando in casa. Ecco perché c’è il ritorno a lui nonostante i grandi risultati di Doomsday.

Volevamo dare ai brani un feeling più live, più crudo. Andy è un genio ma il suono che crea è troppo freddo per Tyrant – Michael Amott Metal Hammer 2007

Mumble…

Il recupero di Chris comunque ha praticamente riagganciato la macchina apocalittica al binario del successo. Gli Arch Enemy sono pronti a crescere ancora, specie adesso che hanno un contratto di management con la Sanctuary (quella che si occupa anche dei Maiden).

In più c’è un accordo pubblicitario per gli Amott con una ditta di chitarre giappe! Angela su questo piano non ha mai smesso di lavorare per la band.

QUARTA PARTE – SHE’S THE BOSS

Tra le tante cose che non sono mai andate giù alla Gossow da frontgirl di una band famosa, c’era questa cosa del loro manager che incassava da solo più soldi di quanti ne prendessero i musicisti tutti insieme.

Da qui lei ha avviato un percorso che poi un giorno l’ha resa manager del gruppo (ma con delle percentuali inferiori a quelle dei singoli Arch Enemy).

Da quando ha iniziato a gestire lei la situazione le cose sono migliorate. Purtroppo musicalmente questo ha coinciso con una fase piuttosto sterile per la band.

La riproposizione con la Gossow alla voce dei brani cantati da Liiva, in The Roots Of Evil e soprattutto Khaos Legion sono due episodi davvero sciapi.

E le dichiarazioni entusiastiche di Amott in fase di promozione di KL non sono buttate lì solo per vendere un prodotto ma proprio segnano una dissociazione tra la cosa che si sta facendo (male) e come la si avverte nella testa (grandiosa).

Ancora adesso il disco non rivela chissà quali sfaccettature intriganti. È solo il prodotto di una fase di ristagno creativo dovuta a stanchezza. Del resto, dopo quattro album che oggi appaiono straordinari dal primo all’ultimo, poteva starci un momento così.

Non è un caso che dopo sono successe diverse cose grosse: Christopher se ne è andato di nuovo ma stavolta per davvero. E se anche non fosse, la band lo ha rimpiazzato quasi subito con Nick Cordle degli Arsis, coinvolto nella composizione dei nuovi brani e considerato membro effettivo della band fino a che non si capisce cosa sia accaduto ma si chiama Jeff Loomis e quindi ciao ciao Nick.

E alla fine anche Angela è scesa dal Archy Train, mantenendo il ruolo di manager e sostituendosi con una fuoriclasse in erba.

C’è chi questa mossa non l’ha proprio capita, chi l’ha giudicata completamente spregiudicata e senza cuore ma è solo la dimostrazione che se la Gossow magari come urlatrice ha sempre mostrate qualche carenza, da manager è una specie di Sharon Osbourne del 1983. Inarrestabile.

Angela ha fatto fare il salto di qualità in termini di appeal commerciale agli Arch Enemy, ma soprattutto gli ha permesso di gestire alla grande i propri interessi. Se band come i Children Of Bodom o i Soilwork avessero avuto una Angela dietro le quinte, probabilmente sarebbero state oggi molto più celebri e ricche.

E POI C’E’ ALISSA

Alissa Whit-Gluz è un mostro (non in senso estetico, anzi). È l’emblema del cantante metal moderna. In una parola, è completa. Sa urlare, vomitare, intonare il Lago dei Cigni a cappella e in più buca lo schermo: ha i capelli blu e un corpo succulento. È davvero preparata fino ai denti. Non quelli della Gossow, lì all’Angela non la batte nessuno.

Insomma, la Gluz è la macchina giusta per la guerra eterna di Michael Amott. E visto che il suo gruppo, The Agonist, la sfancula senza neanche avvertirla, anche lei ha qualche battaglia sanguinaria da levarsi dalla scarpina.

Molti dei testi di Alissa parlano proprio di oblio e chiusura con il passato, di tabula rasa. Tra l’altro è un’ottima paroliera e sono sicuro che sia anche un’ottima cuoca… se non fosse vegana!

E HANNO UNA BAND DELL’ALTRO MONDO

Per come la vedo io un singolo componente che si presenti, perfetto come Alissa, potrebbe andar male come un attaccante da paura in una squadra di individualisti che non giocano per lui.

I gruppi hanno una logica non tanto differente che in un qualsiasi sport collettivo. A volte non si capisce quanto sia bravo un musicista (o quanto sia pippa) finché non lo si sente fuori dal gruppo che l’ha reso noto.

Angela negli Arch Enemy ha trovato sostegno, si è assemblata con il resto di quella carne (in tutti i sensi) e ha finito per essere la tipa giusta per loro e loro il gruppo giusto per lei, pur con le reciproche, evidenti imperfezioni.

Si sono compensati a vicenda.

La Gluz poteva funzionare meno di quanto sulla carta sembrasse. E l’impressione iniziale non è che sia stata delle migliori. Pareva una molto sicura di sé ma ai limiti della presunzione e della smargiasseria. In realtà era solo gonfia di rabbia e paura come poi abbiamo scoperto.

Però insomma, che funzionasse negli Arch Enemy non era detto, pensate a quanti cantanti fuoriclasse si sono dovuto sorbire i Toto. Erano tutti in gamba ma nessuno che fosse capace di sostituire quel briacone di Bobby Kimball

Alissa è bella e brava ma sembra quasi sprecata a rifare solo le quattro grugnie della Gossow. Lei è molto più versatile e non è improbabile che Amott finisca per darle l’ok a cantare pulito.

Spero che sia lui a scrivere le melodie perché nei The Agonist le sue parti pulite erano tutte un tantino piuttosto simili ai Lacuna Coil che rifanno il verso ai Korn.

Intanto pare che Alissa abbia doppiato in sovraincisione melodica tutte le parti urlate, così da dargli un impatto diverso, mah…

Di sicuro la Gluz non mi piace in clean. Gli Agonist con lei erano interessanti e non escludo di parlarne in futuro, ma nascono e muoiono metalcore.

Gli Arch Enemy invece esprimono la violenza proprio dove di regola ci si aspetterebbe la dolcezza: tipo Nightwish o qualsiasi band female metal (tranne Otep e Holy Mother). Loro hanno le chitarre gay e la singer brutale. Se leviamo brutalità al microfono finiscono anche gli Enemy per essere come tutti gli altri.

O quasi, perché Amott è sempre lui e non esiste a oggi, tranne forse Jeff Loomis, un chitarrista più autoriale e riconoscibile. War Eternal è un quasi capolavoro, con Chris o no.

E però non lo sarebbe stato senza Alissa.

LA GUERRA ETERNA E’ ROBA DA DONNICCIOLE!

Credo che il sodalizio tra la Gluz e gli Arch Enemy possa dare quei risultati sorprendenti, tipo gli Exodus con Ronnie Dukes, in una combustione irresistibile tra vecchie e nuove generazioni.

Inoltre è proprio grazie alla rabbia di Alissa se i brani picchiano così forte e trascinano l’ascoltatore in una melma di rancore e violenza emotiva.

Un pezzo come As The Pages Burn, con quest’immagine simbolica di un diario che viene bruciato e con esso per similitudine una vita passata fatta di ricordi, sentimenti e dolore…. Questo rito purificante tra memorie e fuoco è molto femminile.

Amott non avrebbe mai potuto scrivere un testo del genere. O magari Never Forgive, Never Forget… lo so, lo so che il testo l’ha scritto proprio Michael ma diciamo che ci ha pensato la sua parte femminile perché la scelta di affondare nell’odio al fine di trovarvi una sorta di catarsi liberatoria è un modo di reagire all’abbandono e al tradimento che è più degno di una donna rispetto a un uomo.

Premesso che ognuno reagisce come può e per ciò che è, senza generalizzare, ma almeno artisticamente mi viene da dire che un uomo tenta più di risalire la china dopo una delusione, magari scrivendo un testo come questo:

To you, I wish you everythin’

And all the best that life can bring

I only hope you think of me sometimes, oh

And even though I feel the pain

I know that I will love again

The time will come, oh, and I’ll move on

Def Leppard – Long, Long Way To Go

O forse si butta giù in modo tremendo nella malinconia più patetica, tipo così:

We used to lay together like spoons

It was the only way I could sleep

And this pillow is a poor subsitute

For your body next to me

Warrant – Let It Rain

Sentite Amott/Alissa come la risolvono invece:

L’odio scaturisce eternamente

in questo mio cuore nero

Il tempo non guarisce nulla

non perdonerò mai

Ed ecco poi lei che aggiunge a modo suo un ulteriore passo nello sprofondo del livore e dell’autodistruzione catartica:

Never again.

No! No more regrets.

What’s done is done

can’t be erased.

Know, know your regrets…

savour the bitter aftertaste.

Assapora il gusto amaro dei tuoi rimpianti… cazzo, c’è da morire avvelenati di crepacuore.

Musicalmente, War Eternal è la versione riuscita di Khaos Legion. Tutto tale e quale solo più riuscito, più deciso, pimpante e assetato di sangue: You Know My Name è quello che Amott aveva in mente di fare con No Gods, No Masters, ma che non gli era venuto tanto bene: un brano heavy heavy fuel, lineare, un chawabanga da scapoccio, che Mick avrebbe voluto scrivere anche prima del 2008. Avalanche e Down To Nothing poi sono le riedizioni al cianuro di Bloodstained Cross e Yesterday Is Dead And Gone.

Fisiologicamente la band può sparare un’altra cartuccia buona. Magari decidere di variare col cantato in clean, così da potersi aprire nuove possibilità e mascherare il calo fisiologico prossimo venturo.

Certo che la formazione attuale sulla carta mette paura. Già mi immagino un nuovo caso The Gathering (non la band olandese ma il disco dei Testament, ovviamente). Se alla batteria ci finisse Dave Lombardo, pure pure.

(testo di Francesco Ceccamea – Illustrazioni di Ruggiero Musciagna)

PROSSIMO APPUNTAMENTO: PALLBEARER

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