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I PALLBEARER E L’IMPRESCINDIBILE AVVENIRE DELLA MOVIOLA IN CAMPO

Siamo sicuramente discepoli di ciò che riteniamo essere la più grande epoca della musica moderna – gli anni ’70 e ’80. Le migliori bande mai uscite da quel tempo stavano facendo qualcosa di incredibilmente nuovo ma erano lo stesso così accessibili, e questo perché ciò che facevano al di là di tutto era davvero buono. Era intrinsecamente accattivante, e questo è sempre stato il nostro obiettivo, provare il nostro meglio assoluto. Senza dubbio, non saremo mai bravi come i Pink Floyd, ma siamo sicuri che possiamo provarci. (Brett Campbell)

PRIMA PARTE – MICA TANTO BREVE STORIA DEI PALLBEARER

Un pezzo del cervello creativo dei “Portaferetri” si chiama J.D. Rowland e per quanto oggi ascolti tutto quello che gli pare, da bambino non era così. Il rock e il pop erano banditi in casa sua. Solo la Classica gli concedevano di sentire i suoi genitori religiosissimi.

Nonostante la dieta ferrea a base di Chopin e Bach, lui però ci è ancora affezionato a quelle cose lì: “Provo sempre piacere a sentire musica classica. Non ho mai smesso di sentirla. Secondo me alcuni pezzi sono indiscutibilmente potenti e mi insegnano molto su composizione e melodia. Sono in fissa con la musica sacra. ‘Miserere mei, Deus’ di Gregorio Allegri è uno dei brani più personali che abbia mai sentito e sin da bambino ricordo che mi prese completamente, dal primo ascolto.”

Nonostante il suo godimento parossistico in chiave di violino, il J.D. adolescente, appena inizia a sentire allentarsi dal suo esile cotozzo le maglie censorie dei genitori, esplora di brutto altri generi musicali con l’entusiasmo di un giovane amish in libera uscita al quartiere a luci rosse della grande Babilonia. “C’era a una stazione universitaria a cui potevo sintonizzarmi di notte. Da lì mi si aprì il mondo del metal alternativo e il grunge di inizio anni 90”.

Da quel momento la vita diventa per lui un gran casino di spunti sonori, e il bisogno di pesantezza cresce, cresce con quello degli ormoni e finisce che l’orecchio di J.D. si arrapa come il polmone del lupo davanti alle case dei porcellini. “Ero molto intrigato da cose Neurosis, Isis, His Hero Is Gone, Floor, cose oltre il punk come Fugazi o Hot Water Music. Ho sempre apprezzato la ricerca di nuove musiche e anche oggi lo faccio, per quanto mi capiti più setacciando il passato che il presente del rock e sono sempre stato attratto dalla musica heavy. Almeno dopo che ne ho scoperto l’esistenza”.

SAPETE, NO, LA SCENA DI LITTLE ROCK, ARKANSAS…

J.D. non nasce a Little Rock, Arkansas, come qualcuno ha scritto. Ci si trasferisce per il college. Lì c’è una piccola ma cazzuta scena metal e lui ci si immerge come un biscotto Plasmon dalle manie d’inzuppo suicida. Ok, la pianto con ste metafore alla texana. “Little Rock è piccolo come posto ma c’è un nutrito gruppo di persone che si dedicano alle band, mettono su gruppi, suonano. La scena è calata un po’ nel corso degli anni, ma io ci sono ancora affezionato”.

Una volta in quel giro, incontrare gli altri futuri Pallbearer, è un mozzico. Con Brett (Campbell, chitarra e voce) si conoscono quasi subito. J.D. lo vede al campus con una maglietta degli Anathema e questa gli fa capire che quel tipo ha la sua stessa malattia.

Già, bello quando una t-shirt era sufficiente per farsi avanti con le presentazioni tra disagiati: due chiacchiere, un paio di battute leniniste e ci si dava appuntamento in qualche sala prove per il giorno dopo. Oggi se fermi uno con la maglietta dei Metallica probabilmente l’ha presa da Oviesse gli piace solo quella che si sente su Miscioninpossibol 2. “Entrambi volevamo fare musica” dice J.D. guardandosi indietro, “e così abbiamo deciso di crearne un po’ insieme. Per quanto riguarda Devin [Holt, basso] e Mark [Lierly, batteria], loro avevano già suonato in diverse band locali. Quando abbiamo incontrato Devin, a una festa, parlando ci siamo resi conto che era interessato a fare il tipo di musica a cui io e Brett stavamo dedicandoci”.

In realtà non è tanto semplice capire che razza di casino stiano combinando J.D. e Brett in quel periodo. Il loro progetto si chiama Sports ed è la cosa più allucinante che ci sia mai stata a Little Rock. Brett la descrive così: “Era roba psichedelica, ma noi desideravamo aggiungere maggiore struttura e tempi cupi. Era un buon metodo catartico per affrontare le cose ed era divertente sperimentare diversi tipi di musica”

Di sicuro la svolta per i futuri Pallbearer però avviene in seno agli Sports, come ribadisce Brett: “The Legend è stata la prima canzone che abbiamo completato, da lì è diventato tutto chiaro su come avremmo dovuto continuare a far musica”

Mark, il quarto tassello di carne e cuore dei Pallbearer arriva per ultimo. Gli altri tre lo conoscono da quando ci dava dentro con i mitici Soophie Nun Squad (ehi, chi non li conosce, a parte me?) oltre dieci anni prima, ma è la prima volta che anziché limitarsi a fischiare o bofonchiare un ehi, ci parlano per davvero. “Avevamo molti amici in comune ma non ci eravamo praticamente mai beccati”

Tornando alla scena di Little Rock (di cui vedete uno scatto recente qui sopra) le cose non stanno mica male al tempo degli Sports. C’è già un piccolo fenomeno locale che sembra destinato a sfondare: i Rwake (ehm… sì) e un sound che tutto sommato è abbastanza caratteristico e che oggi è chiamato Arkansas sound, ovvero un misto tra Nola dei Down e i Neurosis più svinati possibile.

La scena di Little Rock era fiorente” ricorda J.D. Rowland (a proposito, questo è il cognome). “Era un po’ isolata ma c’erano molte band davvero buone, creative e uniche. Brett rincara: “Tutti andavamo agli spettacoli di tutti. C’erano solo 60 persone o giù di lì che in realtà stavano partecipando attivamente, quindi eri sicuro di incontrare tutti quanti a ogni concerto che c’era”

Ma oltre alla gente fomentata, che scena sarebbe stata senza un locale in grado di offrire un tetto e catalizzare tutte quelle idee ed energie? “Abbiamo avuto un club metal veramente fico chiamato Downtown Music” dice Mark, “per un lungo periodo è stato anche un negozio di dischi”.

Mica da scherzare, sapete? Perché lì passano un sacco di band grandi prima di diventare “grandi”. Baroness e Mastodon, per dirne un paio, si presentano più volte a spruzzare fiotti di sudore e ingurgitare birra annacquata davanti alle inferocite 250 persone presenti puntualmente tra quelle mura in polistirolo. Anche se un palco vero non c’è nemmeno.

Devin: All’inizio, il Downtown era un ambiente davvero unico perché si poteva camminare attorno al gruppo, vedere esattamente quello che stava succedendo. Alcuni spettacoli duravano fino a tardi. Le 2 o le 3 di notte. Era un luogo veramente selvaggio. Penso che le band tornassero perché era una cosa surreale vedere persone che frequentavano gli spettacoli in modo onesto e senza pregiudizio”

GLI SPORTS INSANI

E i Pallbearer nascono proprio dentro quel covo, anche se ancora inglobati nello sfintere sonoro e allucinato degli Sports.

Dice Brett: “Gli Sport erano un brutto trip psichedelico”. Difficile non credergli. E J.D. aggiunge: Essenzialmente eravamo un duo, Brett e io. Eravamo, in un certo senso, iper, intensi, psichedelici, tipo drone. Il nucleo era di due chitarre ma avremmo voluto cambiare. Volevo fare le voci attraverso i miei effetti di chitarra e gli amplificatori, roba così”.

In effetti J.D. ha due sintetizzatori analogici e una gran smania di attivare sequenze diverse, per quel diavolo che possa significare. Probabilmente solo un gran casino.

Brett ha ancora le orecchie che gli fischiano: “Era immensamente forte, e noi eseguivamo rack di luci stroboscopiche che andavano per tutta la durata dell’esibizione. Siamo stati davvero bene. Soltanto gli estremisti fottuti nel cervello rimanevano in giro ad ascoltarci. Era molto divertente. Però a un certo punto ci siamo stancati di usare tutto quel muro di ampli, da spostare ogni volta. Il pubblico in fondo era la stessa gente che ci aiutava a montare tutte quelle apparecchiature”

E comunque il vero legame tra Sports e Pallbearer non è il frastuono e lo stoning acustico-visivo ma il duetto costante delle chitarre.

PALLBEARER’S DEMO 2010

Cosa sognano e sperano quei quattro ragazzotti di Little Rock quando mettono in fila tre pezzi su un multitraccia?
Niente. Proprio nulla. Vi basti pensare che le copie rigide del loro demo le fanno solo in un periodo molto successivo all’incisione; quando la gente, sentendo i brani su internet, inizia a chiedere una copia.

E se non fosse per Mike Meacham dei Loss, amico di Chris Bruni della Profound Lore Records e fan sfegatato dei Pallbearer, probabilmente ora il quartetto sarebbe ancora in qualche scantinato a cazzeggiare con i synth.

DOLORE ED ESTINZIONE

La registrazione di Sorrow And Extinction non è l’inizio di nulla per J.D. e gli altri. Vogliono solo fare un disco ed ecco qui. Gli sembra la prosecuzione naturale di quanto combinato fino a quel punto. La Profound Lore e tutta la sua tradizione underground, un’autorità in campo, aggiungono credibilità a quelle canzoni ma la band non spera di fare il “botterello” che fa“.

Bum!

Ci aspettavamo un po’ di fan ciccioni e con la barba e il nostro vinile sotto l’ascella sudata”, ammette Brett, “ma di sicuro non il successo che poi è arrivato in tutta la rete. È stato sorprendente finire nelle liste di fine anno di un sacco di gente, considerando che il disco è uscito così presto nel 2012. Bello sapere che ha tenuto compagnia alle persone per tutto l’anno”.

E ADESSO SI FA SUL SERIO

Quando è arrivato il momento di iniziare a scrivere per quello che poi diventa il secondo album di Pallbearer, The Foundations Of Burden, la band vuole essere certa di fare davvero qualcosa che spinga oltre la premessa di S&E. E il nuovo album, dalla tecnica alla scrittura dei testi, risulta più convincente e solido.

Merito del producer Billy Anderson, già tallonatore guascone dei Pallbearer in fase di gavetta. “Veniva ai nostri concerti”, ricorda J.D. “tutte le volte diceva, ehi ragazzi, voglio fare un disco con voi, voglio fare un disco con voi! Per tre anni di fila così, poi spariva e non se ne sapeva nulla fino alla successiva apparizione. Poi un giorno è accaduto per davvero”

Billy è uno in gamba, un esperto e un mezzo genio, ma avere a che fare con i Pallbearer non è per niente facile. Sono scemi. Vogliono incidere e incidere e incidere centellinando ogni cosa, capando ogni minima nota, ogni accento.

La registrazione con Billy è stata incredibile” dice J.D “ma siamo rimasti bloccati in studio per 12 o 14 ore al giorno per più di un mese. E questo non aveva niente a che fare con Billy. Era più del nostro approccio pazzo di scienziati. Fuori pioveva sempre. Quindi non era come se potessimo semplicemente uscire e prendere un po’ d’aria fresca. Billy ripeteva in continuazione che quello era il disco più complesso che avesse mai registrato e la cosa ci faceva crescere l’ansia e inorgoglire insieme. Tutta quella difficoltà era poi così necessaria? Cosa cavolo stavamo facendo? Dove ci avrebbe portato?”

Oltre i dubbi che attanagliano i Pallbearer, c’è da fare i conti anche con le sfighe, come ricorda Mark: “Alcuni file si sono misteriosamente danneggiati. Non quelli miei della batteria ma le tracce di chitarra sì… A un certo punto ricordo di aver sentito Billy dire: Amico, non ho mai visto niente del genere prima!”.

Foundations of Burden oltre a essere un cambiamento radicale sul piano sonoro è una svolta anche lirica.
Il primo disco infatti parla di morte ed estinzione, come dice il titolo ma in modo abbastanza canonico per un disco doom. Ricorda Brett: “Stavo assistendo al declino e la scomparsa di una persona cara,durante la scrittura dei brani e la cosa mi ha segnato molto. Questa mia esperienza ha finito per farmi sprofondare in una gran depressione che ha contagiato anche gli altri durante la lavorazione dell’album. Il secondo lavoro invece si allontana da quella zona pessimistica ed esplora un territorio più personale e introspettivo. È più sulla ricerca e la conoscenza di ciò che vale la pena tenere nella vita e quali cose dovrebbero essere lasciate andare. Tutto ciò che ho scritto personalmente deriva da alcuni turbamenti nella mia vita personale e nei rapporti durante il 2013 soprattutto”.

J.D. fa un uso molto particolare dei testi che crea per la band. “Scrivere sicuramente è liberatorio, sia musicalmente che per le liriche. Ritengo comunque a volte sia utile per me tornarci sopra a riflettere sui testi che ho scritto, e anche per Brett è così, solo per un senso di continuità tra dove ero allora che li ho scritti e dove mi trovo ora nel viaggio della mia vita e come potrebbero quei pensieri passati influenzarla e applicarsi alle cose che provo e vivo ora. Ottengo un senso di prospettiva molto utile per vederci chiaro su me stesso e il mondo”.

DALLA NICCHIA ALL’HIPSTERIZIA

Si comincia come rivelazione, poi però magari si raggiunge un livello di fama proibitivo per chi crede nella natura essenzialmente underground del doom e da lì fioccano le accuse di tradimento e poseurismo ormai sintetizzate erroneamente da quelle di hipsteria.

Per il metallaro hipster significa esattamente la stessa cosa di poseur, non ha la più pallida idea di cosa voglia dire a parte quello. I Pallbearer però lo sono, guardate che barbette del cazzo! E con loro fanno il paio i Deafheaven, che in comune musicalmente hanno giusto l’uso degli stessi strumenti musicali e le tematiche da froci esistenzialisti!

JD: “Diamo sicuramente un sacco di valore all’emotività e credo che si manifesti maggiormente nelle nostre performance dal vivo”.

I Pallbearer se ne sbattono e scommettono tutto sull’autenticità. Da quello che hanno dentro creano musica e quello sperano di rievocare negli altri, il gorgo di lava interiore. E a volte capitano cose straordinarie quando si punta così a fondo dentro se stessi e dentro gli altri…

Ancora J.D.: “Ho incontrato un fan di Baltimora che mi ha detto che il nostro primo disco sembrava parlargli del suicidio di un suo amico caro. Di ciò che lui stava provando per quella perdita. Questo mi ha colpito e sinceramente non sapevo come rispondere. Non sapevo certo come  potermi relazionare con chi viene da un’esperienza simile. Eppure, in modo inspiegabile, abbiamo creato qualcosa che si connette a un livello più profondo di quello che mi sentirei capace di conoscere, al di fuori della musica”.

Ficata, no?

SECONDA PARTE: BASTA CLASSIX METAL, ORA PARLA ER CRITICO!

INFLUENZE INTERINALI

La prima cosa che ho notato riguardo i Pallbearer è che nelle interviste i giornalisti hanno davvero tentato di decifrarli indagando sodo… e tirando fuori poco. Che roba fate? Da chi l’avete ripresa? È doom? Lo era? Quali sono le vostre influenze?

Ecco. Le influenze. Domanda rituale tra le più inutili e fraintese. Se io chiedo al musicante: da chi ti senti influenzato, lui dovrebbe rispondere: i batteri, ma non è così lucido e inizia a snocciolare quei quattro o cinque nomi che stima davvero nel mondo della musica. Che poi sono solo i suoi gruppi preferiti. E non c’è da stupirsi se di quelle band non si riscontra alcuna traccia effettiva nella musica che fa.

Peter Steele citava sempre Black Sabbath e Beatles. I primi erano palesi nel sound dei TON ma di Lennon e gli altri ci voleva una bella fantasia per scorgere qualche effetto collaterale da prolungati ascolti. Tutti devono qualcosa ai Beatles, ai Pink Floyd e persino ai Sex Pistols. Neanche serve nominarli, no?

Riguardo le influenze bisogna fare un distinguo: ci sono artisti che copiano altri artisti volutamente (si ispirano, citano, certo ma in fondo li copiano e basta) e ce ne sono che copiano senza accorgersi. Nella prima categoria, per farvi un esempio, ci sono gli Arch Enemy, i Tiamat, i Gamma Ray. Questi tre gruppi da un certo momento in poi hanno deciso coscientemente di rubare a mani basse rispettivamente a Michael Schenker, Pink Floyd e Judas Priest. Alla seconda categoria invece appartengono gli Arch Enemy, i Tiamat e i Gamma Ray.

Ma come, gli stessi?

Esatto, perché ogni band copia (ehm, si lascia influenzare) sapendo e non sapendo di farlo. Le scopiazzature inconsce sono le più interessanti visto che ci dicono davvero tanto di più e spiazzano sia noi censori che gli artisti implicati. Le tre band menzionate sopra, per dire, hanno preso rispettivamente anche da: Giorgio MoroderAbba e Ricchi e poveri.

Sto esasperando il discorso ma il punto l’avete capito. I Pallbearer citano tra le loro fonti, come ingredienti di una collaudata ricetta stilistica: King Crimson, Pink Floyd, Boston, Asia e Camel. Black Sabbath?

Macché. O meglio, certo, ma c’è bisogno di dirlo? Se fanno doom allora Tony Iommi è il padre, ma se domandate a loro cosa suonino oggi che è uscito Heartless, ecco che rispondono a bocca piena, senza neanche il tempo di ingoiare: progressive!

Ora. Cosa è il progressive? Personalmente credo che molte cose muoiano appena gli si trova un nome. Nel caso del genere delineato da Yes, Genesis, Gentle Giant e compagnia setticlavia, le cose sono andate in questo modo. Oggi chi dice di fare prog in realtà deambula intorno alle coordinate creative dei grossi nomi degli anni ’70. Non inventa nulla. E il progressive era necessariamente invenzione. I Pallbearer inventano? Il bello è questo: sì. Hanno ragione a definirsi progressive e non doom? Ni.

Per prima cosa dovrebbero evitare di mettersi a sparare con l’etichettatrice sui loro stessi piedi. Per questo bastano e avanzano le legioni di writers in giro per la rete. Secondo: non sono d’accordo. Secondo me il loro è un incrocio bello e buono. Il pregio maggiore di questa band è di insistere su un certo tipo di doom e spingerlo dove non si sa. Qui sta il prog. Finché sono doom fanno prog. Come smettono col doom diventano gli Anathema. Della serie, andiamo dove andiamo e ve lo diremo quando arriveremo, soprattutto questo sono ora i Pallbearer.

DOOM OR B-DOOM?

Perché il doom, come genere nel suo complesso, direi per il suo ritmo più lento, offre al musicista molti elementi per respirare. È come il concetto di spazio negativo; a volte le cose che non ci sono possono davvero aiutare ad attirare l’attenzione sulle cose che ci sono. La musica lenta può dare vita molto più a elementi che potrebbero essere persi in altri stili, per non parlare della natura generalmente triste o introspettiva che viene spesso utilizzata in alcune delle migliori composizioni di doom. (J.D. ROWLAND)

All’epoca del primo album, Sorrow & Extincion, i recensori delle varie webzines e portali non sapevano che cavolo scrivere su questa band. Alcuni neanche si accorsero che l’esordio dei Pallbearer fosse un gioiello, una rivelazione e che avrebbe poi condotto a due capolavori immensi. In effetti, di lì a poco S&E divenne un caso, un successo grosso considerando ciò che era, ovvero un disco concepito per non averne affatto.

Personalmente non lo trovo così irresistibile. Secondo me era impossibile capire la portata del gruppo da un album tutto sommato doom intransigente più per coprire inesperienza e magagne tecniche, stilistiche e produttive che per scelta artistica. Palloso, caotico, troppo effettato e con i suoni mai più riconfermati dalla band.  C’è chi lo adora, oggi, ma non è quello che mi interessa: oggi c’è sempre qualcuno che adora qualcosa.

Io voglio parlare delle influenze e i recensori più o meno hanno cercato tutti di cavarsela con i soliti nomi: Cathedral, Candlemass e persino Blue Cheer. Ora, non c’è assolutamente nulla di queste band nei Pallbearer e un recensore cita i Blue Cheer allora non gli resta che menzionare Helter Skelter e Wagner e James Bernard della Hammer poi ci siamo tutti. Ma proprio niente. Insomma, questo delle band citate sopra non è il tipo di doom che riguarda i Pallbearer.

No amico, non suono in una doom band. Quella sorta di esplosione doom stava avvenendo attorno a noi al momento in cui il nostro primo album è uscito. Sono stato sempre una grande fan del doom, ho sempre amato quella musica e a vent’anni ho davvero scavato a fondo nel genere per scoprire più band possibili. Penso che sia un grande genere musicale e sono contento che sia diventato popolare. Molte persone hanno questa impressione, ovvero che se qualcosa diventa popolare finisce per sciuparsi, ma io la penso al contrario, perché ottieni più punti di vista, più prospettive, sia da chi conosce il genere che da chi non l’ha mai sentito prima. (BRETT CAMPBELL)

Esistono vari tipi di doom; non entriamo nelle specificazioni o diventiamo doom anche noi. Però ci sono due scuole davvero troppo differenti per non essere utilizzate allo scopo di orientarci nel caso dei Pallbearer. La prima è quella che suona riff alla Black Sabbath e gli basta. Non vuole aggiungere nulla. La purezza reazionaria è l’obiettivo. Si gode proprio perché non si vuol godere. Poi c’è una seconda corrente, quella nata in Inghilterra negli anni 90 e sviluppata dal triunviro Anathema, Paradise Lost e My Dying Bride, ovvero un doom che vuole dilatare non il suono ma le emozioni. La rabbia, la tristezza, la paura, sono evocate e intrappolate allo stesso modo in un reticolo di fraseggi drammatici… Ecco, i Pallbearer sono così.

Delle tre band inglesi guardano lucidamente più ai My Dying Bride e gli Anathema nelle linee melodiche e nel modo di avvicinarsi al progressive più introspettivo, mentre il riff riuscito davvero, quello di Worlds Apart, in apertura di Foundations Of Burden, è parente dei Paradise Lost di Icon/Draconian Times. Quando un giornalista l’ha fatto notare alla band, loro però si sono dichiarati decisamente estranei all’influenza di Holmes/Mackintosh, ammettendo di averli sempre rispettati senza mai provare una genuina ammirazione. Eppure ecco lì l’influenza.

Ma in fondo in fondo i Pallbearer vengono da molto altro. Come liriche siamo sullo stile di Aaron Stainthorpe. Di sicuro la cosa più evidente ripresa dai MDB, a parte questa, è l’intrecciarsi costante delle chitarre, già presente in The Legend e poi cresciuto fino a segnare un nuovo apice di complessità ed evocazione in Watcher In The Dark e un clou totale nella bellissima I Saw The End dell’ultimo Heartless. C’è da impazzire a cercar di seguire con l’orecchio il passeggio parallelo dei due chitarristi in quel brano e in tanti altri momenti del nuovo album. Non si tratta di normali armonie di quinta o settima. Le note pigliano su per i viottoli sperticati della stessa montagnola, come fiumiciattoli irrequieti. Ricollegandosi a momenti e divisandosi in altri con un effetto complessivo di grande coralità e di scoscese dilatazioni.

I My Dyng Bride rispetto a molte altre band ebbero il pregio di basare il loro doom chitarristico non su Black Sabbath (oltre l’inevitabile) ma gli Iron Maiden. Si sente che i giri e le melodie si rifanno a Smith/Murray/Gers, solo rallentate a dismisura. Questo gli ha permesso di rendere il doom commovente. Se ascoltate i Saint Vitus o i Cathedral non c’è niente da piangere e molto da fumare.

QUANDO FINIVANO LE PILE, DAL WALKMAN SI APRIVA UN ALTRO MONDO

Sentire i Pallbearer è come quando stavano finendo le pile del walkman vent’anni fa. Non so se ve lo ricordate o siete abbastanza grandi da averlo vissuto, ma in pratica quando capitava a me, puntualmente non ne avevo di nuove da mettere al posto delle vecchie e così lasciavo girare il nastro finché ce la faceva e il bello era che sentendo i pezzi che conoscevo a memoria di Maiden o Metallica, rallentati in quel modo, notavo cose che alla normale velocità mi sfuggivano. Era una tortura ma anche una fonte istruttiva ascoltar musica in quel modo.

In effetti quando Sam Peckinpah, il regista de Il Mucchio Selvaggio, sparava rallenty a oltranza nei suoi film, era per enfatizzare le scene di violenza, ma anche per vedere cosa succedeva sul volto dei personaggi da quando il proiettile usciva a quando si conficcava nella carne; alle decine di morti che il protagonista viveva prima di morire sul serio.

I Pallbearer, come a suoi tempo i My Dying Bride, volevano far questo, mostrarci a livelli di lentezza parossistici, le infinite sfaccettature di un riff e una melodia e quale mondo nasca e muoia tra una nota e l’altra; nelle maglie di un pezzo ci sono autentiche risacche emozionali. È un po’ come infilare un brano sotto al microscopio sonoro e lasciare che si rivelino l’infinitame di microorganismi emotivi presenti su una traccia di accordi apparentemente normale.

I Pallbearer da Sorrow… fino a Heartless non hanno fatto che farcire sempre di più quelle tele dilatate di suoni, visioni e invenzioni. Ecco il progressive.

PINK FLOYD UNA CEPPA OVVERO QUALCHE RIFLESSIONE GALVANIZZATA SUL NUOVO HEARTLESS

Siamo davvero ispirati ai Pink Floyd e Camel e con Heartless abbiamo finalmente sentito che era il momento di esprimere  le idee che avevamo, con tutti gli strumenti a disposizione per catturare quello che era in origine solo un punto di discussione. Molta gente ci considera una band di metal doom, ma non lo siamo, ci consideriamo una banda progredita fortemente. – Qualcuno dei Pallbearer

Oggi si sprecano i paragoni con i King Crimson e i Pink Floyd ma solo perché è la band a citare quei gruppi come fonti di scopiazzamento. In realtà per avvertire qualcosa alla Gilmour bisogna aspettare il solo di Dancing In Madness, il quarto brano di Heartless (il capolavoro del disco) o l’ultima melodia in coro di Vanished., su Foundation.

Per quanto riguarda i Crimson bisogna dire una cosa che poi approfondirò quando mi occuperò dei Pain Of Salvation: dove in generale si parla di influenze da Fripp e la sua band non pensate necessariamente a Red, Starless And Bible Black ma gli ultimi due album, The ConstruKtion Of Light e The Power To Believe. La grandiosità di Fripp in quei due dischi referenziali e sornioni quanto vi pare è proprio nell’auto-confezionare la sua musica in chiave moderna e offrirla ai moderni. I King Crimson sono la sola band che ha ridefinito il proprio sound nella veste contemporanea e l’ha consegnato così alle nuove generazioni. Non si tratta di una recrudescenza spontanea come per i Black Sabbath negli epigoni infiniti degli anni 90 alternativi: l’influenza dei Crimson nelle band giovani è una replica precotta e non una rielaborazione del loro testamento.

Questa può essere la più grossa stronzata che abbia mai scritto, però. Attenzione!

Nel nuovo dei Pallbearer c’è forse un po’ l’attitudine e qualche grezzo rifacimento dei giri complessi di Red, ma del resto potete ritrovarne in qualsiasi album prog metal dal 1984 a oggi. Mentre incuriosisce l’insistenza della band a menzionare come riferimento stilistico il filone più leggero e melodico del prog storico: Asia, Camel, Boston. Di sicuro il lavoro sulle linee vocali è via via orientato a trovare un equilibrio che offra maggiore accessibilità radiofonica ma nell’insieme pure qui, non capisco cosa centrino i Pallbearer con ‘sti nomi. Io mi sbaglierò ma trovo molto più vicine certe digressioni crossover anni 90 di Alice In Chains e Warrior Soul, con Ozzy sullo sfondo, ovvio.

Queste però non sono indicazioni condivisibili. Siamo più dalle parti della similitudine. È una roba estremamente soggettiva. Tipo le rocce di Marte che sembrano una faccia che vi guarda. Vi è mai capitato di osservare un passante e dire: ehi, quello somiglia a Robert De Niro? E chi avete vicino invece risponde: ma dove? Secondo me pare Alex Del Piero. Lo stesso vale per la musica. Io posso notare una parentela assurda che gli altri non scorgono. Chi ha ragione? In alcuni casi tutti e nessuno. Per esempio, che mi direste se vi confessassi che The Legend somiglia a Save a Prayer dei Duran Duran passata sotto un cingolato? Non ci posso far nulla. Mi sembra che le chitarre facciano le medesime note delle tastiere di Nick Rhodes. Ma potrei sbagliare.

Il discorso delle influenze mostra tutta la sua inutilità con i Pallbearer. Non stiamo parlando di una delle innumerevoli cosplay band che girano oggi, che sembrano clonare i suoni, il look e la creatività dei grandi classici, maggiori e minori, ma con esiti di insostenibile sterilità. Qui abbiamo un gruppo che sta aggiungendo qualcosa di suo alla storia del metal e fisiologicamente ruba gesti e visioni a chi c’è da prima. Appena spingete play non potete pensare a nessuno, a parte loro, i Pallbearer.

Questa cosa però succede da Foundations Of Burden. Il secondo album è il motivo per cui siamo qui a parlare di loro. Se avessero fatto un altro Sorrow e poi un altro Extincion, come moltissime band anche valide, che iniziano con una bella premessa e poi seguitano a ripeterla (Conan docet), ora non parleremmo più di loro.

Ripremessa, Riripremessa. Un’altra prova della peculiare grandezza di ‘sti qui è che crescono. C’è chi vi dice che Foundations Of Burden è il capolavoro ma non date retta. Per quanto Heartless non sia impeccabile, secondo me, va avanti ancora.

Entrambi questi dischi sono da ammattirsi. Bisogna dirlo. E presto guadagneranno l’attenzione che meritano, magari sospinti da album via via sempre più commerciali e popolari.

I Pallbearer hanno la capacità di scrivere melodie immortali. È questione di un disco o due e avrete il pezzone da sputtanamento che gli hipster del doom già paventano nei loro incubi bagnati da indigestione di salamella.

 

Prossimo speciale: Dark Tranquillity

 

 

 

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