Editoriali Pascolando

Crescere finché non si è in due… riflessioni su vita di coppia, rabbia e solitudine in tandem

Salve equinidi, è Padre Cavallo che da che pulpito vi dice un paio di cosette sull’amore e il rapporto di coppia. Secondo me infatti l’uomo, dal momento in cui viene fuori sulle sue zampe secche e tremanti e la codina guizzerell… ehm, no scusate, dicevo, l’uomo, da quando nasce e si aggrappa alla tetta ha un solo imperativo: crescere.

Fisicamente gli riesce piuttosto bene… ma anche male, talvolta malissimo… beh, diciamo che gli riesce, di crescere, ma dentro, interiormente il discorso non è proprio lo stesso. Ci sono esseri che iniziano bene e si fermano a quindici anni, altri che a sette già pensano come ventottenni e altri ancora che si fermano a ventidue fino a quaranta e poi, di precipizio diventano ottantenni.

Cosa voglio dire con queste stramberie matematiche? Semplice: l’uomo, interiormente cresce poco e soprattutto sapete quando è che si ferma del tutto? C’è chi dice al momento in cui diventa miliardario e il discorso riguarderebbe le star del rock e del pop: se sfondano a vent’anni rimangono col cervello a quel punto. Ma quello che dico io è più generale, non siamo tutte pop star, anche se la strada è quella di illuderci che sia così. Io dico che gli uomini (e le donne) crescono fino a quando non entrano a far parte di una coppia.

Sì, so quello che pensate, la crescita in tandem, la maturità in due, la vecchiaia insieme… puttanate. Nella maggioranza dei casi non si cresce un tubo. Si rimane quello che si era prima. E cosa si era prima? Soli, tristi, infantili e arrabbiati. Solo che una volta sposati o conviventi la solitudine, la tristezza, l’infantilismo e la rabbia si proiettano su chi ci sta davanti dalla mattina a sera. E così fa il partner, con il risultato che ci scambiamo rabbia, solitudine e infantilismi, oltre agli effluvi e i microbi. Tieni, io ti do i miei complessi, tu passami quelli tuoi che sarai stufo di usarli, no?

L’uomo cresce. All’inizio lo fa piuttosto bene. E finché resta solo ci sono buone probabilità, madri permettendo, che continui a farlo. Ma cosa significa crescere? Significa accettare la propria solitudine, accettare i propri limiti, accettare se stessi. Diventare grandi. Adulti! Non ci si sveglia un giorno e tac, si accetta se stessi. Occorre una vita. Si fa prima ad accettare la morte che se stessi, sapete?

Purtroppo questo blocco è collegato alla nozione di amore coniugale, che ci viene incippata nel cranio quando siamo ancora molto malleabili. Religione, madri oppressive e cinema di pessima qualità fanno capolavori di infelicità inculcando nelle nostre teste modelli esistenziali inarrivabili. Inarrivabili perché fasulli, come Babbo Natale e altri miti.

Non capisco perché a sei o sette anni papà ci riveli che non esiste Babbo Natale ma ci risparmi la balla che lui e la mamma sono felicemente sposati da vent’anni e determinati a godersi la loro gioia quotidiana per sempre. Tanto più che il bimbo, ancora non un adulto coglione, vede bene che è una puttanata. Ma torniamo al punto.

Finché si è soli, ci si deve dare da fare. Si deve affrontare la propria solitudine, meditare, migliorare ogni giorno e fare affidamento solo su se stessi. Purtroppo tutti finiamo per soffrire il rigurgito del mito: vedrai, ci dice una voce, troverai l’anima gemella. Lei/lui ti salverà da questa solitudine, da questa noia, da questo schifo che ti senti. Ti senti schifoso perché nessuno ti ama, quando anche tu avrai una persona che ti ama e che ami, tutto quanto andrà a posto. La vita sarà meravigliosa.

Poi si incontra l’anima gemella. Tutti la incontrano. Tutti. Il problema è che la sopravvalutano e quella poverina non regge l’impatto con le aspettative. Si inizia con il sogno, l’ebbrezza, la gioia di vivere: finalmente siamo in due, mai più giornate uggiose e seppur ci saranno le affronteremo insieme e quindi saranno di sicuro meno uggiose di così.

Purtroppo l’euforia passa e arrivano i calzini sporchi, le bollette, le giornate uggiose finiscono per essere anche più uggiose perché si è in due e pesano il doppio e sembra di dover tenere quel peso da soli, sulle proprie spalle.

Nonostante tutto, la solitudine c’è ancora, la paura, la tristezza, la rabbia ci sono ancora. La rabbia poi è di più.

Il poeta e cantautore livornese Piero Ciampi disse un paio di cose sull’unione coniugale e lui sapeva di cosa stesse parlando, visto che di mogli ne aveva avute minimo un paio. Disse che non si è mai tanto soli fin quando non si è in due. E poi aggiunse che la famiglia è una giungla, proprio come il mondo là fuori. Si dovrebbe vivere sicuri e beati nel proprio rifugio ma non è così. La casa, il focolare, la moglie e i figli, sono solo un’altra giungla!

La rabbia cresce e si ripercuote sull’altro. Se mi sento solo, ci si dice, non è perché sono e sarò sempre solo, sei tu che mi ci fai sentire. Se mi sento brutta non è perché mi sento e mi sentirò sempre brutta, è che tu non mi desideri abbastanza, mai!

Si finisce per credere che l’altro che si ha davanti, quello a cui si è detto sì, sia un impostore, ci si sente ingannati. Tu, non sei l’anima gemella che cercavo. Tu sei solo uno qualsiasi.

E così via fino al divorzio o magari a una guerra eterna che quella israelo-palestinese pare una scampagnata agli sgoccioli.

Ma sapete perché quella solitudine, quella rabbia, quella paura non spariscono nonostante il matrimonio, l’unione, l’incontro con un essere apparentemente così speciale tutto per noi?

Perché sono dentro di noi, nate, radicate e pasciute dentro di noi. E sempre saranno lì. Solo noi possiamo fare qualcosa per alleviarle, accettando noi stessi. Lavorare giorno e notte, studiare, meditare per accettare i nostri limiti, crescere, capire, conoscere le vere ragioni dietro le emozioni, le vere dinamiche dietro la sofferenza che ci riempie e svuota da quando eravamo piccoli e a scuola nessuno voleva giocare con noi o quando a casa mamma e papà non ci davano mai retta perché erano stanchi e preferivano guardare la TV.

L’altro può aiutarci. Può darci il suo amore, il suo ascolto, la sua comprensione… credete, non è poco ma tantissimo. Sentirsi capiti, ascoltati, compresi aiuta in modo decisivo a venir fuori dalla tristezza, dalla frustrazione, dalla solitudine. Ma non può bastare. No. Chiedere di risolvere il casino che siamo a chi ci ama è come pretendere che uno ci lasci in poltrona e sgobbi tutto il giorno per pulirci casa, pagarci le bollette, le vacanze, allevare i nostri figli e realizzi tutti i nostri sogni più reconditi, quelli talmente reconditi che non li conosciamo neanche noi!

Assurdo. Impossibile. Se vuoi casa pulita devi pulirla tu. Lascia in pace l’altro. Oppure chiedigli di aiutarti, perché tu hai bisogno che sia pulita. Ma promettigli che ti consulterai con un analista per questo tuo bisogno incarnato di ordine e pulizia. Perché può volerti dire cose molto più urgenti da risolvere in te, che togliere la polvere dal mobile della nonna.

L’altro può darci un abbraccio caldo e morbido quando ci sentiamo soli, ma quell’abbraccio non assorbe la nostra solitudine. L’altro può ascoltarci e sorridere dolcemente per le nostre ansie, dicendoci sottovoce che va tutto bene. Non possiamo crederci ma aiuta, sentirsi dire così da chi ci ha ascoltato davvero.

Difficile però trovare comprensione e affetto in chi ci guarda a propria volta come fossimo impostori, troppo distratti, troppo pigri, troppo comodi per salvare lui/lei dal dolore che prova, dalla solitudine, dalla rabbia che ha dentro. Tu sei solo e io allora? Tu ti senti di merda? Ma io???

Smettiamola di aspettare che arrivi qualcuno a darci ciò che ci manca. Solo noi possiamo imparare a farlo.

Sapete come?

Ah, no?

Peccato, nemmeno io.

Ma un paio di indizi li sto scoprendo sulla mia pelle. Se volete sentire, ecco qui.

Pensate a quando eravate piccoli e i vostri amici vi lasciavano da soli, tutti coalizzati per non giocare con voi. Cosa facevate?

Piangevate? Urlavate schiumanti, spaccavate tutto?

Vi dico cosa facevo io. Me ne andavo a casa. E il rancore via via passava la sedia a una dolce autocommiserazione. Chi se ne fregava di loro, io stavo bene da solo, mi dicevo. Io avevo certi sogni che se li avessero fatti loro nel sonno sarebbero caduti dal letto. Io avevo certe idee in testa che se le avessi realizzate sarebbero state i giochi più divertenti del mondo. Mi servivano i tipi giusti per metterle in pratica. Soprattutto le tipe giuste! ahahahah

Sapevo che non era vero, tutto quello che mi dicevo e che lo era allo stesso modo, ma in fondo in fondo non sentivo più così male dentro ed era ciò che contava di più. Mi fermavo fuori di casa e iniziavo a fissare il tramonto. Mi divertivo a scorgere nei tendaggi e le striature di colore del sole tra le nuvole, chissà quali mondo assurdi e meravigliosi. Passavo minuti e minuti così. Mi congelavo nell’aria umida e non mi accorgevo della voce di mia madre che mi chiamava per cena. A casa mia madre cucinava sempre le stesse cose, specie l’inverno. C’era la minestra e io la odiavo. Però col formaggino era mangiabile, anzi, mi piaceva. E mentre col cucchiaio cercavo di farla durare il più possibile, sentivo tutto sommato che non mi importava dei miei amici, che stessero al loro posto, io ne avrei trovati di migliori. E quel senso di autocommiserazione tornava ad avvolgersi intorno a me, dandomi brividi caldi in tutto il corpo.

Ecco, provate ora che siete grandi e il mondo, come sempre, non vuole giocare con voi, a mangiarvi un piatto di minestra.

Siete voi e la vostra minestra. Col formaggino. Prendetene a piccoli sorsi. Ascoltate il suono del cucchiaio nel piatto, sentite l’odore del brodo e il vapore sul vostro viso.

Chiudete gli occhi e ditevi che avrete nuovi amici e se non accadrà, avrete sempre voi stessi. Voi sapete cosa può un piatto di minestra, nella vita. Voi lo sapete.

Da piccoli sappiamo come scacciare la solitudine e la noia. E non ditemi che i bambini non ne provano. Le mie figlie si lagnano sempre di non avere nessuno con cui giocare e che non sanno cosa fare, a parte usare quei cacchio di tablet.

Eppure dopo un po’ che le ignoro e non dissequestro i tablet, eccole che non le sento più. Vado a vedere e le trovo in camera che giocano a dei giochi assurdi inventati da loro, con i pupazzi, con gli oggetti presi dalla cucina, tipo scodelle o forbici… o magari disegnano. Loro, dipendenti dalla computer grafica e i cartoni di Sky, che con i pastelli e un misero foglio bianco, danno vita a visioni alla Jodorowski per dirmi quanto mi amano e quanto sono felici con me, in mezzo a un prato con fiori giganteschi e una brezza che gonfia le loro gonne principesche.

E non si sentono più sole e non si annoiano più.

Poi succederà che gli diranno: trova l’anima gemella e dovrai smettere di inventarti dei modi per sentirti meno solo e annoiato. E da lì si involeranno in un tunnel di tristezza e rabbia. Troppa rabbia. Ma non sarò io a dirgli una simile cazzata.

Parola di Padre Cavallo. Hail Satan e buona giornata!

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