La Truebrica del fantino Recensioni

Heart Of Steele – Considerazioni depressive attorno a October Rust

Un delicato esercizio di cerchiobottismo – Paolo Giordano – Metal shock 223 (1996)

Per apparire diversi dagli altri gruppi in giro, i TON, avrebbero venduto il nonno ai cannibali e invece hanno fatto la fine di tutti coloro che sono riusciti a fare un disco di successo, sono costretti a ripeterlo. – Luca Signorelli – Metal Shock ‘96

Eccovi due esempi di come la stampa italiana accolse October Rust alla sua uscita. Non riporto le recensioni complete perché fa troppo caldo e ho pietà di me. Per farvi un sunto basta dire che Giordano vide nelle 14 tracce del disco quasi solo tentativi di intellettualismo fine a se stesso (con troppe tastiere e poco metal) mentre Signorelli rinfacciava alla band le foto di Peter Steele su Playgirl e i ridicoli versi esoterico-sessuali, dimostrando di non aver captato, pure da lontano, allora come oggi, l’ironia trollona dei TON.

A risentirlo ora, è chiaro, è facile parlare ed è vero, non si tratta del miglior disco della band: risente della pressione del precedente Bloody Kisses. La paura di Steele di perdere anche uno solo dei fans guadagnati fin lì, l’ha portato a prendere il controllo quasi totale della scrittura con evidente ingessamento strutturale dei pezzi e molta melassa sinfonica all’insegna dell’autocommiserazione orchestrale.

Col tempo però bisogna dire che October Rust è cresciuto… o magari siamo cresciuti noi che allora sbadigliavamo e sonnecchiavamo sulle tracce di In Praise Of Bacchus e Haunted, rimpiangendo la mancanza di un’altra Christian Woman o dei muraglioni in palm-mute di Black No.1

My Girlfriend’s Girlfriend è un singolo ancora oggi accattivante, ma è chiaro che non ha la spinta pura dei brani più hot di Bloody Kisses. Gli stessi TON hanno finito per minimizzare il pezzo, definendolo solo uno specchietto per le allodole. E in effetti l’andamento è molto vicino a certi freaky-horror anni 60 che alle sudate tenebre di Black No.1.

Però oggi non si può mettere in dubbio il grande valore artistico di una band che ti apre un album con Love You To Death. Sette minuti che filano via su una stesa di candele, pelle affamata e lascive suppliche di devozione estrema. E che al di là di tutte le smorfie e i gemiti goth in stile Addams Play Zappa, un pezzo del genere mostra la vulnerabilità di un gigante dal cuore stanco. Lasciate perdere per un momento le tinteggiature erotiche di scuola post-punk delle liriche e soffermatevi sulla potenza dei suoni, sul romanticismo e l’ironia del cantato.

C’è dichiarazione più eroica e commovente di quella del ritornello? Voglio amarti fino alla morte… ok. Ma per quale motivo ci sembra che qualcosa in fondo sia sbagliato nel modo in cui lo dice?

Se c’è una cosa che Peter Steele ha saputo descrivere dell’amore è la sua natura patologica. Amare significa diventare pazzi di qualcuno. E possiamo riempire la stanza di cioccolatini a forma di cuore e di rose rosse, ma negli occhi fissi di uno spasimante c’è l’inferno-se-necessario.

October Rust è un disco nato sotto la cappa di un lutto non elaborato. Peter Steele, tra il 1993 e il 1994 realizza il sogno di vedere di fronte a lui migliaia di persone che urlano i versi delle sue canzoni e lo guardano adoranti. Poi un giorno, durante uno di quei concerti tanto soddisfacenti, gli arriva la notizia del padre malato. Poco prima di salire sul palco, una sera, qualcuno lo informa che non c’è più nulla da fare.

Per quanto sia il caso di tornare a casa per il funerale, Pete è troppo lontano e ci sono di mezzo gli stipendi di così tante persone che non si può interrompere il tour, ma continuare a salire su un altro stage e inneggiare al sesso, l’amore, la morte, la vita.

E così, una volta che il tour finisce, prima di mettersi sotto a lavorare con l’album più importante di tutti, quello che dovrebbe riconfermare il successo arrivato non si sa come… ecco che Steele si deve giostrare tra il senso di colpa di non aver visto suo padre morire e la destabilizzante sensazione che in realtà non sia neanche proprio morto morto. Non ha visto calarlo nella fossa. Non l’ha salutato. Papà è come se fosse ancora vivo ma da qualche parte, lontano e irraggiungibile lo aspetta.

October Rust è un lavoro inzuppato di questa merda e tanto altro dolore. Perché Steele con i suoi due metri non ha abbastanza serotonina per tutto quel deserto di ciccia e così la depressione lo accompagna fino al porto franco del Prozac+ e di quattro gatti a far da coinquilini della miseria. Lui ne ha sempre parlato con ironia, come una compagna fidata quanto una puttana bisognosa.

Andare sul palco e vedere che tutti iniziano a ridere e ti indicano, ecco una delle sue peggiori paure. Se fosse successo, probabilmente lui non avrebbe battuto ciglio. Ma non succedeva, e questo lo salvava e condannava insieme, tutte le sere.

È morto d’infarto ma chissà perché io l’ho sempre vissuto come un suicidio. Forse Peter non avrebbe mai deciso di buttare tutto all’aria tipo Cornell o Chester dei Linkin Park, ma di sicuro non avrebbe giudicato il gesto dei suoi colleghi. Lui sapeva che c’è un dolore, da qualche parte, in alcuni uomini, che non cessa mai. Si tratta di una specie di stretta al collo, che fa schizzar fuori le lacrime quando meno te lo puoi permettere.

È un dolore fondo che non manifesta sintomi. C’è chi si taglia e chi fa delle sciocchezze pur di mostrare che lo si prova. Guardami, sto sanguinando. Il mio dolore mi fa sanguinare. Se la depressione facesse venire la febbre, la gengivite, le pustole al sedere, se portasse la pelle a marcire, se mostrasse un qualche sintomo indiscutibile, probabilmente oggi avremmo una cura.

Purtroppo non è così. Il dolore c’è ma non si vede. E questa è l’era in cui ciò che non si vede… non si crede. E chi ti sta vicino pensa che magari ti stia inventando tutto e finisce che lo pensi anche tu. Ti dai la colpa perché non riesci, nonostante le ricchezze che hai avuto dalla vita, a godertele un minuto scarso.

Dovresti essere felice: hai due figli sani, una moglie che ti ama… e invece tu stai sempre peggio. E ti senti un verme perché nonostante il loro amore, tu muori. E allora se fai i soldi con i tuoi dischi ma continui a scrivere che ti senti solo e infelice, gli altri pensano che dietro il tuo urlo ci sia la maniera di chi consolida una formula per fare grano con il dolore, e invece a volte non è così. E capita pure che se hai i soldi, le donne, le piscine, le ville, e puoi dare ai tuoi figli tutti i regali che desiderano e tutta la sicurezza di cui necessitano, a volte, crediamoci, ogni tanto, continui a non poter offrire loro la felicità che non senti dentro di te.

October Rust è un lavoro fatto per ripetere il successo. Lo so. Signorelli spietato aveva ragione. E non è un album riuscito al cento per cento; troppi casini intorno, troppo dolore, troppe ballad e troppa paura e troppo poco metal, già… però è un disco gonfio di sangue e di carne agonizzante. Respira anche oggi. Sentite brani come Wolf Moon o In Praise Of Bacchus e ditemi se sotto quelle coltri di tastiere e di chitarre non si avverte ancora il cuore di Peter che batte. Quello che ormai non suona più nella sua cassa toracica, esatto.

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