Editoriali Pascolando

Dimmi se poghi e ti diro’ chi sei…sei mio amico!

Io non so cosa minchia voi abbiate fatto in questi ultimi due weekend, francamente nemmeno mi interessa.

Potrei però dirvi quel che ho fatto io, in questi due weekend; se poi non  interessa nemmeno a voi per ripicca, potete anche chiudere questa pagina Sdanghera e di certo non emetterò lacrime amare dal mio teschio per questo.

Ho appena passato due sabati di bonario caos e devasto assieme alla Crew di Don Ruggiero (a Caval Ruggiero non si guarda in bocca, perché se provi a farlo gli si alza l’attrezzo, da buon equino) meglio nota come Crew del Disagio, presso il XXIII Agglutination Fest prima e presso la terza edizione del Breaking Sound Fest poi.

Su questo, nulla di eccezionale, solo due eventi che ormai qui in Terronia avvengono con regolarità dove, ripensando ad essi proprio in questi giorni postumi, ho realizzato che mi hanno insegnato molto, facendomi capire cosa servirebbe al Mondo per migliorare: un senso di appartenenza, unito ad uno spiccato menefreghismo delle regole e dei luoghi comuni. Viviamo in una società dove, soprattutto in quella italiana, per conoscersi bisogna dapprima scrutarsi con sospetto, visionare i difetti del prossimo e fare una somma mentale che ci permetta di capire se costui/costei valga la pena frequentarlo/a, se costui/costei ci piaccia o meno, in modo da imbastire la nostra classifica del gradimento sociale, pensando cose del genere…..

<< Tu sei un soggetto. / Tu un bamboccione. / Lui, un disadattato. / Apperò, in fondo quel che si dice di lui in paese forse allora è vero. / Ma chi se la chiava questa? / Questo non andrà mai da nessuna parte. >>

Ora, non ditemi che non è così. Provate a negarlo, se lo fate siete ipocriti.
Ma non è un vostro difetto: dieci ere geologiche fa ci provai anch’io a negare ciò, ed infatti ero un fottuto servo della gleba standardizzato ed ipocrita, e te ne rendi conto solo quando esci fuori da quei ranghi della società che ti costringe e ti vizia, tuo malgrado, nell’essere più o meno inconsciamente stronzo come tutti gli altri. Così facendo la cara società ti influenza, i nostri modi di fare si allontanano da quelli che sono i nostri sensi di appartenenza naturali: siamo tutti esseri umani.

Un difetto non vuol dir nulla, perché nessuno di noi rappresenta la perfezione e, come dice sempre il mio maestro di Yoga, chi è troppo bello o perfetto fuori spesso è perché vuol nascondere qualcosa oppure il nulla al proprio interno.

Nel pogo ogni cosa si annulla. Esempio? Eravamo tutti lì a far casino, saltare e sporcarci di terra, senza mai dirci “Oh ma quanto fai schifo, sei sporco, lavati!”. Se cadi, qualcuno ti darà per forza una mano a risalire. E chi sarà a farlo? Il primo che capita, ovvio: uno che fino a poco fa nemmeno sapevi che esisteva. E con qualcun altro, in verità molti, ho anche discusso di cose, situazioni, problemi, pacche, strette di mano, conoscenze e devasto together.

Ci conoscevamo per caso con questa gente? No.

Ci siamo giudicati per i nostri difetti estetici, su quanto fossero fighe le nostre t-shirt (vero vanto del metallaro di un certo tipo attento alla trve kvltaggine del proprio vestiario, non sia mai a sporcarlo, salvo poi lavarsi la bocca su “quanto sia fighettina la società e blablabla”), su quanto fosse brutto il mio cranio ammuffito o su quanti anni avessimo? No, perché in quel momento eravamo tutti fratelli. E non per forza “Brothers of Metal”, ma “Brothers e Basta”.

Tutti amici, uniti da un unico scopo: in questo caso era la sola voglia di divertirsi, o di sentirsi “metallari” mettiamola pure così, ma da buon illuso sognatore a volte mi piacerebbe pensare nel poter noi tutti applicare tutto questo alla strada, alla vita comune di tutti giorni (e che mio piccolo è una cosa che questo brutto ossuto già fa).

In tutta onestà, potrebbe mai succeder tutto questo in una affollatissima città o un triste paesino? Non credo, lì al massimo se cadresti per terra ti guarderebbero tutti storto e chi verrebbe ad aiutarti nel rialzarti verrebbe visto come un coglione, sotto gli sguardi immobili e senza azioni di coloro che nella vita per andare avanti magari han praticato raccomandazioni & lecchinaggio (e la vita mi ha insegnato che spesso più il prossimo vuole giudicarti più costui ha qualcosa da nascondere).

Solo due righe per dire una cosa: se nella società applicassimo le stesse leggi che un certo tipo di gente devastata adotta per il pogo dimenticando la frenesia ipocrita del Mondo moderno a favore della frenesia meno calcolata e più istintiva del moshpit, forse oggi qualcosa migliorerebbe. Lo “storpio” farebbe festa assieme a quello che un tempo si atteggiava a difensore della razza pura, il rifugiato di guerra tricolore berrebbe vino assieme a colui che prima si riteneva uno schierato leghista convinto che il suo simile africano fosse giunto qui in Italia per rubare il lavoro ai suoi figli, l’omosessuale sarebbe libero di mostrarsi per ciò che è senza nascondersi al cospetto dei vecchietti, a nessuno importerebbe se sei fascista, comunista o ami Gandhi, perché in una società basato sul “modello pogo” certe distinzioni nemmeno esisterebbero, così come la politica stessa (o più realisticamente, non la malapolitica).

E levo pure il forse di cui sopra.

Non datemi del buonista: non sono di sinistra, me nemmeno di destra e poi detesto gli hippie.

Perché scrivo certe cose banali ed utopistiche? Perché mi va di farlo, e fortunatamente ho ancora il dono del buon senso. E poi io nella vita di tutti i giorni ogni volta che posso applico il “modello pogo”.

Lo Zombie “Uncle Deaddy”

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