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Grave – Sepolti vivi!

I Grave sono stati i primi e poi sono diventati anche gli ultimi nell’olimpo delle band death del nord Europa. Gli Entombed, gli Unleashed, i Dismember sono assai più considerati e famosi di loro, anche se la qualità di Into The Grave (1991) non si discute e le uscite successive, soprattutto fino alla cantonata nu-thrash di Hating Life (1996) andrebbero riscoperte.
Nati come Corpse e poi rigenerati nella tomba, la band ha usato la stessa tecnica del rigatino che portò i Nihilist a rinascere negli Entombed. I secondi per togliersi dai piedi Johnny Edlund finsero di sciogliersi e poi si riformarono il giorno dopo col nome Entombed. I Grave, per sbarazzarsi del bassista Jügge Oi, si limitarono a sostituire il nuovo monicker a Corpse sui volantini e i poster pubblicitari. Funzionava così in Svezia.

La band di Ola Lindgren ha tenuto duro tutti questi anni, seguitando a cantare alternativamente di goliardici stupri necrofili e invettive contro la cristianità, tessendo inni irripetibili all’unico dio in cui credere, il solo che non dimentica nessuno di noi e prima o poi ci accoglie in un freddo, amorevole abbraccio: la morte.

La morte ci spreme via l’anima dagli occhi come due tubetti di pasta d’acciughe, sbriciola le nostre utopie, i sogni e l’orgoglio umano in un brodoso poltiglio di vermi rigurgitati dal culo della terra in stupidi fiorellini su cui un cane piscerà e altra morte si consumerà.

Questo dio matriarcale, dall’oscuro erotismo e la poetica crudele viene poi convertito dai Grave in una specie di sardonica e spietata entità brutal, a metà tra un grande antico lovecraftiano e una delle blasfeme creature traghettanti dei cenobiti barkeriani, che le litanie e gli scongiuri patetici dell’umanità finirebbero per evocare.

Dal buio, dal nulla, l’eternità, la notte sotto la coltre tombale, ecco giungere un mastodontico fagocitatore di anime, un sauro di malvagità e morte attirato dalle lacrime di dolore e paura degli uomini, assorbe le loro preghiere e defeca sarcastiche bestemmie, ed è pronto a compiere l’unico tipo di paradiso possibile, il genocidio.

I Grave non sono mai stati granché come musicisti e nel corso di quasi vent’anni si sono limitati produrre riff alla Slayer e Celtic Frost, incidendo ogni disco ai Sunlight Studios assieme al produttore Thomas Skogsberg e ad amministrare ciò che restava di un genere nato tanto tempo prima.

Come menestrelli cimiteriali hanno continuato a diffondere l’antico morbo necrotico in bettole birrose o debosci festivalieri mentre i loro cugini Entombed si perdevano nei meandri di uno sperimentalismo rock and roll dietro all’uccellino Nicke Andersson e i Dismember si eclissavano in una specie di crisi identitaria, appassendo via via dietro al mito da macelleria psicotica di Skin Her Alive.

Bisogna però ammettere che i Grave non hanno mai imitato gli Entombed e gli altri gruppi svedesi, guardando invece all’America dei Morbid Angel e Repulsion.
Dopo il loro ritorno ufficiale, nel 2003, con il titolo programmatico Back From The Grave, la band ha recuperato le radici salnitriche, accogliendo senza più alcun ripensamento o disconoscimento il death come credo artistico e patria ideologica.

Nel loro stile conservatore e vecchia scuola riemerge tutto il passato della band. Alla violenza degli esordi si accompagna una certa attitudine allo scapoccio e al riffone, retaggio della parentesi anni 90 e inoltre c’è un generale respiro doom.

I nuovi dischi non valgono granché, sono roba per nostalgici della più fritta putredine sepolcrale, ma i Grave restano imprescindibili, specie per capolavori come Extremely Rotten Flesh, dove la morte sprigiona rutti immondi dalle coltresche natiche della purulenza sfacciata, mentre Brutally Deceased esprime in modo quasi toccante l’amore più radicato per la fine eterna come annientamento di ogni vanità, illusione e tormento della sopravvalutata esistenza.

E il matrimonio con l’oltretomba è ancora più esaltante e coerente se consumato in modo violentissimo, eroticamente macellaio. Invece di limitarmi a svanire, dice la canzone, voglio che la mia carne venga tagliata a pezzi, la mia testa mozzata via, lacerato pezzo per pezzo, il mio cadavere stuprato e poi abbandonato alla pace. Voglio morire brutalmente.

È questa una lirica al misticismo del carnaio che ricondurrà sempre l’arte del death metal all’idealistica accettazione del buio. Un sentimentalismo mortifero che affiora già in brani come Love, è così bello averti portato via dalla tomba. Hai perso un po ‘di pelle e un sacco di peso, ma sei ancora sexy in questa nuova forma. O in Rain, Su un letto di rose sotto la pioggia che cade, Io stupro ancora e ancora e ancora il tuo corpo, dove la raffigurazione cruda di un rapporto sessuale necrofilo si mitiga dei dolci effluvi sentimentali di un innamorato, perduto oltre le convenzioni sociali.

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