Recensioni Supernatural Horse Machine

Graveyard – Come siamo finiti a parlare di loro?

E fu così che il metallaro dovette sorbirsi la calamità del Classic Rock! Ogni volta che mi capita di recensire una band di questa noiosa e sterile corrente, mi domando perché, ma è troppo tardi, ormai il disco gira nella mia testa e le considerazioni si affastellano: la Nuclear Blast ci riprova con il vintage dei Graveyard, che di metal non hanno nulla.Il metallaro pare non faccia altro che mettersi seduto e aspettare che le solite dieci etichette gli servano nel piatto la sua pietanza preferita. Queste ogni tanto si approfittano della sua pigrizia e gli rifilano cose che non centrano nulla con la sua dieta e nonostante sia palese, ecco che anche i corpi estranei finiscono nella catena di montaggio promozionale di My Dying Bride e Slayer e nessuno se ne accorge, le webzine talliche e le riviste specializzate gli dedicano spazio, copertine, recensioni positivissime.

Negli anni 90 finimmo per ritrovarci sulla copertina di Metal Shock! i Green Day e i Red Hot Chili Peppers e oggi parliamo dei Graveyard. Sono al quarto album, svedesi, coccolati dai critici e rispettati anche da chi del genere Classic frega poco. Il loro raggio d’azione si estende dal 1968 al 1977 e questa loro cocciuta chiusura al mondo attuale produce un cortocircuito che manda in panne qualsiasi mio criterio di giudizio. Chi se ne importa, direte voi, conta l’opera, non il disagio di chi la esamina, sostiene o depreca, ma allora come mai volete leggerne una recensione?

Sta di fatto che travestendosi da rocker degli anni 70 i Graveyard assumono l’aspetto di chi il genere lo inventò, lo visse nei momenti più intensi e significativi, guadagnando forse un rispetto che non meriterebbero. Personalmente giudico una band di 30 anni fa in base a come le cose che fanno, oltre a emozionarmi, risultino moderne, attuali, vive. I Graveyard sembrano parlare all’oggi nonostante la vetustà del sound e dell’attitudine, ma saranno ancora vivi tra cinque anni? Dire che sembrano usciti dalla collezione di vinile di mio zio è sciocco. Band così in realtà sono come il fantasy per la storia antica. Riprendono elementi di varie epoche mescolandoli ad altri nuovi al punto da apparire antiche, ma in realtà non può essere antico ciò che mai è esistito, non vi pare? Il Trono di Spade sembra una storia antichissima però non lo è.

I Graveyard sono troppo consapevolmente protopunk per essere coevi di mente ai vecchi Skynyrd o ai Grand Funk. Si permettono di aggiungere i Dire Straits ai Thin Lizzy, agli Strokes, a Jeff Buckley, nel giro di un solo pezzo, producendo un miscuglio che in apparenza suona seventies ma che nella realtà sarebbe stato impossibile produrre in quegli anni. Prendete un brano come From A Hole In The Wall, parte con un ritmo alla Jefferson Airplane finché non esplode in una specie di blast-beat alla Bathory. Provare per credere… e poi riparte come a testa bassa in stile Hanoi Rocks in barba a tutti noi (che dati i tempi fieramente peliferi non è solo un modo di dire).

Di fatto questo nuovo Innocence & Decadence è migliore rispetto ai precedenti lavori (che da bravo metallaro passivo mi sono sorbito senza neanche accorgermene) più vario, maturo, ispirato e smaliziato. Ci sono brani convincenti come il blues un po’ lugubre di Exit 97 o l’hard rock di Can’t Walk Out, autentica pera energizzante. Colpiscono poi l’ariosità mainstream di Too Much Is Not Enough e la tristezza moribonda di Far Too Close.

Non fraintendetemi, mi piacciono i Graveyard. Amo la loro ambiguità. Sembrano voler solo riportare il mondo a un tempo in cui il rock si poteva ballare ma in realtà spingono l’ascoltatore verso sentieri non sempre così sicuri e piacevoli. Non a caso il nome è così sinistro.

Di buono hanno questa propensione a far convivere tutta la gamma di emozioni all’interno dello stesso disco: c’è la solarità di un’estate d’amore a torso nudo, l’alienazione urbana e la violenza, le ombre gotiche di un castello abbandonato e la calura smielata di un frutteto dove nascondersi con le proprie paure.

 

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