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ZZ Top Story – Dai bordelli del Texas a quelli di Tarantino

Gli ZZ Top sono in giro dal 1969 e non cambiano mai line-up. Nonostante quello che si potrebbe credere, raggiungono il successo senza quel caratteristico look fatto di barbe lunghe, cappelloni e occhiali da sole, caricatura sorniona dei moderni uomini di frontiera. Il trio è formato da Billy Gibbons (chitarra), Dusty Hill (basso) e Frank Beard (batteria). Sono tutti abbastanza famosi a livello locale in quanto reduci da esperienze di rock psichedelico come Moving Sidewalk, American Blues e The Warlocks. Per il nuovo progetto a tre scelgono di puntare però su un rock blues massiccio, ispirandosi ai gruppi britannici come Cream o Yardbirds.

Il primo disco del 1971, intitolato con molta fantasia ZZ Top’s First Album è un hard rock immerso nel fango del Mississipi, messo in riga dalla schiacciante sezione ritmica e rivitalizzato dalle furiose schegge soliste di Gibbons.

Nel secondo capitolo discografico, Rio Grande Mud (1972) la band aggiunge sferzate di boogie confermando il proprio stile potente e schietto ma perdendo quota nelle vendite.

Il successo arriva con il terzo, Tres Hombres (1973) e la famigerata e irrefrenabile hit La Grange, brano che riprende un celebre riff di John Lee Hooker trasformandolo in una corsa hard epica (e poi mediatica) verso una celebre casa di tolleranza texana nota come The Chicken Ranch. Il brano vuole essere un semplice omaggio a un posto dove gli ZZ Top hanno suonato e passato momenti assai gradevoli ma si trasforma in un super spot negativo che mette a soqquadro l’America, rendendo famosissimo il trio e provocando, soprattutto a causa di uno zelante reporter, la chiusura del suddetto bordello istituito all’inizio del ‘900 e molto frequentato da tanti uomini per bene dello Stato della Stella Solitaria.

La band intraprende un lungo tour a supporto del disco, confermando la propria verve southern con pittoresche coreografie a base di cactus, serpenti e teschi di bufalo in bella mostra sul palco. Alimentano poi la fama di performers davvero trascinanti dal vivo con l’album Fandango! (1975) che per metà è una testimonianza fedele della loro potenza on stage, e per l’altra metà è un disco in studio che offre al pubblico un nuovo classico: Tush, divenuto un appuntamento irrinunciabile nelle esibizioni live dove è diluito dai due minuti e rotti a una chilometrica, incessante sfuriata di improvvisazioni soliste. L’album vende benissimo e conferma gli ZZ Top come la band più sensazionale del Southern Rock.

Il gruppo prosegue un’incessante promozione dal vivo (con tappe anche all’estero, in Australia e Giappone) e sentendo che ormai la consacrazione si avvicina punta molto sul nuovo lavoro, Tejas che, pur raccogliendo notevoli consensi, mostra una certa stanchezza compositiva.

È il 1977 e bisogna proprio fermarsi, prendere una pausa. Nei due anni che trascorrono senza che gli ZZ Top si facciano vivi, la Warner Bros matura la decisione di metterli sotto contratto e ristampare tutto il loro vecchio catalogo. Nel mentre, senza saperlo, sia Gibbons che Hill si fanno crescere la barba e quando si rincontrano hanno la geniale pensata di lasciarla come parte integrante del loro look.

Il disco che segna il ritorno sulle scene è Deguello (1979) e secondo molti sancisce la definitiva perdita dello spirito blues originario in favore di un rock da classifica plastificato a corollario delle barbe da mormoni e le pose pacchiane. Tutto questo attira comunque una miriade di nuovi fan e conduce la band dai locali fumosi e loschi agli stadi.

La commercializzazione spinta prosegue con lo stentoreo El Loco (1981) e soprattutto Elevator (1983) che grazie ai video ammiccanti passati spesso da MTV fanno raggiungere agli ZZ Top un livello di popolarità impensabile, sbranando le classifiche grazie a singoli di pop rock quadrato e insinuante come Gimme All Your Lovin’ Tonight, Sharp e Legs.

Afterburner (1985) è se possibile un successo ancora più grande. La band non cambia la formula ma aumenta il dosaggio dei sintetizzatori, giudicato eccessivo e snaturante dalla critica. Il gruppo sembra concordare e infatti per il nuovo lavoro ne riduce di molto la portata.

Recycler (1990) continua a tenerli in buone posizioni di classifica, anche se ormai lo stile della band non riserva più alcun tipo di sorprese e ci sono rinnovati, evidenti segni di stanchezza.

La nuova decade accantona l’attitudine buffa e “burina” in favore di una sorta di depressione post-sbornia culminante nel suicidio di Kurt Cobain e l’affermazione di nuovi estremismi in campo hard. Gli ZZ Top volano basso (complice anche un nuovo contratto con la RCA, accusata poi dalla band di un pessimo lavoro promozionale dei loro ultimi album).

Il trio riscopre gradualmente il vecchio amore per il blues senza allontanarsi troppo dalla dimensione commerciale, pittoresca e ironica che li ha resi celebri e amati dal grande pubblico.

Dal vivo continuano ad alimentare gli entusiasmi, si concedono delle divertite apparizioni cinematografiche (From Dusk ‘Till Down) ma non riescono proprio più a raggiungere i livelli di vendite degli anni 80.

 

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