La Truebrica del fantino Recensioni

Rhapsody – Specialone sulla band che ha fatto entrare il metal italiano in Champions League

Capitolo 1 – I Rhapsody sono un progetto!

“Siamo venuti su già dagli anni 70 con Gianni Morandi, Adriano Celentano, Battiato e tutti loro hanno fatto veramente parte del nostro background.” (Luca Turilli, Metal Shock 1997)

I Rhapsody sono un progetto, ieri come oggi è così che li sento definire da più parti. A volte il tono è dispregiativo, anche se avveniva soprattutto ai primi anni della loro carriera, quando attorno alla band si infittiva un mistero fatto di turnisti non accreditati, Sascha Paeth degli Heaven’s Gate che faceva tutto lui e Turilli non sapeva neanche suonare i soli, e i Rhapsody che erano in realtà un pugno di turnisti indonesiani sottopagati in nero, e così via.

A volte invece, soprattutto oggi, il tono è pacifico e ammirato, la gente nel riferirsi al gruppo italiano power sympho/score/Hollywood metal, parla sempre di progetto, ma come cosa alla luce del sole e necessaria: i musicisti sono tanti e tutti assoldati per suonare le idee di Staropoli/Lione/Turilli e, dati i risultati, cosa c’è da stupirsi tanto? Come li fai certi dischi, sia in studio e poi dal vivo, in quattro gatti?

Ormai poi i Rhapsody si sono pure sdoppiati, divenendo i progetti distinti di Turilli da una parte e Staropoli/Lione dall’altra. Nessuno nomina più Sascha Paeth, anche se c’è chi assicura sia ancora lui a fare gli assoli in entrambe le band.

I Rhapsody sono stati una concept band. Uso il passato perché ormai non esistono più, lo sdoppiamento è una mesta illusione. Sono nati per raccontare una grande storia e in un certo senso sono finiti con essa. Oggi non possiamo più parlare di Rhapsody e nemmeno di Rhapsody Of Fire; Oggi abbiamo due tronconi di un unico grande cantafiabe metallico che sanguinano in direzioni diverse.

Hanno iniziato raccontando una sola grande e interminabile storia, suddivisa in due saghe fantasy. Per farlo si sono inventati un maelstrom di musica classica e metallo duro. Di sicuro c’era da aspettarsi una roba così maestosa, grassa e pacchiana dall’Italia (o magari dall’America, per un po’ questi due paesi hanno determinato il destino dei Rhapsody) ma da come sono spuntati fuori, sul finire degli anni 90, nessuno avrebbe davvero immaginato che la nostra povera penisola in fissa col metallo quanto la Germania, e patria di Paganini, Vivaldi e Gianni Morandi ma frustrata dai risultati modesti, potesse davvero creare un qualcosa di tanto ambizioso: fondere rock e musica classica con veri orchestrali assoldati per suonare le proprie parti.

C’era già stato Concerto Grosso dei New Trolls… insomma, non è che i Rhapsody siano nati in Italia per caso. Se guardiamo indietro alla felice stagione del progressive e persino a certo cantautorame in chiave folk era possibile prevedere un exploit simile. Però il pubblico metallaro italiano non si sarebbe mai aspettato un tale gruppo dal respiro, lo spessore, la buccia internazionale.

Capitolo 2 – Cosa mancava al metal italiano?

La vera differenza tra i Rhapsody e tutte le band metal prima di loro non è il talento, di certo grande e ispirato, ma la “grana” e l’ambizione sufficienti per dargli forma. Tutti a chiedersi come mai gli Strana Officina o i Sabotage non potessero competere con le tante realtà in continua proliferazione da Germania e Inghilterra… ma era palese: i soldi!

Da sempre ci vogliono i soldi per fare dischi davvero all’altezza, pagarsi i mezzi adeguati alle proprie ambizioni e soprattutto gli uomini giusti per forgiare un determinato tipo di suono. I Rhapsody questo lo capirono subito e… raccomandati? Ricconi di famiglia? Incapaci prestanome di Sascha Paeth? Cosa importa? Ecco che uscirono con un disco capace di far la barba agli Helloween. Ecco uno squadrone italiano pronto a irrompere nella Champions League dell’heavy metal e grigliare il culo a tanti.

Ovviamente nel nostro paese siamo maestri di autolesionismo denigratorio e cultori del sospetto. Non poteva essere vero! Non potevano essere veri. Dove stava il trucco? Per cominciare: come mai non si esibivano dal vivo? Perché dopo il primo lavoro invece di partire in tour e raccogliere il meritato tributo del pubblico italiano si erano messi sotto con un altro disco ancora più pretenzioso?

“Il successo di Legendary Tales ci colse impreparati e Symphony avendo già a disposizione molto materiale, fu pubblicato immediatamente proprio per cavalcare l’onda del successo. Allora non potemmo impegnarci molto sul fronte live e neppure avevamo la formazione giusta per offrire delle performance dal vivo di un certo livello.” (Alex Staropoli, Rock Hard 2006)

I giornalisti del metallo erano tutti d’accordo: da estremisti deathsters come il Grazioli di Metal Shock! fino ai difensori della fede come Ariatti su Psycho!, il tripudio ai Rhapsody nel 1997-98 era unanime. Per di più il gruppo sembrava in netta crescita: il secondo lavoro Symphony Of Enchanted Lands si rivelò al di sopra di ogni più rosea aspettativa. Peccato che in effetti suonare live quei pezzi, almeno i primi tempi, non fosse una cosa molto pratica e da lì partirono le cattive voci sulla “posticceria” dietro al progetto Rhapsody. Però la band continuò a sviluppare grandi album alla faccia loro.

Da Legendary Tales a Symphony… erano passati dal metal classico pieno di orchestrazioni e arrangiamenti imponenti ma canonici a brani di respiro ancora più ampio, e guardando non solo a Bach e Vivaldi ma alle musiche epiche per film. Nel terzo Dawn Of Victory, che per qualcuno fu una delusione e che invece a mio parere resta uno dei dischi più riusciti della prima parte di carriera della band, indurirono l’approccio incupendosi non poco e rivendicando un legame brillante con i Goblin e Claudio Simonetti.

L’EP intermedio Rain Of A Thousand Flames conferma questa idea generale, con la reinterpretazione in chiave molto evocativa e personale del brano Phenomena di Claudio Simonetti (inciso per l’omonimo film di Argento) reintitolandolo Queen Of The Dark Horizons e integrando le melodie concepite inizialmente per uno psycho-thriller entomologico nel loro mondo ultrafantasy a tinte chiaroscure. Su Dawn Of Victory inoltre inizia l’inserimento dell’idioma natale nei testi, prima con qualche parola a effetto: “Gloooooria, Gloooria perpeeeetuaaaaa” e poi nel quarto Power Of The Dragonflame addirittura arrivando a comporre un brano intero in lingua madre, Lamento Eroico, senza ritrovarsi linciati ed espulsi dal mondo metallico nostrano con l’accusa di Sanremismo.

Capitolo 3 – Tenghe sangui italiane!

Quello che i Rhapsody hanno dimostrato nel corso degli anni è il coraggio di sfidare se stessi e il proprio pubblico ma soprattutto di possedere l’intelligenza e la cultura sufficientemente ampi per andarsi ad allacciare ogni volta a qualcosa che già il mondo intero aveva imparato ad amare e apprezzare nella storia musicale nostrana. Cerco di spiegarmi meglio. Tutti sappiamo quanto l’Italiano come idioma sia sempre stato buffo, per non dire orrido, in un pezzo metal, ma se invece di imporre su un quattro quarti alla Metallica la brutta imitazione letterale translitterata di un loro testo (come fecero i pur bravi In.Si.Dia) se invece, dico, ci si fosse rifatti alla sintattica dei librettisti come Giuseppe Verdi o Arrigo Boito? Se si fosse guardato alla tradizione della lirica usando più le parole per il loro suono appropriato al contesto musicale e in grado di reggere l’imponenza degli arrangiamenti, la maestosità delle melodie e non incaponirsi sul significato fedele delle frasi rispetto a ciò che si voleva dire? Se si fosse guardato a Branduardi, De André che già avevano decodificato in chiave pop i cantastorie medievali e gli esistenzialisti francesi? Ecco che le cose avrebbero funzionato e subito, dal momento che il pubblico era stato già abbondantemente educato ad apprezzare simili topoi esrpressivi. Quindi una via italiana al metal si poteva percorrere, era lì, bastava crederci. Furono in pochi a sghignazzare dopo aver sentito Lamento Eroico perché tra Claudio Villa, Mino Reitano e Giuseppe Verdi i Rhapsody avevano partorito un figlio legittimo e coerente con la lingua del proprio sangue.

Power Of The Dragonflame è un disco che al tempo fu celebrato come il rassicurante ritorno ai fasti di Symphony… ma io lo trovo un po’ ristagnante e senza quell’effettivo salto di qualità produttivo che la band ormai necessitava. La crescita arrivò con il successivo Symphony Of Enchanted Land 2, in cui il gruppo poté contare su un budget superiore con cui potersi pagare Christopher Lee per le narrazioni e un’orchestra vera al completo.

Finalmente una veste produttiva all’altezza delle audaci visioni di Staropoli e Turilli. Avrebbero potuto essere loro il “fenomeno internazionale” poi incarnato più puttanescamente dai Lacuna Coil ma qualcosa andò storto con il boss dei Manowar, il quale dopo aver permesso alla band di sviluppare la propria italianità all’estero stava per ucciderla.

Al di là delle beghe legali e la pazzia del boss dei Manowar, bisogna riconoscere anche su Triumph Or Agony accadono cose davvero interessanti. Innanzitutto la pronuncia di Lione si spoglia di quei prevedibili arrotamenti sulle erre e diventa più dura, priva dei dozzinali artifici lessicali da birreria per un concreto accento esotico ma che non inficia la comprensibilità dei testi, poi le musiche ribattezzate “score film metal” si semplificano in termini di strutture ma crescono a dismisura in phatos e drammaticità lirica.

Capitolo 4 – Le saghe mentali dei Rhapsody

Se dovessimo scrivere una biografia dei Rhapsody ci sarebbero pagine e pagine completamente bianche… Alex Staropoli.

Il ritorno sulla terra dei Rhapsody è avvenuto dopo troppi anni di pantano legale ma ci ha restituito una band ancora capace di scrivere brani interessanti e non banali, di continuare a sfidarsi e seguire un’evoluzione, ma spogliata quasi del tutto della componente orchestrale. Anche questa scelta è stata una sfida. Ci si era sempre chiesti cosa sarebbe rimasto del gruppo se fossero scomparsi i violini e le voci liriche, soprattutto considerando che quelli non erano strumenti accessori per migliorare il brano ma parti integranti della composizione.

Ricordo tanti metallari in fissa con il neoclassicismo che si lamentavano dell’inconsistenza virtuosistica di Turilli. Lui stesso non si è mai considerato un gran chitarrista, sbugiardando una sfilza di imitatori “swipparoli” che in giro per l’Italia intera riempivano demo di roba alla Bach e Paganini, certi che fosse prova di virtuosità ineccepibile. Turilli è sempre stato un compositore, anche in grado di finire in ospedale a causa dello stress di un simile ruolo, ma non certo per fare esercizi con lo strumento. Come chitarrista si è sempre sminuito presentandosi come uno che fa solo swip picking e melodiole.

Dopo The Frozen Tears Of Angels e From Chaos To Eternity i Rhapsody (Of Fire) sembrano quasi un gruppo normale, si avvicinano molto di più ai Crimson Glory rispetto ai vecchi tempi e hanno saputo scrivere un testo in Italiano senza rifugiarsi nella sicura e tranquilla metrica da ballata autoriale ma in un contesto tirato che è tra le cose più riuscite di recente alla band (Tempesta Di Fuoco).

Per quanto riguarda i testi e il concept lungo quindici anni bisogna ammettere che nel tempo le cose sono migliorate, trasformando in un punto di forza, quella che soprattutto nei primi album era il bersaglio principale dei dileggi e le critiche. In effetti soprattutto nell’intreccio, non è che le storie dei Rhapsody fossero impeccabili ma la musica riusciva a sfruttare gli aspetti suggestivi e far scordare quelli più banali e narrativamente goffi.

Peccato che un ensemble compositivo delle potenzialità di Turilli e Staropoli si sia rifugiato nel fantasy triestino anziché raccontare magari la storia di Giulio Cesare o i Borgia; lì avremmo avuto davvero un gruppo metal italiano capace di forgiarsi dalla propria storia culturale e artistica non solo per le musiche ma anche i testi.

Anche sul piano del fantasy l’ispirazione è sempre stata poco letteraria. Turilli dal 2000 in poi ha ammesso l’influenza della Trilogia dell’Anello, intendendo però i tre film e non i libri, che forse non ha neanche mai letto. Peter Jackson ha infatti contribuito a corroborarne una visione appassita dopo quattro dischi. Quando uscì La Compagnia Dell’Anello, i Rhapsody stavano rivedendo un po’ i propri piani. Iniziavano a semplificare le strutture e muoversi su tematiche più concrete. Poi videro il film e l’entusiasmo per quel fantasy dal sapore cinematografico riprese e si concretizzò nel nuovo corso sinfonicissimo.

A parte il fantasy al cinema però sembra che Luca Turilli non abbia guardato mai ai libri di Howard, Tolkien o Martin. Come mi ha fatto notare il mio amico Michele Marinel (che di fantasia eroica s’intende più di me) di sicuro c’era qualche rimando narrativo: Dragonlance della Hickman potrebbe aver fatto da ponte ispirativo iniziale (badare anche al logo simile, almeno ai primi tempi), ma in particolare sono i giochi di ruolo alla Dungeons & Dragons a mostrare una parentela con il bandolo narrativo delle saghe di Turilli, soprattutto perché l’elementarità dell’intreccio è molto frammentario, con l’immancabile presenza di creature tipiche dell’AD&D quali nani, cavalieri buoni, maghi cattivi, draghi colorati, elfi fluorescenti e principesse varie da salvare nella prima saga della spada di Smeraldo, mentre per la seconda avviata con Triumph Or Agony siamo sul canovaccio di Tolkien con i libri al posto degli anelli.

Capitolo 5 – Il fantasy musicale dei Rhapsody

L’impresa sonora dei Rhapsody oltre a realizzare i sogni bagnati di tanti metallari degli anni 80 in fissa con Malmsteen e il progressive che fu, si è compiuta con un lavoro lucido e di rievocazione fatto da gente finalmente all’altezza.

In fondo scrivere un fraseggio alla Bach con la chitarra elettrica o imbastire una melodia lirica alla Verdi o alla Wagner è un gioco che nel metal si porta avanti da molto tempo: l’intermezzo di Highway Star o le evasioni citazionistiche di Wolf Hoffmann con gli Accept non rappresentavano niente più di un accostamento provocatorio (come mettere una frase di Milton in un film di possessione diabolica). Con i Purple era la veste sonora a dare l’effetto galvanico, non certo le note. Bach avrebbe scritto la roba di John Lord/Blackmore in cinque minuti e con la mano sinistra, ma rifare un pezzo alla Bach anziché nel solito combinato di violini, organo, flauti, usando i “barbari” strumenti del rock era un bello smacco per i signori in doppiopetto che dal conservatorio snobbavano le nuove tendenze della musica popolare.

Quello che però fecero i Deep Purple, trafugando dai polverosi archivi accademici le partiture barocche, dandogli poi fuoco e vita con i distorsori Marshall, fu l’inizio di un percorso generale: le band successive finirono per traslocare via via anche il resto del conservatorio. Prima un violino vero, poi un quartetto d’archi, poi una voce lirica, e alla fine con i Rhapsody un’intera orchestra.

Il gruppo triestino non si è limitato a questo, però. Molte volte i rimandi alla classica da parte dei gruppi metal sono stati troppo pacchiani (Malmsteen) o discreti (Symphony X, Stratovarius) se non autentici scimmiottamenti di chi aveva giusto qualche reminiscenza di scuola, mentre i Rhapsody hanno saputo dare corpo autentico all’aspetto sinfonico, affidando agli strumenti classici il nerbo dei brani stessi, anziché relegarli a lussuoso contesto o fondale suggestivo.

E tutto quell’impasto di barocco, sinfonia ottocentesca e fraseggi intimistici alla Chopin e Dvořák, sommato allo score moderno di Simonetti, Vangelis, Howard Shore, non aggiunge nulla agli originali, li imita, ne rifà il verso, ma con più consapevolezza e competenza dei precedenti metallari in chiave di violino, tanto per rendere possibile fino al limite la convivenza tra i grandi compositori del passato e il power metal. Alla gente però basta questo, nessuno si sofferma troppo sul contenuto effettivo di quei fraseggi, se sono migliori o peggiori rispetto a quelli di Paganini. Magari si chiedono se non si tratti degli originali stessi?

La questione è ridicola, non può essere affrontata, poiché quei fraseggi di Turilli sono Paganini, rappresentano Paganini e il suo violino. E l’emozione scaturisce dall’alchimia che nasce da una roba “paganinica” e un ritmo epico rock. I Rhapsody non si limitano a questo mescolio fine a se stesso, loro producono anche melodie pop di indubbio valore, altrimenti sarebbero stati poco più dei vecchi Nice o Rondò Veneziano.

Questa reiterazione sommaria e non specifica dei vecchi stereotipi della classica l’hanno praticata anche con i compositori metal: Manowar, Helloween, Blind Guardian non vengono solo emulati inconsciamente, come è naturale che sia, ma anche in modo lucido, programmatico: a voler introdurre determinati ingredienti che lo stile e l’opera di quelle band hanno creato e messo a disposizione per gli artisti futuri.

Capitolo 6 – Nati da papà Joey e mamma Paeth

La parentela con i Manowar in particolare è fin troppo insistita. Nei primi tre dischi è fisiologica ma con il quarto diventa lucida e fin troppo voluta, come con Vivaldi e Paganini. In Power Of The Dragonflame è celebrata con l’anthem di March Of The Swordmaster ma soprattutto in When Demons Awake (episodio portale che svelerà agli stessi Rhapsody la possibilità di essere più oscuri) quando Lione smette le intonazioni liricheggianti e imbarca un tono cattivo molto simile a Eric Adams.

In futuro i Rhapsody tenteranno di inglobare anche stili più estremi sempre però sviluppati in un contesto sinfonico simile: vedi il capolino dei momenti alla Cradle Of Filth e Children Of Bodom, ma è soprattutto lo spettro dei Manowar la parentesi che va da Power… fino a Triumph Or Agony, che dopo l’esperienza nauseante col padre padrone De Maio, avrà un rigetto altrettanto lucido ma comprensibile.

Oltre a mostrarne una chiara influenza musicale, i Rhapsody hanno adottato, soprattutto all’inizio nelle interviste, una retorica manichea simile a quella dei Manowar (posers/defenders), ma un po’ più pacioccona, sulle energie negative e positive della musica: il power contro satanasso e chi lo ammira.

Turilli, non si sa quanto fosse poi avallato da Staropoli, si lasciava andare a dichiarazioni piuttosto decise su questo dualismo e sullo scopo filosofico della propria musica: diffondere il benessere nel mondo con l’arte. Ovviamente Luca ignorava che l’uso eccessivo delle trombette e l’entusiasmo di certe melodie potessero produrre in molte persone un effetto contrario.

Per dire, il riff di Emerald Sword mi ha sempre fatto pensare alla sigla de La Signora In Giallo procurandomi un crescente senso di irritazione distruttiva. Tuttavia, Satana o meno, anche questo fattore ideologico ha giocato a favore del gruppo, producendo una bella schiera di ultrà al seguito contro cui anche dopo vent’anni di attività dovrò vedermela io con questo mio pezzo, magari.

Capitolo 7 – Mighty Symphonies!

Nel vocabolario dei Manowar (wind, fire, steel, sword, power, metal) i Rhapsody hanno aggiunto in modo deciso l’aggettivo “mighty”, rivendicando un sentimento puro anche dietro molti dei termini ormai svuotati da tanto abuso collettivo. Turilli dice che è vero, tanti gruppi prima di loro hanno usato e abusato di certe parole, rischiando di svuotarle di senso, ma lui quando dice For The Mountains!, pensa davvero ai colli Triestini e da grande amante della natura si sente rizzare i peli sugli avanbracci.

Su “mighty” però la band non si è regolata: mighty è il dragon, i warriors, il roar (onomatopea) la sword e così via.

Se nel vocabolario il contributo non è stato così vistoso, a livello musicale sono stati i Rhapsody a tirare avanti il discorso dei Manowar, a condurlo alla fase successiva che timidamente poi anche i maestri hanno tentato di seguire con Gods Of War, prima di ripiegare su se stessi in modo indifendibile e smaccato, insomma tipicamente Manowar.

Tornando all’eminenza grigia Sascione Paeth, è indiscutibile che come produttore fosse l’uomo giusto e probabilmente può aver sentito in modo profondo le cose che i Rhapsody stavano cercando di fare, basta sentire He’s The Man e Noah’s Dream per capire come anche il chitarrista tedesco, al tempo dei suoi Heaven’s Gate avesse tentato un esperimento abbastanza simile, ma non fino a tali livelli.

Nonostante questo e di tutto ciò che si possa pensare degli esordi fumosi, e anche a proposito della separazione tra Turilli e Staropoli, la band in un modo o nell’altro ha permesso al nostro paese una buona volta di infilare la propria penna nel grande libro dell’heavy metal e scriverci una dignitosa paginetta.

Vi pare poco?

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