La Truebrica del fantino Recensioni

Ozzy And The Osbournes – Da Ozzmosis a Scream, il meglio e il peggio degli ultimi 20 anni del meat-man

Capitolo 1 – Perché non comprai Ozzmosis

So per quale motivo non ho seguito più Ozzy dopo Ozzmosis e ricordo perfettamente anche la ragione che mi impedì di comprare il disco del 1995. Un tipo scrisse una lettera a Metal Shock!, lagnandosi che il nuovo album fosse pieno di stupide ballate, a parte i soliti due o tre pezzi tirati che erano ok. Pensai al declino dei Bon Jovi, alla ruffianeria degli Aerosmith del post Get A Grip e alla sterzata alternative di Alice Cooper con The Last Temptation, e così decisi che non avrei dato una possibilità a Ozzy.

Il passaggio dagli anni 70 per quelli come Ozzy era stato meno doloroso e traumatico. Alcuni, come Cooper e gli Aerosmith avevano raggiunto nuovi picchi di successo. Eppure in apparenza il glam metal era molto diverso dalle scorrerie hard rock e metal della decade precedente. In tutti i casi di queste band o cantanti solisti però c’era un dato decisivo in grado di spiegare come mai il travaso in quella dimensione commerciale così avulsa sarebbe andato a buon fine. Tutti quanti, dai Whitesnake a Ozzy erano stati grandi influenze per il metal di Ratt e Bon Jovi e sebbene dischi come Sabotage dei Sabs (ma nemmeno Blizzard Of Ozz) non contenessero elementi in grado di accomunare la carriera di Osbourne a quella dei Motley Crue, c’erano la follia, la decadenza e soprattutto l’animalismo osceno ed eccessivo di Ozzy come personaggio pubblico a permettergli di tener testa alle nuove leve del rock satanico o pornografico tipo W.A.S.P. o Twisted Sister.

Il problema non fu possibile superarlo allo stesso modo quando l’industria discografica (e buona parte del pubblico con essa) ripudiò lo sfarzo, la provocazione fine a se stessa e il divertimento che i gruppi hair Metal personificavano con grande efficacia. Fu dura per gente come Ozzy o anche le generazioni di rocker meno mature come Sebastian Bach, trovare un posto in mezzo a quella austerità, quella sobrietà e tristezza in flanella.

Ozzy era già riuscito a cavarsi fuori alla grande dalla scena glam con un disco che in termini di durezza e oscurità non aveva nulla da invidiare al Black Album dei Metallica o a Slave To The Grind degli Skid Row. No More Tears, con le sue grandi canzoni puramente e fottutamente metal, le ballad struggenti e possenti scritte assieme a Lemmy, lo stile multigenerazionale di Zakk Wylde, capace di accomunare Tony Iommi, Mick Mars fino a Jerry Cantrell era l’ideale per continuare a tenere i piedi in tre staffe, quella del rock classico dei Sabbath, l’hard tecnico, pomp e sborone anni 80 e di non risultare fuori dai giochi se confrontato con la ruvidità degli Alice In Chains di Dirt.

Con Zakk al fianco magari il cammino di Ozzy nell’ennesima decade metallara avrebbe portato buoni frutti e invece Ozzmosis, pur vendendo discretamente dato il contesto alternativissimo in cui uscì, non convinse quasi nessuno, tantomeno i vecchi fans, straniti appunto dall’eccesso di lenti. Ma era vero? C’erano sul serio solo delle ballad, tolti Perry Mason, Dr. Jackyll Doesn’t Hide e Thunder Underground? Ni.

In effetti Ozzmosis è un disco che appare più rilassato e intimistico rispetto al predecessore. Rivolgersi poi a un produttore in voga, apparentemente una mossa furba, fu in realtà un guaio perché sì, Michael Beinhorm (già con Soundgarden e RHCP) tirò fuori da Ozzy tutta la sua “potenzialità alternativa” riallacciando le sue radici sabbathiane con il vintage mood di Cantrell e Cornell ma allo stesso tempo ammorbidì tutto il resto di lui, senza ignorare che lo sfibrò fisicamente tenendolo in studio fino all’esasperazione, pungolandolo e costringendolo a sessioni interminabili di registrazione.

Capitolo 2 – Tristezza in flanella

Sì, penso proprio che Michael Beinhorm sia un gran produttore oltreché un lavoratore infaticabile. Pensa che è riuscito a farmi lavorare otto ore al giorno. Ho avuto un primo momento di smarrimento con lui. Non riuscivo a capire se era sadico o se semplicemente voleva che l’album diventasse tutto suo. (Ozzy – Metal Shock, 1995)

La dichiarazione riportata qui sopra Ozzy la rilasciò durante le interviste promozionali e non poté quindi esprimere a pieno il risentimento e la delusione per Beinhorm. Con gli anni queste cose vennero fuori e ora è chiaro che se Ozzmosis non funziona come No More Tears non è certo per via delle canzoni, ancora tre le più belle di Ozzy, ma per la mancanza di comunicativa e di fiducia tra il cantante e il producer. Inoltre Osbourne come già aveva detto al tempo della promozione del No More Tour avrebbe voluto Michael Wagener per il suo nuovo disco e siamo certi che con lui le cose sarebbero state molto diverse.

La questione che portò le cose oltre il limite fu quando Beinhorm costrinse il cantante a incidere tre brani in un giorno solo. Il mattino successivo Ozzy si svegliò senza voce e ci rimase tanto male. Ancora di più lo deluse l’atteggiamento di Beinhorm che non si era aspettato minimamente una conseguenza simile e invece di rassicurarlo, coccolarlo e magari chiedergli scusa sembrò cadere dalle nuvole e seccarsi pure della scarsa resistenza fisica di un uomo di cinquant’anni e con sul groppone lustri di eccessi leggendari.

Il suono delle chitarre di Ozzmosis è meno potente rispetto a quelle che si sentono su No More Tears. I riffoni pesanti e groove non mancano ma arrivano sgrassati e mosci. Non riempiono i nostri padiglioni auricolari come dovrebbero. Inoltre, sebbene alcune delle canzoni siano magnifiche, non ci sono grandi hits come Mama I’m Coming Home o I Don’t Wanna Change The World. Dubito però che nel 1995 avrebbero avuto successo un brano tipo quello. Insomma, troppe cose erano cambiate e solo gli Aerosmith e Bon Jovi riuscivano ancora a vendere scrivendo ballad rock con il vecchio metodo. Ozzy in fondo non tentò di giocarsela imponendo le sue regole, non del tutto, e questo alla fine risulta sempre un errore per chiunque.

I Just Want You, See You On The Other Side, My Little Man in fondo non sono ballate classiche hard rock come potevano esserlo Crazy o Always. A parte lo scarsissimo romanticismo dei testi di Ozzy, sentimentale sì ma alle prese con i problemi di un uomo maturo, un padre, un sopravvissuto circondato da amici morti; i giovinetti in pena non potevano certo capirlo: erano più in sintonia con le storielle sentimentali di Jon Bon, i sogni di fuga e il sottile lesbismo liberatorio della figlia di Steven Tyler, oltre all’ermetismo alieno-depressivo di Nirvana e Soundgarden.

In ogni caso Ozzy se la cavò rispetto a tanti altri big hard rock, anche se subito dopo le registrazioni di Ozzmosis rinunciò momentanente al suo uomo vincente, Zakk Wylde. A sostituirlo per i concerti dal vivo del tour fu un certo Joe Holmes (chitarrista nei Lizzy Borden al tempo di Visual Lies ma inspiegabilmente cercava di nascondere questo step dal suo curriculum come poteva). Oggi non parleremo di Joe, anche se sul disco dei Borden fece ottime cose. Non ricorderemmo il suo nome se non avesse lavorato con Ozzy, anche soltanto per dei concerti. Ozzy fino al 1995 era come Tinto Brass con le future top girl dello spettacolo. Le scovava e lanciava nello show business senza mai sbagliare un colpo. E Zakk dopo Ozzmosis era alle prese con le grandi moine che il mondo del rock gli faceva da tempo: lo chiamarono i Guns N Roses, (ovvero Axl); i suoi Pride & Glory piacevano alla gente; come cantautore solista aveva un futuro e in più gli bollivano in testa diverse altre idee; Ozzy capì e lo lasciò andare. Lui non poteva certo sopportare di essere un’opzione.

Questa separazione frettolosa lasciò Wylde col sedere per terra perché Rose lo silurò nel giro di poco tempo e tutto sommato non è che andare sulle proprie gambe, senza Osbourne sullo sfondo fosse la stessa cosa, per le sue robe in solitaria.

Anche Ozzy non si trovò granché bene con Holmes e non gli andava nemmeno di fare audizioni alla ricerca di un nuovo “mostro” della sei corde. E così per Down To Earth richiamò Zakkino, il quale prontamente tornò all’ovile. Il sodalizio con Ozzy però non riprese come se niente fosse. Tanti si sono stupiti quando Ozzy anni dopo ha licenziato Wylde, prima di Scream, ma in fondo le cose erano già quasi finite con il disco del 2001. Problemi di credits spinsero infatti Zakk a disconoscere quel lavoro, dichiarandolo una merda e non è che Osbourne la prese benissimo.

Capitolo 3 – Down on TV

In questi tempi molta gente va predicando principi. Gli Iron Maiden, per esempio. I loro album sono bloccati in una dimensione, la loro musica è imbrigliata in un solo schema. Certo, sono ok, ma un’analoga situazione per me è impossibile da vivere, limiterebbe la mia creatività. Non potrei fare lo stesso. Sono in cerca di nuovi stimoli, nuove cose. (Ozzy Osbourne – 1995)

Ho detto perché non comprai Ozzmosis nel ’95, quando un mr. nessuno nella sezione mail di una rivista specializzata fu capace di far perdere clienti a una rockstar affermata (figurarsi un recensore ufficiale) ma il motivo che mi ha spinto a ignorare del tutto i successivi capitoli della carriera di Ozzy fu The Osbournes. La serie reality di MTV rilanciò il cantante come mai avrebbe potuto fare un suo disco, però fu traumatico per tanti vecchi fans. Vederlo in quello stato semi-vegetativo, circondato da cacche di cane, una moglie padrona, dei figli insopportabili, furono un colpo di spugna irresistibili su tutti i motivi che avevano spinto gente come me ad ammirare e puntare su Ozzy così tanti anni.

Non poteva essere lui, stava facendo finta. Non sarebbe stato in grado di scrivere una lista della spesa, figurarsi un brano decente. Come era possibile che quel catorcio riuscisse a ricordarsi le canzoni sul palco? Stava fingendo per denaro? Consigliato dalla moglie recitava la parte dell’artista suonato da 30 anni di showbiz e consumato nel peggior modo possibile? Fosse stato così l’avrei trovato ancora più difficile da accettare. Perché avevo sempre creduto in Ozzy, nella sua genuinità, vederlo impersonare una parte così idiota metteva in dubbio tutto ciò che avevo amato, inclusi la zoofilia, la coprolalia e The Ultimate Sin.

In realtà Ozzy stava male. Prendeva non so quali medicine, si stava disintossicando da non so quante nuove e vecchie dipendenza e quindi era ridotto un cesso. Ovviamente Sharon diede l’ok a filmare, diventando a tutti gli effetti l’orchessa senza scrupoli che oggi i metallari odiano, senza badare comunque al fatto innegabile che se sono usciti alcuni dei dischi migliori di suo marito è per via di lei e il suo cinismo, la sua capacità manageriale e a volte un po’ psicotica.

Il disco Down To Earth è considerato oggi il peggiore della carriera di Ozzy. A riascoltarlo non suona così male. Bisogna tener presente che uscì in pieno 11 Settembre e in quei mesi tutto il mondo artistico occidentale subì un tracollo, tra strane preveggenze e impacci sentimentali. Ci sono dei brani interessanti su Down To Earth ma sarei un bugiardo se dicessi che è un disco memorabile. Il singolo Gets Me Through è un buon pezzo ma del resto non ricordo granché. Il produttore coinvolto, Tim Palmer (U2) ha cercato di aiutare Ozzy ad assorbire le nuove tendenze ma il materiale non è proprio così ispirato. Probabilmente ha risentito molto del cambio di immagine. Non poteva continuare con la solita solfa di lui che non era un demonio ma solo un uomo provato dal vizio, sarebbe andata bene dieci anni prima, la gente ormai pensava solo a quell’orrendo scenario famigliare che aveva concesso di mostrare alle telecamere e quindi Down To Earth era il disco moscio di una rockstar bollita a livelli clinici. Era il lavoro congeniale all’attrezzo inservibile o all’ipocrita patetico di The Osbournes.

È impossibile giudicare diversamente quel disco senza tener presente il telefilm. Anche a distanza di anni. Probabilmente Ozzy non avrebbe dovuto farlo, tanto più che non ne aveva neanche bisogno. La serie TV andava alla grandissima e forse lui non era mai stato tanto popolare in America e nel mondo come in quel periodo. Neanche una reunion in studio con i Black Sabbath l’avrebbe salvato agli occhi dei vecchi fans e per fortuna la cosa non avvenne.

Capitolo 4 – Il mio nuovo amico Kevin Churko

Non molti sanno che lo scivolone di Ozzy di Down To Earth non si ripeté con Black Rain. Pare che tanti vecchi fans, come me, smisero di seguirlo, interessandosi a lui solo ogni qual volta si riparlava di una reunion con i Sabs. Black Rain però è davvero ottimo anche se con una produzione più vicina a Rob Zombie che a Osbourne. Zakk c’è ancora ma ha un ruolo più defilato, sia in fase di scrittura che di esecuzione. L’album pur mantenendo un sound di chitarre parecchio robusto (sebbene un po’ troppo ritoccato) è più orientato sulla resa complessiva degli strumenti che altro. Rappresenta una rinascita, confermata dal successore Scream. Il merito è di Kevin Churko. Ma chi è costui? Un produttore giovane che nel curriculum ha sia Britney Spears che Michael Bolton, i Disturbed e Rob Zombie, appunto. Chiamato da Ozzy nella speranza di guadagnare così un po’ di freschezza e stare al passo con i tempi senza snaturare troppo il proprio stile (come ha sempre fatto, del resto) pare che le cose abbiano funzionato benissimo da subito. Kevin ha praticamente creato di sana pianta Scream e al tempo di Black Rain è riuscito a convincere Ozzy a mettersi in gioco sul serio, rischiando un allontanamento dallo stile solito e dai registri consolidati di album orientati sulla chitarrona di Zakk e la sua solita voce. Già con il riuscito e misconosciuto album di cover uscito nel 2005 (si intitola Under Cover e alla chitarra c’è Jerry Cantrell, recuperatelo!) Ozzy aveva mostrato di voler mettere alla prova il suo stile, adattandolo a diversi contesti. Churko che ha iniziato a lavorare per lui proprio a partire da quel disco, non ha fatto altro che incoraggiare questa voglia inserendo il vecchio Oz in un percorso più in linea con i criteri espressivi del Nu(evo) Metal.

Black Rain non è un disco alla Korn, intendiamoci (lo è molto di più Scream). Fa sue un po’ delle atmosfere allucinate e malsane di quella band e ha la pomposità dei Rammstein. Però è sempre Ozzy. Non ci sono nemmeno grandi canzoni, in fondo. Persino la ballad Here For You è abbastanza scontata, date le potenzialità di Wylde come compositore, ma nell’insieme i brani convincono tutti. Senza singoloni a fare ombra escono fuori come un tutto omogeneo di mestiere e maturità. Sono buoni pezzi che si lasciano ascoltare e soprattutto non ammiccano eccessivamente da nessuna parte. In questo senso Scream è più un disco che tenta di sedurre con sonorità un tantino più appariscenti e molta autoreferenzialità ma in entrambi i casi è palese la rinascita di Ozzy.

Non è un caso che su Scream stavolta il chitarrista non sia questo gran personaggio. Gus G è il classico guitar hero alla Ozzy, ma lo sarebbe stato comunque, anche senza mettere piede nella sua line-up. Inoltre il suo ruolo è limitato all’esecuzione, fattore non da poco dati i precedenti.

Domanda da un milione: chi scrive le canzoni di Ozzy? Ve lo siete mai chiesti? È chiaro che non si tratta di lui. L’ha sempre detto, del resto: sono un intrattenitore, non un musicista. I testi dei Black Sabbath li scriveva Geezer, quelli dei dischi di Ozzy forse sua moglie. Di sicuro la presenza del suo nome nei credits è più di facciata che altro e spesso ha dato il via a dispute legali e rancori profondi con i suoi collaboratori storici (vedi alla voce Jake E. Lee) proprio perché non era permesso ai reali creativi di rivendicare la paternità di un riff o un singolo. E si sente massiccia l’influenza stilistica di ogni chitarrista che ha registrato con Oz.

Ozzy ogni volta ha sempre cercato non solo un grande strumentista con uno stile esecutivo, ma anche un bravo compositore. Nel caso di Gus G si è limitato alla tecnica perché lo scrittore in gamba stavolta è Churko. Con lui le cose stanno andando alla grande. Riesce, a detta di Osbourne, a mettersi in contatto con la sua mente (che immaginamo come un meteorite nero perso in una galassia) e concretizza le idee che gli vengono in testa, magari mentre è sul cesso. Ho davanti la scena. Alle 3 di mattino squilla il telefono di Churko.

“Chi è?”
“Ozzy”
“Che succede?”
“Ho un’idea per un nuovo brano”
“Uh… e come fa?”
“Fa più o meno così: dan dan dan dadadada dan pow dan dan dan”
“Ozzy… questa è Paranoid”
“Ah sì? Ne sei sicuro? Aspetta, te la rifaccio dan dan dan… oh, no come avevo detto che faceva?”
“Come Paranoid, fidati.”
“Beh, vedi tu se trovi qualche cosa di meglio. Io ci ho impiegato sei ore a inventarmi questa”
“Ok… (sospiro) Cazzo. Ma hai visto che ore so… ah, lascia stare, se riprendo a dormire magari domani qualche buona idea la troviamo”
“Buonanotte”
“Notte”
“Oh, aspetta Churcko, senti qui… tatatataaatatata-tatatataaa”
“Oz… ehm, credo sia Iron Man… Buonanotte”
“Notte. Accidenti!”

Kevin Churko potrebbe essere la nuova gallina di Ozzy: brani come Scream o Life Won’t Wait sono hit vere, come il cantante non riusciva a imbroccare dai tempi di No More Tears. Inoltre il sound, anche se un po’ troppo vicino a certe sonorità moderne ha restituito energia a Ozzy. L’apatia satanica di Down To Earth al confronto è uno stadio di pre-morte. Inoltre il metodo Churko ha raggiunto questi risultati perché da bravo produttore ha capito cosa si era perso per strada il cantante dei Black Sabbath nei dischi solisti: la follia. I primi lavori di Ozzy trasmettono un senso di inquietudine. Sono cazzuti, aggressivi e spaccano ma giocano anche con il fatto che dietro il microfono ci fosse una specie di dead man walking in caduta libera, un folle divoratore di droghe destinato a perdere il senno e poi morire in qualche manicomio superlusso. Con il tempo questa “pazzia” di Ozzy è andata stemperandosi per un percorso ostentato di redenzione: una roba modello Johnny Cash, dalle assurdità mediatiche di inizio carriera solista alle dipendenze lesse di metà anni 80, fino alla lucidità ritrovata nei 90s e la presa di coscienza della fortuna di essere ancora vivo, con una famiglia e una fine tutta da vivere e affrontare eccetera. Questo però ha allontanato Ozzy da quell’alone diabolico e assurdo di brani come Diary Of A Madman o Spiders. Dopo The Osbournes gli crediamo se ci canta un brano tipo You Know… in cui ammette davanti ai figli tutte le sue colpe, ma non se uscisse con una nuova Waiting For Darkness. Su Scream questo senso di perdizione e di pazzia torna a far capolino, magari con più misura, giusto negli intro e qualche intermezzo ma c’è. Pensate al frammento sinistro di I Love You All o alla lascivia rombante di Latimer’s Mercy o Soul Sucker. Scream è un disco con qualche riempitivo di troppo ma nell’insieme restiuisce Ozzy a tuttotondo, moderno, maturo, folle, lucherino, scatenato, ebete, poetico, cialtrone. Tutto fa pensare che Ozzy abbia finalmente trovato un posticino a sedere anche per i suoi demoni passati, un cantuccio nella sua vita lussuosa e anestetizzata in cui farli accomodare e però tenerli al loro posto.

 

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