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Al lavoro, Chinaski ! Letture che fanno bene ai disoccupati: Post Office di Charles Bukowski

Undici anni alle poste rischiando di rimetterci la vita. Ecco la storia di questo libro. Si intitola Post Office, è del 1971 ma sembra scritto un mese fa, da me o qualche talentoso figlio di puttana tra voi.

Possibile che sia così sbagliato pensare di vivere senza un fottuto lavoro? Siamo sicuri? Sembra l’unica fede che non ci molla mai. Ne abbiamo diritto, c’è persino chi dice così. Ma un lavoro non sempre lo è. Viene chiamato così però il più delle volte si tratta di altro. Chiamatelo merda, neo-schiavitù, sciacallaggio a ore, però non ditemi che è un lavoro. Altrimenti finisce che sembro io lo stronzo a non volerne sapere. 

Il lavoro non ti fa sentire umiliato, sfruttato, svilito. Soprattutto non ti ruba nulla. Mio padre ha fatto l’infermiere per 35 anni e non un giorno che sia tornato a casa sentendosi come ho elencato tre righe sopra. A volte era stanco ma in pace. Si era dato da fare, aveva fatto del suo meglio. Aveva pure imparato qualcosa di nuovo. E stava a posto così. Lo stipendio era equo. La distanza da percorrere dal letto al cartellino non più di dieci minuti. Fortunato? Sì, ma quello era un lavoro. Qualcosa che non gli faceva mai dimenticare un aspetto fondamentale: che lui era umano, che i suoi clienti lo erano e che nessuno gli avrebbe soffiato via con un ghigno i propri diritti.

Un lavoro è un lavoro. Uno vale l’altro. Basta che si sopravviva, no?

No. In realtà, come dice Chinaski, e come amo ripetere io da quando l’ho letto da lui, questa è la saggezza dello schiavo.

Chinaski non ci crede alla religione del posto sicuro ma anche lui finisce per cascarci. Un impiego. Gli serve e basta. Lo trova alle poste e riesce pure a mantenerlo. Eppure ogni giorno sta peggio: i dolori alla schiena, i giramenti di testa, i fine settimana liberi, tempo sufficiente solo a buttar via due soldi o a ubriacarsi per non pensare alla merda che lo aspetta ancora lunedì. E martedì. E mercoledì…

E la sola speranza di uscire da questo schifo sono proprio i cavalli. Chinaski scommette e vince. Lui sa osservare, capire in tempo su quali puntare. Cavalli pieni di droga da far schifo, dati perdenti e che a sorpresa schizzano in testa. E alle corse lui rimorchia. Purtroppo con i cavalli arrivano i soldi e con i soldi le donne. Si tratta di una consecutio inevitabile. E le donne gli restano appiccicate. Non sembra bello, puzza da far schifo di alcool e sudore e pare non possedere alcun talento. Nemmeno quello per la scrittura. O almeno gioca a fare l’inconsapevole, il naif. Il suo vero genio è nel saper stare al mondo senza un impiego. Ma le donne con cui finisce per confondersi gli dicono che deve avere un impiego, per rispetto a se stesso, a loro, perché sì, eccetera.

Chiunque può trovare un lavoro e campare con quello, risponde lui, ma riuscire a tirare avanti senza lavorare è un’arte di pochi.  Lui vive molto e spesso malissimo. Per ironia finisce anche di portarsi a casa ricche fighe pronte a coprirlo d’oro o rivoluzionarie in fissa col New Yorker e i corsi di scrittura creativa, la rivoluzione e l’impegno civile. Poi però qualcosa gli dice male e tutto va a rotoli. Di carta igienica, proprio. Lui bofonchia, alza le spalle e tra una sbornia e l’altra finisce per diventare padre, vedovo, ricco figlio di puttana grazie alle corse e povero allucinato al limite della vita, a causa delle corse, mentre il lavoro è la prolungata nota dolente a far da tappeto a tutto quanto.

Chinaski alla fine si domanda che senso abbia sgobbare in un modo che sembra pensato apposta per rubar l’anima. E l’anima è sognare, sperare, indugiare con lo sguardo la linea ribollente del presente, sorseggiando un caffè caldo mentre fuori diluvia. Se durante le vostre otto ore mal pagate non vi concedono il tempo di fare una di queste cose senza sentirvi usurpatori della vostra stessa vita, allora fermi, scendete immediatamente, perché non vi stanno offrendo un modo per sopravvivere, come un altro, già. Vi stanno fottendo l’anima. Scappate. Ripartite da zero. C’è qualcosa che vi è sfuggito, da recuperare immediatamente. Chinaski inizia la gavetta da postino supplente. Ed è una specie di Vietnam senza proiettili e mine vaganti. I regolari si danno malati quando piove e così lui, enfio di alcool e nottate estreme corre sotto l’acqua, con la borsa zeppa di posta da consegnare a indirizzi introvabili e ad aspettarlo in ufficio la faccia di merda del suo superiore e le note di ammonizione già scritte per dei ritardi inevitabili. Vagando per la città trova un locale con i cessi e le docce accessibili. Se ne rallegra. Entra, caca e si lava. Questo è un uomo, secondo voi? Primo Levi cosa direbbe?

E poi dietro a uno sportello, a infilare lettere negli scomparti alla velocità di una scorreggia. Con tempistiche impossibili e soli venti minuti di pausa per pranzare, fare i bisogni, bere, respirare un attimo. Lui tiene duro, fa il gigione con le autorità, mantiene la spocchia, l’aria indomita, ma dopo undici anni eccolo lì, piegato, ingrassato, inacidito e senza un soldo in più nelle tasche di quando è entrato in seno alle stracazzo di poste americane.

Il giorno delle dimissioni gli domandano perché, visto che il posto è sicuro, la paga buona eccetera eccetera. Lui avrebbe la possibilità di rispondere con una bella menata sulla libertà e il rispetto dell’individuo. Una roba alla Chaplin sul finale de Il Grande Dittatore. Tutto un discorso commovente raccolto senza batter ciglio dagli insensibili superiori delle poste. Ma Chinaski sa che è così e non ci si spreca nemmeno. Dice che è stato bene alle poste, che non ha recriminazioni e che senza dubbio consiglierebbe di entrarci a un amico disoccupato. Ma detto tra lui, questo amico deve avergliela combinata davvero grossa per fargli un torto del genere. Alla fine per non smentire il personaggio, lui si inventa una boiata sulla caccia ai visoni nel bayou. Vuole far carriera in quel campo ed è diretto alle paludi.

Torna a casa e si ubriaca a morte per giorni. Sta quasi per farla finita con un coltello da cucina. Poi pensa a sua figlia e desiste. Ma non vuol minimamente uscire a cercarsi un altro posto nella grande catena strozzante dello schiavismo moderno.

Si alza e scrive un libro su tutta la storia. Post Office. Leggetelo. Di questi tempi fa bene. Ci ricorda che il dito medio è sempre lì, basta alzarlo.

 

 

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