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Disbelief, non chiamateli depressive metal… forse

Disbelief

I Disbelief li prendo molto sul personale.

La prima volta che li sentii pensai…

diamine, questo non è death metal classico, è depressivo ma al contempo rabbioso.

Prima che qualcuno inizi a urlare emo, come facciamo solitamente con i gruppi depressive black metal, sappiate che come i Disbelief non ascolterete mai nessuno.

La loro carriera ha inizio nel 1990, ma soltanto nel 1997 si può parlare di debutto discografico. L’omonimo racchiude l’embrione. Darà origine ai successivi violenti capitoli della saga che purtroppo non conoscerà una degna conclusione.

Karsten Jäger, voce e unico membro originario rimasto nella formazione, sempre se non contiamo anche il bassista Jochen Trunk in formazione dal ’95 e quindi in ogni lavoro in studio, semplicemente urla. Urla come non ci fosse un domani, vomitando odio così denso da lasciare sul pavimento placche nere come la pece rancide dello schifo quale è la vita. E ripeto, non fanno depressive di nessun genere metallico.

Il purista li odierà a prescindere, perché non suonano come i gruppi storici. Mescolano elementi imprescindibili che rendono il loro death metal unico nel panorama.

È una continua serie di successi, con album quali Infected, Worst Enemy (forse il mio preferito insieme al primo), Shine e Spreading the Rage. Album quest’ultimo che tra l’altro tiene fede al titolo, basti ascoltare la title track.

I testi dei Disbelief

La cosa che però mi convince più di tutto sono i testi. Ritratti di vita e overdose della stessa racchiusi in poche semplici righe. Odio contro le menzogne condite d’ira e violenza mai fine a se stessa.

Non sono il solito gruppo metal che incita all’odio, a satana e la sodomia, per quello abbiamo i Profanatica credo.

Maturi fin dagli albori, forse troppo per ottenere il giusto successo. Eppure quando viene raggiunto lo bruciano con la stessa facilità d’un fiammifero. 66Sick doveva essere il lancio definitivo verso i grandi palchi. Un contratto con la Nuclear Blast stracciato ancora prima di concludersi. Un album che racchiude grandi pezzi, ma anche momenti morti. La stampa si divide su questo; o lo ami o lo odi. Io vivo nel mezzo, senza sapere quale strada seguire. Amo i Disbelief e non lo nego, ma mi rinchiudo nel passato, nei primi album credendo sia quella la retta via.

Post Nuclear Blast

Con Navigator e Protected Hell capiscono che la strada da seguire è un’altra, quella delle origini. Tornano con la Massacre Record e ci restano credendo che così riotterranno i consensi del pubblico.

Personalmente non li seguo più. Ora sono felice e non riesco a odiare. Heal segna il ventennale del gruppo nel 2010. Potevano starsi zitti, lasciarmi nel dubbio su una loro idiozia non confermata e regalare una ristampa sotto l’albero di natale o accanto all’uovo di pasqua rancido. E invece no, producono un lavoro monco come la mano d’un macellaio inesperto. Quattro tracce nuove per soddisfare il fan intransigente, tre cover e un remake per riempire i minuti di vuoto. Un Ep assieme un dvd avrebbe reso meglio il regalo.

Dopo quattro anni di silenzio  sono al lavoro con una nuova formazione, così almeno recita la loro pagina facebook. Cosa a cui tutti gli artisti sono dovuti scendere a patti per soddisfare sempre quel pubblico così volubile.

Se attendo questo ritorno? Certo. E se per quando questo articolo sarà tra le vostre mani il nuovo dei Disbelief avrà visto finalmente luce, consiglio a tutti di dare un ascolto. Solo per non rendere la conclusione di questa storia più amara della morte amica/nemica dei loro testi.

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