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Misery Index e la poetica della carne andata a male

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Per parlare di Misery Index bisogna nominare anche i Dying Fetus, o si rischia come diceva la pubblicità delle patatine, di godere solo a metà. Godere a metà d’una storia che a ripensarci ha quasi del ridicolo.
Jason Netherton è il filo rosso che lega questi due nomi di spicco nella sceana death metal.
Jason è stato il bassista/voce dei Dying Fetus fino al 2000, anno della pubblicazione di Destroy the Opposition, poi con una scusa, non ricordo quale fu (credo andare a comprare le sigarette) se ne andò. E meglio d’un Cartman sfuggito a South Park declamò in seguito agli ex compagni in modo civile: “fatevi un clistere, io smetto di suonare!”.

Tempo un anno e formò i Misery Index.
Forse i Dying Fetus gli erano diventati troppo pesanti, a puzzavano di feto marcio. Si era troppo divertito a suonare Kill Your Mother, Raper Your Dog. Vallo a capire.

I Misery Index li conobbi ufficialmente nel 2010 con Heirs to Thievery dopo un’eclatante intervista di Jason in cui definiva il suo nuovo gruppo: “emblema rodato dei pezzi da tre minuti”. E ha evitato come un soldato provetto in mezzo a fuoco nemico ogni domanda riguardo il passato.

Misery Index e l’amore

Come potevi non amarlo? Guardo solo avanti e mi vanto di ciò che so fare. Aggiungi pure che tutti i componenti in foto avevano la barba!
Se quello è il grindcore come deve suonare oggi, bene voglio più album così.

Una granata esplosa nel mio padiglione acustico. Pezzi di cervello sparsi un po’ ovunque nella mia calotta cranica. Dying Fetus? E chi cazzo li ha mai calcolati, nel mio cuore ho solo i Misery Index. Questo è stato il pensiero comune di chiunque abbia ascoltato un album a caso dei Misery Index. Retaliate, Discordia, Traiators, Heirs to Thievery… Non puoi averne uno preferito, sono un continuo di potenza, con un unico forse macroscopico difetto: alla fine so sempre lo stesso disco.

Non mi si fraintenda, non intendo che sono un copia incolla dello stesso riff ripetuto in tre minuti su tre per album, però… The Killing Gods del 2014, basta il nome per avere una risposta. Sapete cosa? Non mi aspettavo la novità e sì, a bruciapelo l’album mi ha steso e poi? Basta.

Lo scivolone The Killing Gods

Ho ripreso Heirs to Thievery da capo. Su The Killing Gods hanno messo un po’ di melodia e perso la furia sfegatata degli altri album, centellinando i rallentamenti. C’è meno grindcore e più maniera. Come l’operaio d’azienda i Misery Index sono arrivati, hanno timbrato il cartellino e fatto quello che sanno fare. A fine giornata hanno ritimbrato e sono tornati a casa, come se suonare fosse una catena di montaggio.

Come se bastasse riutilizzare sempre le solite idee rodate. Le canzoni non sono ingranaggi prefabbricati per conquistare un pubblico sempre uguale. Il pubblico è più volubile d’un cielo in pieno Marzo.

I Misery Index sono comunque un gruppo essenziale per la scena mondiale del ventunesimo secolo. Però dovrebbero darsi una bella svecchiata.

In attesa di aggiornamenti discografici, preferisco continuare a spararmi e consigliare Heirs to Thievery, l’esempio di ciò che deve essere il death grind oggi. Duro, ruvido, veloce, senza troppi fronzoli. Prendi un bel pezzo metal/grind, togli tutta la melodia, pisciaci sopra e gettaci qualche testo sulla politica e le classi depredate dalla casta. Cuoci il tutto in un forno a legna e avrai i Misery Index migliori. Un raid aereo per i vostri timpani.

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