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I Grave Digger, l’efficienza tedesca e le piccole band metal italiane che nonostante tutto sono lì a fargli da spalla!

Ammetto di averci giocato pure io a sfottere un po’ la piccola realtà metallica italiana. Al Traffic di Roma, ogni volta che sono andato a vedere a sbafo qualche gruppone, ho guardato con sufficienza e irritazione le quattro o cinque piccole band che si avvicendavano sul palco del locale . Ho liquidato quasi sempre quelle sciarade fatte di borchie, gilet toppati e concept pretenziosi come il sintomo di una scena sempre più sterile e supponente. Essendo arrivato ogni volta giusto in tempo per sorbirmi quelle esibizioni piuttosto mediocri, ho valutato col metro severo e aggressivo solo i piccoli show, ho avuto da ridire sulla professionalità, l’attitudine, i pezzi, l’originalità, la bravura.

Vi sembra tutto qui? No. In realtà per un piccolo nome che vuol farsi strada nel mondo della musica metal è ingiusto applicare simili valutazioni e basta. Perché significa non avere idea di cosa quei poveretti devono superare per arrivare fin lì. Se provaste voi a raggiungere un palco di qualche posto che permetta a un gruppo chiassoso e dai discutibili gusti estetici di esibirsi, allora vi rendereste conto che è già un miracolo che quei ragazzi siano lì, per venti minuti, a tener duro, a simulare un’euforia e una voglia di farcela che è sempre più parte dell’interpretazione e null’altro.

Prendete i Tractors. Vengono dalle mie parti, la zona di Viterbo. Ieri ho fatto il viaggio con loro e li ho un po’ aiutati a portare casse, amplificatori e strumenti. Ho assistito al sound-check e li ho poi visti esibirsi. Ecco, sul palco hanno fatto di tutto per conquistare le dodici persone presenti. Dodici, capite? E per avere i più mosci apostoli che un dio vigliacco e pesto potesse concedersi, sono partiti di casa alle due del pomeriggio, hanno caricato gli strumenti dalla saletta e sono arrivati, tra inconvenienti, traffico e navigazione alle 6 circa di sera, davanti al cancello del Traffic.

Si sono scaricati l’attrezzatura dalle auto fino da piedi alla scala di ferro del backstage e dopo è iniziata l’attesa.

L’attesa è la parte più logorante di tutta la questione. Perché si tratta quasi sempre di questo, in fondo. C’è da aspettare. Anche i grandi nomi devono farlo. I Grave Digger erano lì fuori, seduti, guardando il vuoto, parlottando tra loro ogni tanto, e alzandosi con i sorrisi d’ordinanza per fare una foto tutti insieme al famigerato “Tapiro”.

Appena siamo entrati, i Grave Digger erano sul palco a provare i suoni. Tra loro e lo staff parlavano tutti in tedesco. Chiudendo gli occhi ho immaginato di essere in balia dei nazisti. Lo faccio sempre quando sento voci che parlano quella lingua. Anche i visi dei musicisti e degli altri roadie erano tipicamente doitch, quindi ho giocato con i tratti somatici e me li sono rivisti in divisa grigia. Che vi devo dire? Amo la storia dei nazisti, un po’ come quella di John Wayne Gacy e mi lascio suggestionare da queste merdate così.

Tornando ai Grave Digger l’impressione è prevedibile come il loro ultimo album: professionali, seri, compìti. Bothental a vederlo in felpa arancio e calzoni neri, gli occhiali da vista e il fisico secco e oblungo, mi ha fatto pensare più a un professore universitario di matematica che un singer metal.

Una volta che hanno finito di controllare i suoni, i miei amici, più le altre due band in scaletta, di cui non ricordo i nomi, si sono accordati su come sistemare la batteria, quali testate e amplificatori usare. Da lì è iniziato un via vai da formiche dentro e fuori il locale, su e giù per quelle dannate scale, tra bestemmie, litigate di un minuto e frenesia varia. “Non trovo questo” “ti sei scordato quello” “Ti avevo detto di prenderlo, cazzo” “Oh, ma mica devo pensare a tutto io qui!” “Mavaffanculo” “Mavaffanculo tu”

I Tractors, essendo il primo gruppo a esibirsi, sono stati l’ultimo a fare la prova dei suoni. Dalle due che sono partiti da casa hanno iniziato il check intorno alle 8 e si sono dovuti accontentare di dieci minuti.

Poi hanno mangiato un piatto di pasta al sugo, una birra e tempo una mezzora si sono esibiti.

Otto pezzi per circa venticinque-trenta minuti. Ovviamente non c’era posto per la scenografia. Hanno indossato i costumi ma le luci del locale non permettevano di notare le salopette da contadini. E le dodici persone ad applaudire non sono poi andate ad aggredire il banchetto grande quanto un tavolino per bambini dell’asilo, intasato dal loro merchandising. Anche perché nessuno della band e tanto meno gli amici, sono rimasti lì a gestire eventuali negoziazioni.

I Tractors sono andati  a mangiare qualcosa di più sostanzioso in un bar vicino al Traffic. Ed è ricominciata l’attesa. Tre ore prima dell’esibizione dei Grave Digger. Appena la terza band ha finito di suonare tutti i gruppi di supporto hanno dovuto smontare e liberare il palco a gran velocità, sferzati dalle perentorie urla del roadie della band tedesca di fare in fretta e non gingillarsi.

I Grave Digger si sono esibiti e hanno fatto il loro bel concertino. Non è che la gente fosse molta ma il gruppo non ha risparmiato sorrisi, sudore e bla bla bla. Bothental in maglietta con sopra disegnato un gilet di toppe, ha tirato caramelle gommose ai Kids, e unico particolare curioso: tra un pezzo e l’altro ha rinfrescato  le corde vocali e rinvigorito l’aplomb con una lattina di Red-bull. Alla fine pareva piuttosto soddisfatto del responso generale e ancora bla bla bla…

Ormai scrivere un report è impossibile senza dire le solite cazzate da webzine metal. L’impressione è di un gruppo che non ha più nulla da dimostrare, nulla da dire. Gode i risultati conseguiti in quasi quarant’anni di carriera e tira avanti con pazienza e dedizione nordica.
Sapete come sono i tedeschi, no? Se una cosa va fatta, loro la fanno bene e con precisione. Nel metal come i campi di sterminio. Non è una battuta. Primo Levi diceva che nessuno a parte i tedeschi avrebbe potuto concepire un simile inferno ordinato e super efficiente. I tedeschi sono fatti così. Il metal dei Grave Digger è preciso, potente, fatto a modo, da soldati. Come i nazi bruciavano documenti ed ebrei con lena ferma e inesorabile, nonostante fosse ormai finita la guerra, i Digger continuano a fare inni metal da cantare col pugno alzato ogni due anni e poi tour di supporto davanti a qualche centinaio di persone, nonostante artisticamente siano esauriti da circa dieci anni e con loro l’intero genere che li ha portati in auge in tempi imprevisti e meritatamente a metà anni 90. Non si chiedono cosa cazzo stiano a fare se da dire non hanno più nulla.
Loro continuano a mantenersi concentrati. Il tour bus nero è su uno sterrato. Il gruppo ci si rifugia con birre e pizza. A turno escono a far foto e firmare autografi. Nel viso di Bothental c’è la pazienza e la spensieratezza di un tavolino sferzato dalle intemperie, proprio come quello su cui ha trascorso il finale del pomeriggio, gambe accavallate, bibita in mano, a fingere di non guardare i gruppetti scalcagnati che si arrembavano su per le scale del Traffic, tirando dentro custodie di chitarre e testate con l’entusiasmo di chi pensa dopo tutto di far da spalla a lui.

 

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