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Stroboscopia dei Cesari – Report Satyricon Live a Bulagna (Il locale non ricordo come si chiama)

I Satyricon dovevano suonare a Milano ma poi hanno preferito Bologna, visto che, ha detta di Satyr, nella città delle cotolette sono stati maltrattati. Il vocalist ha sparato una tal dichiarazione di appartenenza godereccia e il pubblico rossoblu ha esultato e lanciato baciozzi. Lunga vita al pomata della stroboscopia egoistica.

Io li ammiro, i Satyricon, specie dopo che hanno mollato l’ortodossia e si sono messi a fare “i commerciali” ma non è questa la sede per discorrere di certe cose. Qui parliamo di un concerto e basta. Come sono stati? Inattaccabili. Tranne le rimostranze di mia moglie riguardo l’uso delle luci (ma lei doveva scattare delle foto per Loud & Proud e la cosa non è stata per niente facile) nessuno ha avuto da ridire. I Satyricon sono stati talmente bravi, belli e precisi da risultare quasi noiosi.

Satyr, costretto da un brutto tumore a recuperare il look di The Age Of Nero, si è presentato sul palco in giacca di cuoio e movenze post-punk da palo nel culo. Non so cosa gli abbia frullato nel capo. Io per tutto il concerto non ho fatto a meno di pensare un paio di cose. Primo ho avuto paura di un’irruzione terroristica ma questa è una cosa che mi succede sempre, in simili occasioni. Cosa farebbe Satyr e la sua boria da Cesare Steanpunk?, mi sono domandato. Svanirebbe con la stessa rapidità di un Mandrake o li minaccerebbe con una versione raddoppiata di Black Lava? Poi, terroristi a parte, ho riconosciuto a questo ragazzone dall’aria piuttosto antipatica (talvolta, sul palco, sembra di vedere il tipo autistico di Big Bang Theory in versione black) la forza egocentrica di imporre al mondo il suo progetto inverosimile (siamo io e un mio amico batterista) autoindulgente, volto al minimalismo mitomane, portandolo avanti negli anni fino quasi ad avere ragione lui.

Dal vivo i pezzi spaccano, da qualsiasi album si pigli. Anzi, più sono pescati dagli ultimi album e meglio è. La gente si sfoga nei forum ma davanti al palco fa sì, sì, sì col grugno appresso a quei quattro quarti da scuola elementare del black metel. Il resto non conta. Quando Satyr poi ha imbracciato la chitarra e ha mollato sulla folla gli accordoni di Mother North, il pubblico si è imbambolato in un coro da brrrrividi, e lui (Satyr, che si pronuncia con l’accento sulla y) deve essersi sentito per un minuto, una specie di Steve Harris dell’underground. Datemi una hooooo e mi farete felice, dice il metallaro vero.

Al termine dell’esibizione, da dietro la batteria, quando nessuno ci pensava più, è spuntato Frost. Che visione con la sua barbona tinta, le costole bene in vista, la schiena un po’ curva e lo sguardo alla Jacopone da Todi dopo il rilascio. Il pubblico lo ama. Chissà perché i metallari hanno sempre una simpatia spassionata nei confronti del batterista, anche se suona in una band che non rispettano e non apprezzano prima della terza birra.

Prima dei Satyricon si sono esibiti i Fight The Fight e i Suicidal Angels. I primi, norvegesi ma votati al metalcore, hanno saputo coinvolgere il pubblico di bocca buona, soprattutto grazie all’attitudine caciarona e i ripetuti stacchi giungium e uoouyeeeeeah! Spero di non sentirne più parlare. I secondi, greci e thrasher retromani, sono stati breavi, bealli e sprecati in una facile rivisitazione degli anni 80. Nonostante le invocazioni del cantante di alzare le cornine e gridare, faiar, powar, steeel ed Evil qualche cosa, hanno ottenuto poco. E poco è ciò che meritano, con tutto il rispetto per la breavura, la fighezza e i notevoli costumi da cosplayer dei Dark Angel.

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