La Truebrica del fantino Recensioni

Paradise Lost 1997-2017 – Dagli anni zingari di One Second e Believe In Nothing al ritorno massiccio di Medusa!

1 -IL CUORE SARA’ NERO MA ZINGARO RESTA…
Vero, non eseguiamo dal vivo più alcun brano di Gothic. Alcuni fans ci hanno chiesto espressamente perché… ebbene: come possiamo suonare brani come Eternal se la maggior parte del pubblico non li conosce? I fans della prima ora sono rimasti in pochi. Metal Shock 1997 Nick Holmes
Che tristezza ripensare ai giorni in cui Holmes e MacKintosh rilasciavano dichiarazioni così ciniche e brutali. Io ero un vecchio fan. C’ero ancora, ero lì. Ma loro sembravano proprio non vedermi. Anzi, pareva quasi che stessero dicendo, fuori dalle palle se siete ancora in zona. Ormai noi amiamo l’elettro-pop e il death is dead.

E invece io resistevo. Compravo ogni album post-One Second con la segreta speranza che si ravvedessero almeno un po’. Come era possibile che la band di Icon e Shades Of God fosse cambiata così tanto? Che cosa gli avevamo fatto? E come si fa a rinunciare alle chitarre in quella maniera?
Soldi. Fama. Avidità. Ipocrisia. I metallari sono sempre degli eterni Savonarola. Appena vedono un gruppo pigliare una strada un po’ diversa iniziano subito a farsi puzzare il naso e puntare il dito.
In realtà, col senno di poi roba come Host è stato quasi un suicidio, altro che svendere il culo per la grana. Creativamente i Paradise Lost si erano spinti così oltre che non sapevano più dove cazzo fossero finiti. E tornare indietro fu un’impresa da Pollicino, piena di Orchi e boschi neri.
Believe In Nothing; Symbol Of Life; Paradise Lost; rappresentano il momento più difficile per una band che non sapeva più cosa essere e tanto meno chi fosse rimasto dalla sua parte. La Emi li scaricò presto. Le altre etichette non capirono proprio come gestire una creatura così irrequieta e in perenne mutazione.
Sarebbe bastato fare un altro paio di Draconian Times e oggi la band sarebbe ancora ricchissima, penserete. Eppure non è così semplice. Per una serie di ragioni. Prima cosa, quel disco non conquistò subito tutti e poi  nel 1995 non c’era un genere trainante, almeno da noi in Europa. Il metal sembrava ovunque e da nessuna parte.
Capitava di sfogliare una rivista e passare da un’intervista depressiva agli Alice In Chains a uno sproloquio di Joey De Maio, un pezzo sui Porcupine Tree, la recensione esaltata di un album dei Gamma Ray e la copertina dedicata ai Fear Factory. Draconian Times era un miracolo di equilibrio tra depressione, modernismo, melodia e riff classici. Due anni dopo, quando uscì One Second, le cose parevano meno caotiche: in Europa c’era la rinascita del Power Metal e in America L’Ozzfest promuoveva Korn, Machine Head e Coal Chambers, Foo Fighters, Limp Bizkit…
Fino a Host la band veleggiò su tutto quel casino di varietà pensando ai fatti propri, raccogliendo attestati di stima per la coerenza e accuse di simonia in egual misura. Il pubblico metal si era rassegnato e quel disco nessun magazine specializzato si sentì in dovere di recensirlo.
Qualcuno sui primi forum internettari si lagnava che fossero diventati una patetica copia dei Depeche Mode. Ma sarebbero da equiparare a quegli ascoltatori che quattro anni prima liquidarono Icon come lo sbertuccio fuori tempo dei Metallica’s Black Album.

Se i Paradise Lost non furono solo una copia di qualcuno nel periodo Icon-Draconian, allo stesso modo non si possono ridurre a un’imitazione dei Depeche per Second/Host.

2 – LA VERA RAGIONE DEL VOLTAFACCIA TEMPORANEO AL METAL?

Ogni persona ha i suoi gusti, ed io non posso biasimare. Molti in quel periodo, si lamentarono per l’assenza di chitarre in Host. Tutto sommato anche io stravedo per le chitarre, però era venuto il momento di sperimentare qualcosa di nuovo, voleva significare privarci della parte forse più essenziale della nostra formula sonora. Non potevamo farci niente, non sapevamo se era giusto o sbagliato, dovevamo farlo e basta! Quando imposti la tua carriera in un determinato modo, non puoi sfuggire alle sue regole, anche a costo di fare un buco nell’acqua. Poi i giornalisti giudicarono all’epica Host troppo elettronico, cosa diranno di Symbol Of Life? Che è troppo heavy? A volte chi fa recensioni non tiene conto dell’albero genealogico di un gruppo. Nick Holmes Metal Shock 2002
Volete sapere la vera ragione (a parte i soldi, a cui chiunque pensa, anche Rock N Rolf) del cambiamento da Draconian Times a Host? La band ne aveva le palle pienissime del goth metal. Dopo Shades Of God si erano ritrovati a essere una specie di boy band. Facevano foto di continuo, erano su un sacco di riviste e tutti parlavano di loro. Poi dovettero darci dentro con dei tour infiniti. Fecero talmente tante date di supporto a Icon e Draconian Times che alla fine, scesi dalla giostra e pronti a salire sul treno che li avrebbe condotti in studio, si guardarono in faccia.
Non ne potevano più. Se solo avessero lavorato su un altro riff di quel tipo o una melodia grattata, sarebbe finito tutto. Non era possibile continuare così. Allora decisero di tagliare via tutto e buttarsi su qualcosa di nuovo.

Che poi: Lost Paradise e Gothic sono molto diversi. Shades Of God e Icon lo sono anche di più. Non c’era nulla di insolito per la band a cambiare ancora. Era nella loro natura.

Nel nostro cammino abbiamo sempre cercato di partorire delle cose molto originali, che traessero spunto da diversi modi di fare musica. Però devi capire, che per noi la strada è sempre stata in salita. La nostra genetica musicale affonda le proprie radici in diversi stili sonori, quindi se vogliamo essere originali, abbiamo bisogno di scontrarci con diverse correnti di pensiero. Noi non siamo il solito gruppetto heavy che si definisce originale, solo perché ha aggiunto diversità al loro suono di chitarra. Come non siamo il classico gruppo power che si atteggia come dei Paganini o Vivaldi solo per aver rinvigorito le loro partiture metal con un po’ di musica classica… per noi è tutto diverso. NH MS 2002
Poi c’è un altro motivo, supposto da me, di quella rottura con il metal. Le droghe. Ok, facciamo un po’ di dietrologia.
One Second ha un tema fisso: le dipendenze per lo più dagli stupefacenti. Si sa che tipo di vita debbano fare le band in tour. Per sostenere quei ritmi si massacrano quasi tutti di roba che li tenga in piedi. Sono come i camionisti più indefessi. E i Lost non fanno eccezione. E ci scommetto quello che volete che al tempo di Draconian Times, tra l’ebrezza del successo raggiunto e lo stress accumulato per il lavoro promozionale e di attenzione ricevuta dai media, la band stesse collassando anche su un piano per così dire chimico.
Ci sarebbe voluta qualcosa che scuotesse tutto quel casino, mandasse all’aria gran parte del pubblico, sempre pronto a mollarti se smetti di fare la copia della copia di quello che gli è piaciuto di te, e desse allo stesso modo nuovi impulsi creativi a un gruppo che non riusciva neanche più a sentirlo il suono delle chitarre, per quanto ci si fosse saturato il cervello.

Ecco perché One Second. Ecco perché Host.

Alla fine non cambia molto, perché il modo di scrivere le canzoni era lo stesso anche per Host o Believe In Nothing. Quello che cambiava era la quantità di distorsione che mettevamo nelle chitarre. – Nick Holmes – Rock Hard 2007
In realtà c’è del vero e del falso in quello che Nick Holmes dice qui sopra. In Host, Believe In Nothing ci sono una buona parte di pezzi che riescono a trasmettere la stessa voglia di trovare forza nella propria malinconia. Sapete, no? Guardare con sfida l’amore che se ne va, reagire a una vita di solitudine profonda.
Divided, Made The Same, Never Again, sono pezzi che riempiono il petto e fanno aumentare la salivazione e pizzicare gli occhi. E poi Host, la title-track ha una delle più belle melodie mai scritte dalla band. Il successivo Symbol Of Life è pieno di pezzi trascinanti poi rimasti fissi in scaletta anche oggi che il gruppo è tornato a fare metallo vero. Isolate, Erased… la title-track in particolare ha una carica incredibile e le chitarre quasi non ci sono.
Però in tutti i casi non è come per Icon o Shades Of God. La semplicità e l’immediatezza di questi album non sempre conduce a qualcosa di memorabile. E spesso la mania di non sforare i cinque minuti mette quasi il nervoso addosso. È tutto troppo trattenuto, programmato. Ogni pezzo inizia con un buon giro o magari un bel riff, ma si sa già cosa accadrà: ritornello, assolo, ritornello, riff e addio. 3 minuti e mezzo.
Qualcosa continuava a muoversi, però. Paradise Lost non è l’album da cui ripartire. Il titolo programmatico, a voler dire ecco cosa siamo oggi e ciò è quello che desideriamo essere, non regge molto; perché nel disco omonimo ci sono un sacco di chitarre e la stessa sensazione di ricerca degli ultimi due album. Le chitarre sono di nuovo ovunque ma i riff a volte ricordano i Korn, altre i Linkin Park. Ogni tanto c’è qualcosa alla Paradise Lost. Però è un crescendo quasi sinfonico e il finale di Over The Madness riaccende davvero la speranza che la luce in fondo sia quella di casa.
3 – RIABILITAZIONE A TEMPO DI DOOM
I Paradise Lost hanno avuto la capacità di ferire con le chitarre e di guarire con i pianoforti. Pier Marzano – Metal Hammer 2007
Il tizio che ha scritto questa bella frase è figlio del suo tempo. Nel 2007 One Second è considerato da tutti un capolavoro (senza se e senza ma) anche da chi al tempo non lo gradì perché non c’erano i grrrrr e i gium gium. Di Host non si parla mai, però c’è rispetto. E In Requiem non convince. Sembra una furbata. Il tentativo di recuperare il credito dei vecchi fans, riprendendo il cantato più cattivo e le melodie deprimenti degli inizi. Pier Marzano lo liquidò così e anche Alessio Oriani. Gente a cui non la si fa.
Eppure era un disco telefonato. Io lo capii da Believe In Nothing che il gruppo aveva deciso di tornare indietro. Lo dissi anche in giro. Vedrete che tra un po’ si rimetteranno a far metal. Non credevo ci sarebbero voluti vent’anni ma sono dettagli. Il tempo è sempre dalla parte di chi lo sa usare. I Paradise Lost hanno ripreso la strada di casa con calma, senza spazientirsi troppo e tenendo sulla nave tutto il tesoro di nuove esperienze creative ottenute lungo il percorso.
In Requiem non rinuncia a quanto imparato con Host e One Second e nemmeno Medusa, che ci crediate o no.
Ascoltare oggi i dischi di quel periodo così zingaro (1997-2007) per la band è molto più gratificante in chi ascolta. Ormai sono di nuovo i vecchi Paradise Lost e quei giorni si rivivono con la tristezza dolce-amara di una fase difficile della relazione ancora in piedi tra noi e qualcuno a cui teniamo troppo. Non tutti sono dei grandi album ma di sicuro ogni titolo ha almeno 3-4 brani che varrebbe la pena riscoprire.
In Requiem è il primo passo nel vecchio regno del goth sinfonico, dove una volta erano loro i re. Come King Ragnar, nella serie televisiva Vikings, di ritorno alla sua terra, loro sono di nuovo lì, circondati dalla vecchia gente che li ha attesi, implorati, pregati, odiati ma non dimenticati. E il trono è ancora vuoto. Con umiltà e tenacia i Paradise Lost l’hanno occupato di nuovo, mostrando di meritarselo ancora. Faith Divide Us, Death Unite Us è un capolavoro. Tragic Idol una conferma di salute e nuova ispirazione. Poi arrivano i botti insperati: The Plague Within e Medusa.
Curioso che anche qui c’è chi storce il naso, chi mostra dubbi e sprezzo. Eppure si tratta di album rognosi per qualsiasi nuova leva del doom e del goth. C’è di nuovo il growl di Holmes, ci sono gli assoli e i fraseggi da cimitero di MacKintosh. Non siamo più nel 1993, ma il gruppo ha riscoperto la voglia di esplorare anche il proprio lato più cruento e disperato. I pezzi vanno sopra i sei minuti e non c’è più la sensazione di usare il metallo con parsimonia, come un ingrediente tra gli altri. Qui è tutto metal. Da cima a fondo.
L’unico neo è l’ammiccamento eccessivo ai Pallbearer in Medusa, il pezzo, non l’intero disco. Mentre i nuovi principini americani del doom negano di essere stati influenzati dai Paradise Lost e si inchinano ai My Dying Bride, questi li omaggiano in modo quasi spudorato. Inoltre Medusa pare un lavoro un po’ sproporzionato. La prima parte è maestosa, Fearless Sky è tetraggine sinfonica degna dei migliori anni e anche il resto dei pezzi fino a The Longest Winter mantengono l’incedere funebre e l’odore salnitrico ma da No Passages For The Dead a Until The Grave avviene come un abbassamento di tensione. Lì riemergono i trascorsi post Draconinani e per l’ennesima volta il gruppo non smentisce nulla di quanto fatto, conservando un pizzico di ogni incarnazione ma non so, queste uscite più melodiche e dirette precipitano l’ascoltatore all’uscita dal disco come da una botola inaspettata. Riparte Fearless Sky sull’Ipod e non sappiamo cosa sia successo dopo la title-track, di preciso. Stavamo pensando ai Pallbearer e a un vecchio film della Hammer, e poi?

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