La Truebrica del fantino Recensioni

Black Crows e Blind Melon – alla terra di mezzo tra rock e duro!

All’inizio degli anni novanta, oltre a tutta una schiera di band validissime ma inclassificabili che furono messe a forza nelle braghe sempre più sformate del crossover metal, ce ne furono un paio che riportarono il rock and roll alle radici: i Black Crowes e i Blind Melon. Oggi ne spuntano in continuazione di gruppi vestiti come nelle vecchie foto dei Deep Purple o dei Lynyrd Skynyrd e che suonano tipo gli Zeppelin rimasticati in salsa Black Sabbath ma nel 1990 non era così.Vero, c’era stata la zeppelinizzazione di tanti gruppi AOR o Class Metal (ricordiamo i Kingdom Come dell’omonimo o i Whitesnake di 1987 e Slip Of The Tongue) e un sensibile rispolvero di sonorità più crude e vicine al calore blues degli anni 70 (Tesla, Cinderella, Great White) dopo l’avvenerismo glitterato e la retorica leather and denim of the defenders of steel del 1982-85, ma in generale una band come i Black Crowes poteva essere infilata nel calderone pseudo-metal melodico americano dalla prima canzone del suo album d’esordio (lo specchietto zeppeliniano per allodole Twice As Hard) a metà della seconda Jealous Again (già troppo retrò per i gusti di chi aveva i poster di David Lee Roth in cameretta), perché era evidente subito da quel pezzo che quei ragazzi, i Black Crowes, non avevano nulla a che fare con Dokken o Ratt o L.A. Guns o persino i Dogs D’Amour. Le riviste di settore li mettevano in scaletta, le trasmissioni televisive dedicate al rock pesante li inserivano tra Warrant e Pantera ma senza un motivo plausibile.

Sì, a un ascolto superficiale potevano anche sembrare un gruppo sleaze (tipo Quireboys, in fondo la matrice era la stessa) ma nel caso dei Crowes sembrava sul serio che ci fosse stato una specie di ritorno al futuro: pantaloni di velluto; capelli alla Ozzy Osbourne dei tempi in cui non sapeva neanche cosa fosse una doccia, giacche alla Marc Bolan; riff che prendevano da Page, Beck, Clapton, Fogerty alla faccia dei vari The Edge, Eddie Van Halen o Brian May e Rudolf Schenker a cavacecio sul muro di Berlino.

E tutto questo fu ancora più palese nel passaggio da Shake Your Money Maker (1990, ricordiamo) al secondo The Southern Armony And The Musical Companion (1992) e il singolo Remedy, orecchiabile, ballabile quanto si voglia (ricordo di averla fatta suonare a più riprese durante un’estate, da un juke-box della tavola calda di Tarquinia) ma troppo aspra, avulsa dai suoni laccati dell’hard rock blues U.S.A che nell’anno precedente, il fatidico 1991, avevano decretato la definitiva indigestione da riff and roll per lo stomaco musicale d’occidente.

Cosa stavano facendo, giocavano a scimmiottare le band bollite tipo Stones o Grand Funk? Avevano un atteggiamento quasi snob, all’inglese e comunque accettavano di buon grado di ritrovarsi in scaletta con nomi consolidati in ambito hard tipo Bon Jovi, Kiss, Guns N Roses o magari gli Iron Maiden. Era chiaro che col metal non avevano nulla a che vedere ma fu quello il pubblico che principalmente li seguì e mentre le tendenze cambiavano e il grunge volgeva all’alternativo e nessuno ti dava più un quattro quarti alla AC/DC neanche a pagarlo oro, i Black Crowes tiravano (oltre a tanta droga) dritti per la loro strada, migliorando a ogni prova discografica.

Sintomaticamente, più il loro stile si affrancava dagli stereotipi, dalle formine dei grandi classici anni 70 a cui facevano diligente riferimento nei primi due lavori (ogni lento era una variazione di Free Bird, With A Little Help For My Friend, Knockin’ On Heaven’s Door); più trovavano un proprio stile capace di piantarsi nel rock post-grunge e dire qualcosa di personale; più le vendite calavano!

Il primo disco aveva totalizzato cinque milioni di copie, il secondo due e Amorica (il capolavoro del gruppo) si fermò a cinquecentomila. I Black Crowes però se ne sbattevano (o almeno questo facevano credere): seguitavano a perlustrare il vecchio rock dei Creedence o Stephen Stills, alla faccia degli Smashing Pumpkins, e sostenevano e praticavano il libero uso delle droghe in coppia con gli Alice In Chains, glissando sull’incidente che aveva spinto i padri delle loro coriste a non permettere alle ragazze di seguire quei fattoni indecenti in tour.

Cosa volete, è vero che siamo fattoni indecenti, quei padri hanno ragione!

Sembrava di essere davvero tornati al tempo dei Grateful Dead o dei CSNY: sesso, molta droga e soprattutto rock and roll. Yeah! Però in fondo la sola cosa ad accordarsi con quel malsano revival nel 1994-95 erano le risse degli Oasis o magari gli eccessi urinari del giovane e poco noto Marilyn Manson.

(Fine prima parte)

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