Articoli Fatal Report

Cavallo Golosocus: Sangue e Birra

È stato un weekend di fuoco. Due giorni pieni di lividi. Ogni graffio e cicatrice una medaglia. Puzzo ancora di sudore e birra, come un gladiatore del pogo. Lo Spartacus equino, cui ogni palco non è altro che colosseo ove spargere sudore. Almeno stavolta non ho sanguinato dal viso però dai.

È stato un fine settimana all’insegna della buona musica. S’è cominciato il Venerdì in quel di Molfetta all’Eremo Club. Una breve degustazione live in cui ho avuto modo di rincontrare vecchi amici e di non farne di nuovi. Fatto sfoggio del mio nuovo passa montagna, ci addentriamo (per me la prima volta) in questo fantomatico locale.

La location mi piace a dire il vero. Trattasi d’un area composta da una struttura adibita a bar più questa ‘tenda’, e signora cavallo mi fa notare durante una serata estiva (senza di me, nfame) che era aperta, ora chiusa e riscaldata da appositi funghi. Avrei preferito quelli allucinogeni per un miglior viaggio.

I primi ad aprire la serata sono i Bluestone Valley, di cui non conosco nulla a parte che uno dei chitarristi è un amico di tanti concerti. Il loro rock psichedelico riscalda a dovere il bordo palco, ancora non molto popolato .

A seguire vi sono i Doomraiser, su cui devo aprire una bella parentesi. Li scoprii con Mountains of Madness e fu una cocente delusione. Un album incapace di convincermi, al punto che non lo ascoltai più, che dico non li ascoltai proprio più. Nel 2013, credo, li vidi di spalla al Demodé al gruppo che non nomino, ma mi tocco gli zebedei perché ho pensato il nome. Niente di eclatante, la mia memoria non rimembra momenti eccezionali veramente. Caduti per sempre nel dimenticatoio dei live vissuti.

Oggi, annus domini 2017, dico che io e signora cavallo scapocciavamo come mustang senza briglie in corsa nella prateria. Una rivalutazione totale. Ehi, me del passato, se mai leggerai queste righe: fottiti!

Con l’esibizione degli Ufomammut diventa impossibile avvicinarsi al palco, ma fortuna vuole questo sia tridimensionale e ci poggiamo al bordo laterale, chissà perché vuoto, come rodie che assicurano la scena.

Da dietro si ha una visione diversa del gruppo, e pur non usufruendo pienamente delle immagini psichedeliche sparate dal proiettore sul muro, ho modo di ammirarela stretta selezione di pedali, usati in modo magistrale sopratutto nei momenti più ‘noise’, in cui il gruppo manipola i feedback degli strumenti come un progetto japanoise anni ’80. Noto anche lo stretto uso d’una pedaliera luminosa. Immagino sia la famosa pedaliera midi di cui lessi in un intervista, credo collegata al computer per manipolare suoni, sample e immagini sul proiettore. Un viaggio musicale a 360 gradi che colpisce tutti i sensi.

L’ostentata lunghezza dei pezzi non convince la mia signora, un po’ annoiata dal gruppo, trovato ripetitivo. Come le spiego, questa è una delle peculiarità dello stoner, l’ossessiva ripetitività del riff.  È come l’espressione di John Wayne in ogni suo film; se è quella giusta perché cambiarla?

Io altresì ne rimango ammaliato, peccato la stanchezza del lavoro faccia il suo corso, e alle ultime battute dormivo letteralmente in piedi come un cavallo, risvegliandomi poi tra caleidoscopi nella mia mente creati dai riff del gruppo. Quando il sonno prende il sopravvento, gli acidi musicali fanno il loro corso.

Neanche il tempo di recuperare che il giorno dopo ci avviamo in quel di Bari all’ex caserma liberata inconsci di ciò che avremmo trovato.

Nel recente periodo questa è solo la seconda volta che entriamo in questo luogo, famoso per essere utilizzato per manifestazioni varie e concerti punk e hardcore di tutto rispetto.

L’A-Bestial, a detta di chi ne sa più di me, è un evento punk/hardcore/grindcore che per dodici ore ti stupra letteralmente i timpani, lasciando ogni suo spettatore sanguinante in un lago di sudore e birra sul pavimento, senza badare a razza, etnia, ascolti musicali, astinenze o dipendenze. Se vuoi farti male, devi andarci almeno una volta.

Arriviamo con leggero ritardo, credo le cinque, mentre i primi due gruppi hanno già concluso. Anzi, quando entro sento già qualcosa provenire dal palco, ed subito magia.

Quindici band sono difficili da elencare, perché l’assimilazione dei dati è superiore a quello che la mente e in grado di contenere, quindi mi limiterò a parlare della birra. Ne ho bevuta abbastanza. Non sono andato oltre i quattro litri, se contiamo poi che mezzi di questi era da 12° gradi.

Alcuni nomi erano già conosciuti per me nella scena, mentre altri sono stati una vera scoperta. Offendendo chiunque legga, per me i must sono stati i Coffin Surfer. Essendo quelli più ‘al di fuori’ della scena assieme agli A Nail Through the Urethra, gruppo su cui tornerò dopo, sono stati quelli più capaci di scatenare il piccolo pogatore che è in me.

Passamontagna di cthulu grondante, livido sulla fronte, braccia, gambe, credo anche di sanguinare da qualche parte del corpo, forse una emorragia interna. Mi scaraventano da una parte all’altra del palco, e siamo solo in cinque a pogare. Il pubblico non sa ancora come relazionarsi a un gruppo simile, il death grind in persona, mentre chi è più esperto (io) si butta dal palco a terra con fare provetto.

Alla cover di GG Allin scatta il delirio. Il pubblico triplica, secondo me qualcuno è uscito urlando ‘cazzo entrate, questi stanno a fa’ la cover di GG Allin, e quando ti ricapita!’. E quando mi ricapita davvero. Prima volta in una vita fatta di live underground.

Gli A Nail Through the Urethra li avevo citati come l’altra alternativa al di fuori del contesto, ed è vero. Vuoi mettere la maglia di Saylor Moon del bassista? Promossi a pieni voti, anche perché l’alcol nelle vene è superiore ai globuli rossi. Pompiamo birra come cisterne nel cuore. Unico limite? I sample.

perché quando li vidi al San Metallo questo stesso anno, come i migliori gruppi slam & porno, ogni pezzo era introdotto da un sample tra i più disparati per accentuare il grezzume di qualcosa rozzo come un pene non lavato da tre settimane, due giorni e trentasei minuti.

Chi venne dopo? Bah non ricordo. Ho retto sotto al palco fino all’arrivo dei  One Day in Fukushima, mentre i miei colleghi s’aggregano all’uscita poiché non proprio consoni ai loro gusti.

Con un ematoma sull’osso sacro, dopo un volo di schiena dal palco sul pavimento, mi siedo birra alla mano accanto a un falò di ventura. Qualcuno chiede un fiorino per nutrire le bestie di seitan, quando noi in mezzo ai vegani chiediamo solo un maialino da cuocere alla brace su quel vivo fuoco.

Un calore incommensurabile che di lì a poco mi farà pentire del momento in cui, ahime, dobbiamo tornare alla macchina, non tanto perché il concerto è finito (sono le quattro del mattino e mancano credo ancora due gruppi), ma perché le palpebre sono pesanti, la forza viene meno e in quel momento anche il duro asfalto è morbido come il materasso di casa propria. Solo un minuto prima dell’ultimo pisolino.

Ti potrebbe interessare anche