La Truebrica del fantino

Godflesh – Post Self

Non sono molto aggiornato sulle uscite metal come in passato. Le mie maggiori fonti d’informazione sono giusto due siti che seguo, neanche italiani, Sdangher e bandcamp con i suoi feed. Pensate che Post Self dei Godflesh l’ho scoperto per puro caso assieme ad altri due dischi di cui sicuramente non parlerò.

Ai minimi storici è sempre stato anche il mio interesse nei confronti dei Godflesh, obiettivamente magistrali, ma soggettivamente se non mi tira la giornata io non mi tiro un loro album dopo Streetcleaner. Perché dopo di esso s’era detto tutto dai, poi sì a qualcuno possono piacere anche post, ma per me è una questione d’umore. Ci sono state giornate in cui mi sono ascoltato di fila più volte Songs of Love and Hate, ma dovevo avere uno status mentale consono, altrimenti non superavo la prima traccia prima di skippare qualcos’altro.

Cosa ho sempre apprezzato dei Godflesh? Il minimalismo. Perché mentre c’è chi corre con riff impossibili senza un computer, iper produzioni a cinque chitarre e tripla batteria mentre il bassista prega lo studio di registrazione almeno per vedere il mixer, circondando l’ascoltatore come una mandria di bulli che ti calciano a terra, i Godflesh no. La produzione ti lascia una totale libertà di movimento, senza evidenti buchi, ma solo aria necessaria per respirare, come quando vai a un concerto e siete tu e i tuoi soliti amici a scapocciare. Non senti il puzzo del sudore ascellare, ma solo il rumore delle corde del basso che graffiano dure, plettrata dopo plettrata.

Post Self non fa differenza, dimostrandosi un album post di nome e di fatto. C’è chi ha usato tag estremi come anche post punk, anche se di punk io ho sentito poco. Justin Broadrick sì, si porta un po’ di Jesu in The Cyclic End, ma è solo un breve momento. Il disco è un continuo decadere in un precipizio industriale. Ritmi marziali, velocità serrate, se proprio di velocità vogliamo parlare, quasi più una marcia non funerea, ma d’odio.

Tra i must cito a mio modo di gustare Pre Self; agli antipodi dell’album solo nel titolo.

In un periodo, decennio, secolo, se vogliamo, in cui i piccoli nomi fanno a gara a chi è capace di concatenare quante più note, sfidando le tendiniti croniche, G.C. Green e Justin K Broadrick se la ridono con la loro drummachine.

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