La Truebrica del fantino Recensioni

Terrorvision – Vogliamo solo che vi divertiate

Ho ancora vivo il ricordo della scorsa estate, davanti a 65.000 persone che muovevano le mani e il loro culo, tutti insieme sulle note di Oblivion… (Shutty a proposito di Donington ’95)

Ecco una dichiarazione che conferma quanto scritto nell’introduzione ai Warrior Soul, quando accennavo a tutte quelle band crossover che finivano nei canali del metal trovando il più delle volte poca comprensione e ancor meno guadagno. Immaginare che 65.000 metallari saltassero e si divertissero alle note di Oblivion può anche essere possibile ma giusto come una piccola parentesi di goliardia naif al classico bordello di cavalcate e giungiate scapoccianti d’ordinanza per quel pubblico lì.

Al proposito ricordo personalmente un’esplosione di goduria al concerto dei Megadeth, lo stesso anno di quel Donington, in cui la band di spalla, ovvero i Corrosion Of Conformity chiuse la scaletta con il brano poppy-reggae Here Comes The Hotstepper di Ini Kamoze, ricondotto al successo dal film di Robert Altman Pret-A-Porter.

Oblivion eh? Certo, quel piccolo gioiello psycho-sixties nessun rocker si sarebbe tirato indietro dal ballarlo sguaiatamente, specie dopo ore di noia e molte birre. Ma cosa erano in realtà i Terrorvision? Ricordo che molte band alternative nei primi anni 90 li guardavano con sufficienza, sospetto e malcelata invidia e i metallari sorridevano e ammiccavano senza capirli mai troppo. Avevano successo, proponevano una pozione di rock e pop a più gradazioni e vendevano bene; soprattutto offrivano divertimento, alla faccia della piega nichilista e depressiva del grunge e soprattutto del post-grunge.

I Terrorvision, con quel gran disco – How To Make Friends And Influence People del 1994 – parevano essere riusciti a far coabitare il metal e il funk, il rap e il pop, proponendosi in mille vesti e centrando l’obiettivo con ogni singolo. Da Alice What’s Matter e quel ritornello cupo e metallico, alla bonomia e un po’ isterica Oblivion (anticipatrice per umori festaioli dell’altra meteora anni 90: gli Smash Mouth), fino alla ballad intimistica crepuscolare Some People Say e il punk-rap con melliflui fraseggi di tromba Pretend Best Friend, i Terrorvision convincevano e sembrava impossibile agguantarli e infilarli in un sottogenere preciso. Erano tutto e niente, piacevano al metallaro e alla ragazzina in fissa con i Take That ma finirono per calcare il palco heavy di Donington, col rischio di rimanerci secchi, chissà perché.

Peccato, il mondo stava andando verso una settorializzazione forsennata e senza speranze, altrimenti i Terrorvision avrebbero magari ricondotto il rock negli stadi. E soprattutto peccato per aver concesso anche all’hard rock di inglobarsi nel loro pop mescalinico, perché il metallo, come il colore nero, finisce per coprire tutto e risucchiare un gruppo mainstream nella bolgia delle borchie e i pentacoli.

Cosa ci facevano i Terrorvision su Metal Shock, Metal Hammer? Soprattutto dopo che diedero ad How To Make… un successore ancora più rock/pop oriented: Regular Urban Survivors, che senza dubbio è un buon disco ma che deve aver sostato inesplicabilmente in molte camerette metallare, prima di ritrovarsi tra gli scaffali del reparto cd usati.

Il terzo album dei Terrorvision era piuttosto buono, anche se privo di singoli spaccaclassifica come il precedente e il debutto Formaldehyde (magari acerbo ma forte di hit contagiose tipo My House o American TV).

E dopo questa svolta non svolta, la band ha proseguito imborghesendosi sempre di più. I successivi lavori sono come le Station Wagon: famigliari, ben fatti, spaziosi e confortevoli, prodotti a modo ma sempre più persi in un lago di banalità e giri melodici troppo prevedibili. Immalinconisce misurarsi oggi con la band inglese. Al tempo di How To Make… sembravano vedere una strada che nessuno vedeva e ci si aspettavano grandi cose da loro. Erano l’infermiere fattone che percuoteva con una clava di plastica il petto inanimato del rock and roll. Oggi è palese che il piccolo miracolo di quel disco gli garantì una certa rendita fissa ma un avvenire tristerello.

Viene più in mente un pubblico distratto di 300 persone, davanti a quei signori di quasi cinquant’anni, che al momento dei saluti balla e salta berciando sulle note di Oblivion. E magari tra di loro c’è pure qualche metallaro sperso, annoiato e molto ubriaco che vagamente sembra ricordare di aver sentito quel pezzo da qualche parte, magari era la pubblicità di un succo di frutta o cose del genere?

 

Ti potrebbe interessare anche

Iscriviti alla Mailing List di Sdangher
Inserendo la tua email, acconsenti al trattamento dei tuoi dati personali.