Editoriali Pascolando

Vieni qui… un abbraccio a me stesso o quel tipo lì

Trovo difficile scrivere di me, in questo periodo. Non è paura di aprirmi e tirar fuori ciò che provo ma ho seri dubbi sulla mia capacità di farmi largo nel caos di pensieri, emozioni, speranze, delusioni. Potrei scrivere della mia rabbia, della mia tristezza, parlare della voglia di ricominciare… ma temo che finirei per combinare solo un grande e inutile casino.

Credo mi occorra molto tempo per descrivere ciò che ho dentro ora, ho bisogno di una distanza. Quindi, se permettete, al momento mi limito a guardar fuori e dirvi cosa faccio, dove mi trovo, come vivo.

Abito in una cameretta. A volte mi sembra di essere in una delle vecchie storie di Dylan Dog, dove un personaggio apre la porta e fuori ci sono soltanto stelle, spezzoni di vita che fluttuano intorno all’ingresso della propria stanza.

La mia cameretta… Qui ho scritto quasi tutto quello che avete letto e quello che non avete mai letto. Qui ho sognato, ho patito, ho dormito la mia prima notte da padre. Qui ho passato i momenti più difficili ed eccitanti della mia esistenza: un po’ grazie alla vita e un po’ a xnxx.com

Sono di nuovo circondato dai miei libri, le riviste, i DVD. Molti c’erano, altri li ho traslocati via via dall’appartamento in cui sbrigavo le pratiche del capofamiglia. Ho il pc sul tavolo. Dentro ci sono tanti file scritti da mia moglie. Lo usavamo entrambi prima della scissione. Ho una connessione che va a zampate.

Ho ripreso il mio vecchio lavoro. Sapete, no, autista per una ditta di carne. I miei vestiti puzzano nuovamente di sangue e grasso animale. Da quando mi sono separato affronto le beghe quotidiane del mio impiego in modo molto più distaccato. Evidentemente la fine del mio matrimonio era il peggio che potesse succedere, e ora che mi agito a fare? Per chi corro? Per cosa mi urto? Testa bassa, mi godo le albe tutte le mattine e cerco di non ammazzarmi nel cuore di qualche curva.

I miei sono percorsi molti lunghi e, tra una consegna e l’altra, passo ore in macchina senza musica a chiacchierare da solo, come un matto. La gente tanto è abituata a vedere guidatori che sbraitano nel vuoto, pensando che da qualche parte ci sia un interlocutore in un cellulare acceso.
Me ne dico di tutti i colori. A volte mi incoraggio, altre mi accuso, ciancio fino a non poterne più e alla fine, quando proprio ho la nausea, mi sento blaterare: “amico mio, so come stanno le cose, a me non devi spiegare nulla. Conosco tutta quanta la storia. Io c’ero”.

Grazie al cazzo che c’eri… dannato me!

Va beh. Finito con il lavoro me ne torno a casa. Verso le 14 o le 15 mi metto a letto per un paio d’ore. Prima di addormentarmi, proprio come faccio la sera per la mattina, preparo tutto per quando mi sveglierò. Mi lascio sul tavolo una lista di cose che devo assolutamente sbrigare per il pomeriggio. Mi preparo i vestiti da indossare. Ho tre divise, sapete. Gli abiti del lavoro, quelli per uscire e quelli per andare in palestra.
Se non faccio così, quando suona la sveglia e mi alzo, ho una tale confusione in testa che mi ci vuole un secolo per riattivarmi e rammentare tutto quanto. Non so nemmeno se è notte o giorno, visto che nella mia stanza non ci sono finestre e il buio è totale.

Alle undici circa mi rimetto a letto.
E alle quattro mi sveglio di nuovo e riparto. I giorni dispari prendo il treno e quelli pari ho la macchina.
Il pomeriggio, se non devo uscire mi dedico alle bimbe. Da quando è finita la mia storia con Mara sembro più tranquillo con loro. Mi arrabbio molto di meno, ci gioco, ho più energie per riprenderle quando fanno qualcosa che non mi piace. Se Matilde deve studiare mi chiudo nella mia camera con lei finché non ha finito i compiti. In quel frangente non tocco mai il cellulare. Ha tutta la mia stramaledetta attenzione. Quando Cecilia ne ha voglia ci mettiamo sul divano a guardare i cartoni. Se le bimbe non sono in casa leggo, guardo film, suono la chitarra… Tutto questo non mi offre un grande piacere come un tempo ma mi solleva abbastanza. Fai le cose che ti aiutano a star bene.

Con il cellulare ho un rapporto più sano. Non lo guardo fino a quando torno a casa. Non voglio stare sempre con quel coso in mano mentre guido, sul treno, per strada. Fanculo. Io voglio guardarmi intorno, pensare, godermi le cose. Del resto è facile resistergli. Non c’è amore nella mia esistenza in questo momento ma non voglio relazioni e non le cerco. Non ho bisogno di un lavoro. Ne ho già uno e mi ci trovo bene. Non c’è motivo per me di perdere la giornata con quel coso. Mi piaccio di più ora che lo uso giusto per chiamare o per ricevere telefonate. Se voglio leggere sul treno o alla stazione, apro un libro. Fanculo facebook.

Prendo anche meno caffè. Prima arrivavo a 6-7 al giorno. Adesso bevo il primo alle 5 e poi faccio tutta una tirata fino alla fine al riposo pomeridiano. Quando mi sveglio, forse ne prendo un altro. La sera vado con le tisane rilassanti.

Mangio quello che voglio. Non mi preoccupo di pesare le cose. Se ho voglia di un piatto di pasta ok, se voglio una bistecca pure. Al contrario dell’alimentazione che seguivo prima non sgarro più. Non ho più smanie di robaccia. Evito i dolci. Il mio appetito è tranquillo e mi sembra di entrare bene in tutti i miei vestiti, anche quelli che mi tiravano parecchio fino a pochi mesi fa. Magari sono dimagrito ma non voglio interpellare la bilancia.

A volte penso di uscire con una ragazza ma avverto quasi subito una grande stanchezza. Ho come un’indolenza verso questo genere di cose. Mi occorre tempo, ovvio. Faccio un parallelo con la musica. Adesso ho una band, per dire, ma non è una cosa scontata per me. Dieci anni fa il mio gruppo si sciolse. Era durato tanto e fu un piccolo lutto, lenito dalla relazione appena nata con Mara, il mio primo libro di prossima pubblicazione… Però nei dieci anni, nonostante i miei tentativi di rimettere insieme un progetto musicale finivo sempre per mollare tutto. Mi sfinivo subito, alle prime difficoltà. Ora suono di nuovo e il progetto mi coinvolge, mi soddisfa. Ne traggo il maggior beneficio possibile, senza pensare a contratti discografici o dischi da registrare. Avverto un po’ di saggezza in più. Magari tra qualche tempo saprò vivere una relazione così. Tranquillamente, rispettando i miei limiti, godendomi i momenti e senza pensare al baratro in fondo o altre cazzate.

Secondo la mia terapeuta ora sono frammentato. C’è il Francesco vergine, solo, distrutto dall’amore e dalle pippe prima dei 30 anni. Poi c’è il Francesco padre, responsabile ma nevrotico, innamorato e spaventato. Il Francesco padre cavallo, esoterico, folle, psicopatico. Il Francesco separato, stanco, ambivalente.
Beh, vi dico di tutti questi me ma sentite ancora. Adesso faccio meditazione. È una tecnica che mi ha insegnato sempre la terapeuta. Mi aiuta a concentrarmi sul presente e a difendermi dai pensieri angoscianti, dalle paure e i rimpianti. L’altro giorno è stata molto significativa, per me. Ero in seduta e a un certo punto, mentre concentravo la mia attenzione sul respiro, sulle zone armate del mio corpo, quelle dove si accumula la tensione, ecco che ho incontrato me stesso. La terapeuta mi ha chiesto di sentire cosa provo per quel tipo che mi causa spesso imbarazzo, insofferenza e dispiacere. Ho pensato “pena”. Cosa voglio fare con lui? “Consolarlo, magari, per una volta. Sembra sfinito” “Digli una cosa bella in una sola parola”. Ho pensato subito “amore”. Ma era troppo facile. E poi cosa significa “amore”? Oggi, per me poco o nulla.
Allora mi è venuto… “vieni qui”. Sapete, quando una persona davanti a voi piange, si dispera e voi allungate una mano e le sussurrate un invito. La tirate tra le vostre braccia e la consolate. Ecco, io intendevo quello. Ho abbracciato me stesso e ho iniziato a piangere. Anche ora, mentre vi scrivo, gli occhi mi si inumidiscono. Incredibile quanto mi detesti. Non mi capacito perché ce l’abbia così tanto con me stesso. Che diavolo mi sono fatto di così tremendo?

Però, sapete, ora penso che il me frammentato, quei tizi con la mia faccia che mi si agitano dentro, che deambulano in una grande sala d’attesa depressiva magari hanno le loro ragioni. Meritano comprensione, affetto, come chiunque. Eccoli lì’, il vergine tardivo incapace di avere rapporti con le donne, lo scrittore frustrato, il padre spaventato, il marito in lacrime e sempre più sperduto, quanto sarebbe bello poterli abbracciare… un abbraccio solido, robusto, forte e disperato che li unisca in un fascio e poi li fonda nel mio petto, nel mio cuore divoratore.

Due giorni fa era il mio compleanno. Ho compiuto 39 anni. Tanti auguri a me. Tanti auguri a noi.

Ti potrebbe interessare anche

Iscriviti alla Mailing List di Sdangher
Inserendo la tua email, acconsenti al trattamento dei tuoi dati personali.