La Truebrica del fantino Recensioni

Cuori malati, ascoltate i Filter!

Premessa: qualche giorno fa ho scritto a Fabio Babini di Classix Metal e gli ho fatto i complimenti per aver previsto, su Metal Shock!, in tempi non sospetti, il grande avvenire dei Filter. Lui mi ha risposto: Ah, già… i Filter! Li avevo quasi rimossi. Chissà che fine avranno fatto? Beh, ora che lui si occupa di retro-metal per il Fuzz, tutto quello che è nato dopo il 1994 non gli compete ma cazzo, io invece penso spesso agli ultimi vent’anni e più ci torno più mi rendo conto che ai tempi non capivo un cazzo, mi lagnavo per le nuove tendenze metallare, così snob e wanawei ma c’erano band di estrema qualità, pochi cazzi. Deftones, Korn, System Of A Down, Slipknot… oggi parlarne è più temibile che dir bene dei Running Wild nel 1995 ma fanculo. Io sono il metal. Io sono contro. Quindi, signori equinidi all’ascolto, drizzate le orecchie pinzute e lasciate che sragioni sui Filter!

I Filter di Richard Patrick andrebbero riscoperti. E soprattutto da coloro che amano l’hard rock moderno, quello degli Alter Bridge, dei Black Stone Cherry o degli svedesi Eclipse. Non mi riferisco ai gruppi europei che giocano a far glam metal come se dal 1985 a oggi il mondo fosse stato risucchiato in un buco nero ma di tutti quei medi e grandi nomi che hanno vissuto sulla propria pelle l’ascesa del grunge e dell’alternative (magari si sono fatti una carriera proprio in quegli anni) e che poi, col tempo hanno saputo sposare quelle influenze alla lezione dei Dokken, i Motley Crue/Corabi, i L.A. Guns e i Lillian Axe di Psychoschizophrenia. Sono un fan di quei titoli balordi usciti dal 92 al 96 quasi tutti in Giappone: i cosiddetti “tradimenti” di Warrant, Skid Row, Dokken. C’è tutta una discografia da ricavar fuori, piena di gemme, vi assicuro. Le beffe di quelle band anni 80 che ripudiarono le proprie origini per giocarsi la carta di flanella. Amo quei suoni potenti e curati, le melodie tra Bealtes e Alice In Chains e trovo che oggi, per fare dell’hard rock genuino, serio e davvero inarrestabile, occorra mandar giù tutta la minestra, dal 1970 al 2017. Dai Led Zeppelin ai Creed, dai Nickelback ai Twisted Sister.

Non sto dicendo che i Filter siano i paladini del class metal 2.0., anzi. Loro nascono da una costola dei NIN e nel primo disco Short Bus è una cosa che si sente. Un lavoro così aspro e inquieto poi non l’hanno più realizzato ma anche lì, se vi capita di sentire White Like That potete accorgervi di quanto lo stile canoro di Patrick fosse vicino a Phil Lewis e l’atmosfera “glam banging” esplorata in quel brano sia la perfetta combinazione tra street e crossover che i L.A. Guns tentarono di imbroccare nel loro Vicious Circle del 1994.

Tolta l’influenza passiva di scuola Reznor su Short Bus, Richard Patrick, lasciato solo dal dimissionario Brian Liesegang, abbraccia la corrente alternative metal e punta altissimo in classifica con il secondo Title Of The Record. Quell’album non è proprio il massimo da cima a fondo però rappresenta senza dubbio il momento migliore dei Filter. Scriveranno sempre grandi canzoni ma Take A Picture e Miss Blue hanno un crescendo soprannaturale che Patrick non riuscirà più a ricreare nel corso degli anni, se non durante l’esperienza Army Of Anyone con i fratelli DeLeo degli Stone Temple Pilots.

Non sono un fan di The Amalgamut. Tenuto a mente come pietra di paragone positiva per le successive uscite della band, io l’ho sempre vissuto come una mezza delusione. Sì, bell’album, per carità, ma trovo oggi sia datato e per quanto negli USA il pubblico abbia dato ragione ai Filter quando uscì, oramai non offre grandi spunti di discussione e nemmeno troppe emozioni. È un lavoro pensato per fare il botto, si sente. C’è quello che i ragazzini volevano nel 2003. L’unico aspetto intrigante è che al fondo della tracklist (tra World Today e The 4th) si inaugura il “momento sciamanico” che Patrick concederà quasi al fondo di tutti gli album successivi, con delle canzoni psichedeliche, ipnotiche, un po’ morrisoniane, che lasciano scivolare gli album in una specie di imbuto metafisico. Lui è mezzo pellerossa, sapete? Ah sì…

Ricordo un’intervista a Psycho!, di supporto all’uscita di The Amalgamut e lì Patrick non si sopporta. È così convinto, almeno quel giorno di sedute promozionali, di essere infallibile a realizzare hit, che viene voglia di prenderlo a calci sulle gengive. E il bello è che Where Do We Go From Here è una canzone da figlio di puttana col culo dorato, quindi vagli a dire che non ha ragione lui!

Ma non ci sta con la testa, in quel periodo. Poco dopo il tour si ricovera per disintossicarsi dall’alcol, guarda caso. E quando riparte, non si sa perché, le idee anziché schiarirsi gli si confondono. Lui riprende a scrivere canzoni ma non è scontato che escano per il suo progettone più grande. C’è un vasto pubblico che ha bisogno di ricordarsi quale gruppo li abbia fatti impazzire nel 2003 (erano i Deftones o i Filter?) ma Patrick non sa se è il caso di smuovere di nuovo quel caos in cui per poco non ci rimette la vita.
Magari per i Filter è finita. Potrebbero essere stati una bella parentesi  chiusa sul più bello.

Lui qualcosa vuol fare, questo sì e così finisce che pubblica il nuovo album con gli Army Of Anyone assieme a due quarti degli Stone Temple Pilots. L’ennesimo supergruppo messo su per l’occasione, certo. L’omonimo debutto esce nel 2006 ed, ehm… è quasi all’altezza di Title Of The Record ma non ditelo in giro o vi prendono per scemi.

Ve lo giuro! Cazzo, non potete capire quanto è bello quel disco, cercatevelo su You Tube e sparatevi subito queste quattro tracce: Goodbye, Father Figure, Stop Look And Listen e l’ultima This Wasn’t Supposed To Happen. Sembrano un ponte tra il vecchio grunge al meglio e i Foreigner,  cagando in testa agli Smashing Punpkins durante l’attraversamento. Sentite il ritornello di Goodbye e ditemi se vi è capitato negli ultimi quindici anni di ricevere da Dokken, Journey o Warrant un ritornello più toccante. Vi schizza nell’orbita del vostro rinculo sentimentale, vi lascia sprofondare in una melassa di dolce autocommiserazione e vi spinge a gridare al mondo femminile che non vi ha amato abbastanza, non vi ha capito, non ha sperato in voi eccetera cose tipo: adddio, vorrei che tu fossi qui, vorrei che tu stessi ancora qui, cazzo, sto male e non ci sei più e quindi addioooo!
Scusate un attimo, vado a prendere un fazzoletto.

Se Army Of Anyone fosse uscito per i Filter oggi racconteremmo una storia diversa ma è stato solo l’ennesimo album dell’ennesimo supergruppo e il pubblico non se lo filò. Seccati tutti i coinvolti dagli scarsi responsi, di comune accordo lasciano morire lì la faccenda e riprendono le proprie strade. Patrick allora riesuma i Filter.

Dal 2003 al 2008 è un intervallo suicida per una band. Far uscire due dischi a una tale distanza non si può. Anthem For The Damned però è un discone, per il poco che conta al giorno d’oggi. A volte, come Patrick stesso ha tentato di definirlo sembra di sentire gli heavy U2 ma in generale non è un lavoro che vuole conquistare il futuro, imbroccare il sound dell’avvenire o centrare i gusti del pubblico adolescemente, è solo un disco di grandi canzoni, con melodie da cantare e ricantare, riff da scapoccio fanculante e tanta emotività. Prendete The Wake e ditemi se non ha un ritornello che vi secca il cuore fino a sbriciolarlo via; ascoltate Only You e provate a negare che quell’andare in sordina tra voce e rintocchi di basso, cassa e chitarra non vi afferri per la gola trascinandovi in un sabba di melanconia.

Però è niente rispetto al secondo, grande capolavoro dei Filter: The Trouble With The Angels. Sì, non mi crederete ma giuro, mentre il ritorno del 2008, tutto incentrato su Bonovox e la politica, sembra quasi il rigurgito dignitoso e un po’ fuori tempo di una ex grande band al capolinea, il suo successore, di due anni dopo, con quel genio assoluto di Bob Marlette alla produzione e nella co-scrittura dei pezzi, è una bomba assoluta.
Dimenticatevi i Filter alternativi e post-rock. Pensate invece a una supernova capace di attraversare l’intera storia del hard rock e darvi nel culo una miscela di Rammstein, Journey, Alice In Chains, U2 e tanta abrasiva polvere di stelle. È il lavoro più duro dei Filter ma anche il più ispirato dai bei tempi. No Love ha un tiro spaccaviscere che scansatevi, Fades Like Photograph leva il miele di bocca agli Avenged Sevenfold e No Re-Entry è un lento che farebbe invidia agli Arerosmith e la riprova che Richard Patrick è un singer con due palle così gonfie che nessuno l’ha mai visto mettersi seduto in un secondo solo.

Ci sono altri due album dopo The Trouble With The Angels ma non è che siano granché. Sembra che Patrick, superata la sbornia hard-metal del duo Anthems/Trouble abbia tentato una graduale rimpatriata in zona industrial, mantenendo Marlette al fianco in The Sun Comes Out Tonight ma senza grandi episodi (escludendo It’s Just You) e puntando al fai da te per Crazy Eyes, ultimo disco ufficiale (2016) con cui riporta la sua band indietro fino a Short Bus, superandolo e schiantandosi nel camerino puzzolente di vomito chimico del tour NIN 1993.

Vedete però quante cose ci possiamo perdere se badiamo solo al nome di una band o alla decade di vita e al genere che pratica? Non avrei mai potuto scoprire due gioielli incredibili come Army Of Anyone e The Trouble With The Angels, se avessi pensato solo alle etichette e badato ai pregiudizi. Credevo che i Filter fossero nati e morti con lo stupendo Title Of The Record ma così non era. Vi prego, credetemi, so cosa dico. Patrick mi sta abbastanza sui coglioni, per dire. Ma cazzo di dio quanto scrive bene la sua musica. Dategli una possibilità e vi assicuro che avrete nuovi inni per nutrire il vostro coraggio e per lenire le vostre ferite più pestifere.

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