La Truebrica del fantino Recensioni

Deftones – C’è ancora vita dopo il Nu Metal!

Nel 1996-97 le riviste parlavano di Modern Metal. Non si capiva fin dove ne vedessero ma su due cose i recensori spergiuravano: i Korn erano l’avanguardia; i Coal Chamber una sòla conclamata.

Oggi va di moda dubitare anche dei Korn ma va beh, un po’ se lo sono meritato. Di quegli altri non si sa più nulla.

Sul finire degli anni 90 io sentivo i Ratt, Black ‘N Blue, Stryper, Dokken, W.A.S.P. e quando mi giravano forte i coglioni andavo sul thrash di inizio anni 90. Nel 1997 comprai un solo disco: The Killing Kind degli Overkill; che poi era uscito l’anno prima. Per me non stava succedendo proprio nulla di nu-ovo. Avevo sbirciato i Korn su MTV ma senza avvertire la mandria di bufali in arrivo, come definì Steve Vai il loro sound. O erano bisonti?

Iniziai a capire il senso di quella band intorno al 2002, al tempo in cui si definirono intoccabili. I Deftones li scorsi invece una notte di un anno prima, sempre su MTV. Non mi impressionarono per niente. Passavano il video di Change (In The House Of Flies). Chino Moreno, col suo facciotto sovrappeso spifferava le strofe come se stesse sulla tazza del cesso durante una laboriosa defecazione. Il coro finale mi ricordò Generation Swine dei Motley Crue; mi riferisco al pezzo Afraid. Sì, lo so, non centra un cazzo, ma quella sera ero abbastanza ubriaco.

Tutta questa parentesi biografica per dire che non ero assolutamente sincronizzato con le novità per quanto fossero interessanti e genuine. In realtà io non lo sono mai stato.
Per fortuna gli esperti di Metal Shock!, Metal Hammer e così via, intuirono che i Korn e i Deftones erano una ventata di freschezza e gli diedero lo spazio che meritavano (con un piccolo imput pressorio delle etichette, immagino). Around The Fur fu top album quasi ovunque ed è ancora recepito all’unanimità, assieme al successivo White Pony, come l’ambo geniale mai più eguagliato dai Deftones.

E a ragione. Poche storie: da Adrenaline al terzo disco è palese la crescita, la forza innovativa di un gruppo che guardava avanti senza adagiarsi su quelli che a distanza di sei anni da Korn erano già stati individuati come i nuovi stereotipi del metallo americano: chitarre a sette corde, niente assoli, cantato alternato forte-piano, rappata qui e là, tute Adidas, canzoni su molestie sessuali da bimbi, disagio adolescenziale e vade retro quattro quarti. I Deftones si arrovellarono un po’ su ‘sta roba nell’esordio ma già da Around… e su White Pony non si rimettevano a nessuno dei concetti risaputi. Smisero persino di andare in tour con i Korn pur di ribadire la propria individualità. Around The Fur nessuno se lo aspettava e conquistò tutti. White Pony invece…

2 – Team Sleep ovvero Il piccolo Chino e la governante Maverick che volle rimetterlo a forza in groppa al pony bianco.

White Pony uscì al termine di una lavorazione travagliata e piena di dubbi. Chino Moreno finì per non amarlo proprio. Questo perché uno spirito libero come lui aveva dovuto accettare, in seno alla realizzazione di quell’album, di essere in una specie di prigione dorata. La Maverick, etichetta di Madonna, non gli aveva concesso di andarsene in giro a giocare con i suoi amici al vicolo sporco di sempre. Come una governante affettuosa ma autoritaria, l’etichetta si era imposta sull’avventura Team Sleep. Va bene, Chino poteva condurre i suoi compagni di strada nella grande casa in cui ora risiedeva, protetto e coccolato, sfogarsi con loro nelle vaste e lussuose stanze. Ogni gioco però sarebbe stato supervisionato dalla signora Mav. Lei avrebbe deciso se fosse stato opportuno lasciar pasticciare Moreno e i suoi amici tra di loro e come.
Inutile dire che la cosa fece perdere ogni freschezza al progetto. E quando Chino si voltò a guardare i Deftones, in stand-by per il nuovo album, non dovette essere stato semplice rientrare nei ranghi e concentrarsi sul next big album della band; quel cazzo di pony bianco, come l’avevano battezzato già prima di tirar giù tutte le canzoni.

I media parlarono molto di White Pony e misero in sella al piccolo equino una serie di interrogativi di grande portata semiologica e artistica: tutti si chiesero per esempio se fosse un disco sexy. Venne fuori infatti che le coppiette lo usavano come accompagno per la fornicazione quasi più del greatest Hits di Marvin Gaye. E a sentire il senso del titolo, il pony bianco pare centrasse non tanto con la coca ma con l’onirismo erotico… Boh! E comunque perché, se nel titolo c’era un pony, poi sulla copertina si vedeva un cavallo normale che corre? Anche qui a Sdangher! certi misteri equini vorremmo arrivare a svelarli.
I mugugni su White Pony arrivarono a diventar lagnanze chiare e forti, come è usanza ancora oggi, in occasione della recensione del lavoro successivo.

3 – La discoteca del saettone. 

Deftones (2003) è il classico disco da “saettone”. Sapete cos’è un saettone? Dalle mie parti si definisce così un paesanotto abbastanza semplice e sprovveduto. La discoteca del saettone è piena di lavori che tutti i metallari intenditori snobbano. Di solito non sono mai i classici ma i titoli venuti dopo, sulla scia del successo, quelli che magari semplificano o mettono più a fuoco la formula di una band senza aggiungere nulla, non necessariamente i palesi sputtanamenti ma gli album che raccolgono quanto seminato e non rischiano più una ceppa. Per dire, dei Korn anziché Follow The Leader il saettone conosce Issues. Dei Dream Theater non sa nulla di Images And Worlds o di Awake ma conosce Metropolis pt.2. Dei Dimmu Borgir non sa cosa sia Enthroned Darkness Triumphant ma in macchina ha una copia di Death Cult Armageddon… dei Maiden possiede solo Fear Of The Dark e Brave New World, dei Metallica il Black Album e Loud e via così.

Non sto dicendo che questi titoli siano secondari o sciapi, io li amo quasi tutti, parlo solo di chi non va oltre un quadro molto occasionale e promozionato del metal. Il disco saettone dei Deftones è appunto Deftones che ha ottenuto parecchio plauso godendo del lancio dopo White Pony ma non è stato per nulla all’altezza delle aspettative.

Per carità, Deftones è un bell’album. Nonostante lo scetticismo iniziale, un singolo come Minerva non poteva che dare lezioni a tutta la scena metal ormai definita anche da Il Messaggero Nu o al peggio Nù. Innegabile però che rispetto ai precedenti lavori abbia il comprensibile torto di “amministrare il suo” e riportare tutti sulla Terra.  Che poi, il gruppo dopo Deftones in realtà non si sia praticamente più seduto e abbia continuato a camminare avanti, rifinendo e ridefinendo il proprio sound fino a oggi, è un fatto, secondo me. E ancor più per questa ragione io trovo che l’omonimo andrebbe usato per approfondire sul resto e non come pietra di paragone decisiva.  La sola cosa interessante di Deftones è che c’è un ritorno alla durezza di Around The Fur ma l’alleggerimento del sound della band in White Pony non può essere visto come un difetto, cazzo!

Ecco cosa delira Massignani su Metal Hammer, a riguardo:
“L’arrivo di “Deftones” era comunque molto atteso. C’era da verificare quale fosse il percorso intrapreso dalla band, improvvisamente esplosa nei favori del pubblico col precedente White Pony e soprattutto col singolo “Change” che ai Deftones aveva aperto persino le porte di MTV, che sulle proprie frequenze aveva trasmesso a ripetizione il videoclip della song sia in Europa che negli States. Meglio per quelli della band, certo. Peccato solo che chiunque conoscesse un minimo la storia precedente dei Deftones e avesse avuto la possibilità di ascoltare i primi due lavori, avrebbe trovato quanto meno dubbia la qualità dell’appena citato Pony. Perché agli occhi ( e alle orecchie ) dei veri fans, quello era apparso immediatamente come un album moscio e vuoto, lontano dall’energia strabiliante dei dischi che lo avevano preceduto. E scarico per intensità, assalto e idee. Un’impressione che poteva lasciar presagire il disastro totale per i Deftones, che magari seguendo quella scia avrebbero anche potuto decidere di allontanarsi involontariamente ma definitivamente da certe sonorità toste. Le speranze erano però risorte qualche mese fa, quando Moreno in un’intervista aveva dichiarato che White Pony tutto sommato non era esattamente un buon lavoro, e mancava appunto di carica e spinta”.

Per Massignani Deftons era super. Per la Francone di Rock Hard era il disco definitivo. A risentirlo oggi è palesemente il più inconcludente di tutti i lavori della band ma è facile capirlo dopo il tempo che è passato, me ne rendo conto. Le canzoni sono buone e alcune notevoli ma c’è un po’ di muffa sopra, mentre già il successivo Saturday Night Wrist è vivo e ruspa ancora assieme a noi, nevvero?.

3 – La notte che Simon Le Bon entrò nel letto di Max Cavalera e i giorni felici di Stephen Carpenter

Riguardo i Deftones, nel 2006, ormai le questioni da dibattere in sede di intervista erano due: che cazzo dicono i testi di Moreno? E come mai sia stato possibile che gli innovatori del metal, negli anni del liceo ascoltassero i Cure e i Duran Duran invece di Iron Maiden e Pantera?
In effetti sono argomenti essenziali. Voglio dire, se non ci fosse stata l’orgia sodomitica tra Robert Smith e Simon Le Bon con Dino Cazares e Max Cavalera a fare da cavalieri (mentre Mick Patton si masturbava in un angolo buio) non avremmo avuto il Nu metal. E lì sta il senso dei sospiri prolungati di Moreno nelle canzoni e le strofe apparentemente prive di logica narrativa dei suoi testi. Si tratta degli echi orgasmici del post-punk che guidano cavalloni di watt e di riff alla Fear Factory, Helmet, Machine Head. L’appeal stereofonico dei ritornelli di Jonathan Davis, tornando al parallelo con i Korn, erano un viaggio skattoso sulle spiagge bianche di Rio fino alle bocche fameliche dei quartieri malsani di San Paolo do Brasil.

Ma in particolare per Chino, tutto il suo bagaglio impressionistico ed ermetico ha sempre rappresentato un grosso refrigerante per i Deftones. Stephen Carpenter è un grande chitarrista, uno dei migliori, ma mi chiedo dove sarebbe andata a finire la band se avesse continuato a investire sui suoi riff e sul suono “espanso” di Terry Date…

Quando uscì Deftones Stephen era un uomo molto felice e soddisfatto di sé. Nessuno gli imponeva di indossare calzoni lunghi o si metteva tra lui e un chili burger. La band stava quasi sempre in tour (e Stevie è per antonomasia un animale da tour), il suono delle chitarre, grazie al complice Terry Date, era metaforicamente esteso come lui. Immagino il mixer tipo un grosso letto dove l’intera band doveva dibattersi su un pinzo mentre Carpenter stravaccava la sua mole di watt e pinguedine per tutto il materasso. Chi Cheng una volta lo disse pure: “non è più tanto facile trovare il modo di infilarsi in mezzo a quel muraglione di chitarre”

Ma le cose non potevano durare. Infatti Moreno poi ha buttato sempre più il lenzuolo delle sue influenze sulla band, stemperando parecchio le chitarre e riducendo di molto i riffettoni. Se escludiamo Diamond Eyes, che è un parziale ritorno alla potenza, i dischi più recenti dei Deftones non sono quasi più metal. E non sorprende che all’indomani dall’uscita di Gore, Carpenter abbia ammesso di aver avuto diversi problemi a suonarci. Letteralmente non sapeva che cazzo aggiungere su quelle canzoni. I risultati sono ottimi, però che fatica…

E non mi sorprenderebbe che tra qualche tempo Stephen se ne andasse per dar vita a un progetto assieme a Cazares. I Deftones ormai sembrano sempre più una creatura introspettiva, sofferente, eterea, mentre lui ha sistemi più veementi per reagire alla divorante bruma della vita. I rigurgiti duri delle chitarre ormai suonano come modern-ariato metal posto lì per esaltare ancora di più le componenti melodiche e leggere; e se l’ultimo disco, Koi No Yokan e Saturday Night Wrist mantengono alta la qualità e l’interesse è perché ci sono parecchi brani meravigliosi in cui dimentichiamo di ascoltare solo l’ennesimo album dei Deftones. Cosa che non si può dire per i Korn…

4 – Morte a rate di un bassista 

La vicenda di Chi Cheng ha senza dubbio pesato sulla storia dei Deftones, ma se ci si poteva aspettare la violenza come risposta a un lutto vissuto a rate fittissime prima dell’addio, così non è stato per la band. Eros, album in lavorazione quando accadde l’incidente che portò il bassista a uno stato vegetativo su un letto d’ospedale, a sentir Chino, guardava avanti, sperimentava parecchio. Il gruppo avrebbe potuto finirlo e farlo uscire, lucrando in modo indegno sulla disgrazia ( e probabilmente questa cosa prima o poi avverrà ) ma allora preferirono ripartire da capo con un nuovo album. Per un artista deve essere stata una cosa durissima, rimettersi lì, da zero, abbandonare il mood creativo imbroccato per mesi su Eros e ricominciare tutto quanto. Ma non c’era scelta, ne sono sicuro. Diamond Eyes del resto è piaciuto parecchio ( a me non troppo ) ma è un disco che vale doppio per la tenacia, la fatica, l’ispirazione che ci è voluta a cagarlo fuori.

E per quanto i colori lirici del Moreno post-2008 si siano prestati alle più audaci interpretazioni, non è scontato pensare che pezzi come What Appened To You o This Place Is Death parlino sul serio di Chi o dello stato di sofferenza in cui la band galleggiava senza veder meta in quegli anni. Magari parlano di voi e dello stato di sofferenza in cui galleggiate senza veder meta oggi. Su questo Cheng sarebbe stato dello stesso avviso. A proposito dei testi di Chino infatti una volta disse: “non conta cosa voglia dirci lui ma cosa dicono a me quando li ascolto”

Diciamo che per capire come i Deftones abbiano reagito alla faccenda, serva ascoltare dall’alto tutti i lavori dopo Saturday Night Wrist: io l’ho fatto e ho visto un fondo di stoicismo, un nervosismo creativo legittimo e una lucidità incredibile, tenendo presente per esempio come reagirono i Metallica alla morte di Cliff Burton. Nel caso di Ulrich e gli altri però il bassista morì subito, è vero; più dura per i vivi, quando è così. Chi Cheng invece ha sostato a lungo in un limbo prima di andarsene.

Per carità, ogni discorso intorno a questa vicenda è ozioso, specie se iniziamo con i se e i ma… ma se nel caso di Burton, scampato alla morte, si pensa che le cose per i Metallica sarebbero senza dubbio andate diversamente, non è lo stesso per i Deftones. Cheng non rivestiva come Cliff, un ruolo così essenziale nella sua band ma era un membro importante e sapeva far sentire la sua voce quando gli premeva. E certo, la non-morte ha pesato come un Godzilla sul resto del gruppo, rallentando e diluendo la realizzazione dei dischi, ogni mossa. Eppure più o meno resta difficile immaginare per i Deftones un percorso tanto diverso da quello che hanno fatto fino a Gore; con Chi o senza.

Sono sicuro che quando Eros uscirà non ci racconterà nulla che Diamond Eyes, Koi No Yokan e Gore non ci abbiano detto, magari in modo meno diretto e più diluito, contaminato da nuovi spunti e stimoli. Eros suonerà inesorabilmente coerente con tutto quello che è venuto fuori mentre Chi Cheng, da quel terribile 4 novembre 2008, si sbriciolava nel nulla per cinque lunghi anni.

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