Editoriali Pascolando

Recensire – In nomine della scenam, il metallus e lo porcus dei!

Salve, guardiani della domenica. Devo essere sincero con voi quindi lo dico: confesso che ogni tanto mi si ripiglia la smania di far recensioni.Voi sapete che in questo blog non ne produciamo, che noi non crediamo nelle recensioni. Chi vuol farle è libero di sprecarsi. Perché no, bando alle ipocrisie, chi fa recensioni dimostra poco acume e una consistente dissociazione con il mondo reale.

Ci ho ragionato su a lungo e mi sono domandato che senso abbia fare oggi delle recensioni, dire al mondo se un disco appena uscito sia bello o meno. Diventassi cieco da un orecchio se ne ho trovato uno, di senso. Eppure talvolta mi viene voglia di rimettermi lì e correre con la lepre.

Perché di questo si tratta. Ancora gente come Grazioli, Borchi, si sogna la notte di avere 40 recensioni da sbrigare in due giorni, cose così. La persona normale sogna di essere in un ristorante e rendersi conto di non avere vestiti addosso, c’è chi sogna di dover fare un esame e non sapere nulla. L’ex recensore di una rivista metal ha l’incubo delle recensioni ancora da finire, pile di promo in attesa sulla scrivania e così poco tempo disponibile. C’è gente che si è esaurita appresso a questa roba, credetemi.

E oggi i dischi da recensire sono molti di più rispetto a quando farne aveva un senso. Nessuno li compra questi dischi, nemmeno andrebbero più chiamati così ma teniamoci la convenzione e chiamiamoli dischi.

Se ne producono enormi quantità, di dischi. Fare un album è diventato quasi un fatto privato. E renderlo pubblico con una recensione talvolta sa quasi di indelicatezza.

Mi piange il fegato a vedere tutti questi ragazzi e meno ragazzi che si dannano a fare gli archivisti e i doganieri dei dischi in uscita. Questo è bello, questo non è bello, avanti altri due, datemi altra coca!

Ecco, siamo a gennaio ma cazzarola, questo sarà tra i primi dieci bei lavori dell’anno, lo giuro! A dicembre, chi ha scritto una cosa del genere, neanche ricorda più il proprio nome. Nella testa ha una sfilza di mp3 a perdita d’orecchio con cui si è praticamente bullonato il cervello. Ed è umano che sia così.

Che poi, ai recensori che consigliano i DISCHI, le etichette gli spediscono intangibili mp3. I lettori leggono e poi corrono al negozio di cd sotto casa, piangono cinque minuti perché al suo posto trovano una lavanderia automatica e a malincuore salgono di nuovo in cameretta. Presi da disperazione meditano sulla parete di compat-disc originari degli anni 90 e poi con un sospiro fanno click sull’internet! Per espiare un simile peccato di virtualità ordinano il disco suggeritogli da Metalitalia in triplo vinile a tiratura ultralimitata con custodia in peli di David Coverdale. E nell’attesa scaricano l’album da Metaltracker e preparano i fazzoletti accanto alla tastiera.

Non c’è alcun approfondimento da parte di chi recensisce. Non c’è tempo. Non ce n’era nel 1996, quando a Metal Hammer Signorelli, Longhi, Pera si sbobbavano 30 album a capoccia in un mese e non ce n’è oggi, trent’anni dopo, che i collaboratori di un qualsiasi sito metal sono decine e i dischi da fare 150.

Internet ci offre così tanto spazio e tempo, a dire il vero. Non ci sono i limiti di battute delle vecchie riviste e non c’è più una scadenza perentoria. Al limite bisogna pubblicare la recensione prima che il promo finisca illegalmente su qualche sito russo. Eppure le enormi possibilità di documentazione a cui accedere gratuitamente nella rete sono sfruttate solo per intasare ancora di più il mondo di recensioni e superficialità.

Per dire, è uscito il nuovo dei Corrosion Of Conformity e io voglio parlarne, però non ho mai seguito molto la band. Mi posso scaricare la discografia e sentirmela. Posso quindi devo. Ho la possibilità di leggermi i testi, recuperare interviste e vecchie recensioni dagli archivi dei vari siti. Solo dopo ho il diritto di esprimere un’idea sull’effettivo valore dell’ultimo disco dei COC. Devo conoscere prima di sparlare.

Invece non c’è tempo. Se tutti facessimo come me, uscirebbero dieci recensioni al mese. E non sarebbe più bello? Non avremmo le idee più chiare? La vita non sarebbe acusticamente più leggera?

No, c’è da correre. Vai su you tube, vedi qualche video vecchio, leggi due o tre recensioni (anch’esse superficiali) del nuovo disco su qualche sito più organizzato del tuo e poi sbrodola giù una pappa di opinioni di seconda mano, informazioni maldigerite e illazioni personali basate su uno o due ascolti. Mi raccomando, fingi di conoscere a fondo tutto quanto, di aver ponderato, di aver compreso e giudicato sapendo cosa dici.

Non è vero. Non ci credete alle recensioni che escono in rete come sulle riviste. Fisicamente è impossibile sentire 30 dischi in un mese e poter esprimere un giudizio credibile. E abbiate fiducia, c’è gente che ne macina anche di più. Conosco dei tipi che scrivono la recensione mentre sentono il disco. Finito il disco finita la rece. Altri buttano giù il grosso della rece ancora prima di sentire l’album. Tanto i gruppi metal sono diventati così prevedibili. Per parlare del nuovo dei Grave Digger non c’è mica bisogno di aspettare che esista. A volte i gruppi si meriterebbero un copia e incolla delle vecchie recensioni perché fanno dischi con lo stesso criterio.

Ma perché pur sapendo e pensando tutto questo io vorrei tornare alle recensioni? Perché anche io sono vittima della nostalgia. Si tratta di una vecchia routine così serena: la stessa che spinge i gruppi a fare un album prima del tour. Hai sentito il nuovo disco dei Malice? Stupendo. Cosa ne dice Stefano Giusti su Classix Metal? E cosa ne pensate dell’ultimo Cannibal Corpse? Sai che su Metalitalia gli hanno dato 9?

Che poi non è nemmeno nostalgia. Si tratta più di un automatismo commerciale. I gruppi fanno dischi che sono scuse per andare di nuovo in tour con un altro set di magliette. Si sa che ormai i dischi sono scuse per vendere magliette. Le magliette servono a farsi i selfie sui social e catturare decine di like in nome del settarismo del gustibus.

Se facessero direttamente solo le magliette però non funzionerebbe. Ci hanno provato ma la gente non c’è cascata. Vogliono sapere che tu gruppo vai in giro a suonare e che c’è un disco da scaricare da qualche parte, se no non ordinano la maglietta su EMP.

E quindi ecco che c’è tutto un mondo che non vede un soldo neanche con il lanternino eppure recensisce, fotografa, promuove, scrive, incide, distribuisce… in nome di questo automatismo commerciale. Per amore del metal? Oh, sì. Come dico sempre anche io: supposta la scena!

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