Editoriali Pascolando

T-shirt e razzismi! I Taake e Nicholas Cruz e il bisogno di una reazione!

Notizia fresca: mentre tutti parlano dell’ennesimo stragista americano Nicholas Cruz, arriva il comunicato dell’annullamento di una data dei Taake a New York. I gestori di un locale hanno scelto di vietare alla band l’esibizione su pressione di gruppi anti-fascisti.Nicholas Cruz ha ammazzato ex ragazza, ex professori, ex compagni della sua ex scuola. Ora sono tutti ex e non solo per lui. E pare che alla base di questo gesto ci sia stata la cattiva influenza di brutti ideali e di brutte persone: i nazisti dell’Illinois. Sempre loro, cribbio!

I nazisti dell’Illinois e gli anti-fascisti di Springfield che si si fanno guerra usando gli adolescenti come carnaio di battaglia? Non esageriamo. C’è però un paradosso tra il comportamento di Hoest dei Taake, risalente a undici anni fa e pure ritrattato con tanto di scuse, e il pischello armato fino ai denti Nick Cruz, ennesimo stragista di un paese che ha nominato come primo cittadino un conclamato razzista. Che poi ‘ste robe succedono solo in U.S.A. Giusto lì le provocazioni rendono qualche spicciolo di popolarità. In Europa puoi anche tatuarti sul buco del culo un prete che sodomizza una bimba; nessuno di scandalizza e ti censura. Non è che noi europei siamo più aperti e liberisti, è che in fondo nemmeno ce ne accorgiamo. Siamo indifferenti a tutto, morti dentro. Gli americani ancora ci credono. A Dio, alla patria, quelle cose lì!

Il musicista norvegio si diverte a stuzzicare la sua platea ben disposta e di bocca buona. Lui sale sul palco con una svastica dipinta sul petto o indossando (l’ho visto me) una maglietta con il divieto di arabi in sala ma è solo per gioco. Gli piace provocare e usa simboli come mine verso il perbenismo e il benpensismo e bla bla bla; però le scaglia contro il pubblico sbagliato. Secondo me, per suscitare una reazione in un’odience black metal uno dovrebbe dipingersi un unicorno rosa sul petto o magari mettersi la maglietta di Emma Marrone… o intonare C’è chi dice no di Vasco Rossi, però.

Tempo fa Hoest e Niklas degli Shining hanno limonato davanti al pubblico, ma non sono gay, quindi se si vestono da nazi non significa che lo siano. Amano rappresentare quello che ci spaventa, il tabù. E sperano di farsi pubblicità. Ogni tanto gli riesce. E mai bene come in Americ

Flirtare con le svastiche è un gioco che hanno fatto già 30 anni fa gli Slayer e nessuno come loro è riuscito a venirne fuori con la patente di eroi della libertà di pensiero e di nazi insieme. Burzum praticamente ha rinunciato a essere il nuovo hit man della scena estrema proprio per le sue simpatie destrorse, sbandierate come se fossero… idee. Digby della Earache stava per scritturarlo nei primi anni 90 ma sentirlo cianciare di supremazia ariana e di porci musulmani fece cambiare idea al produttore. Hoest è solo un musicista con idee preconcette sulla cultura islamica, in particolare sul loro smodato colonialismo sessuale verso le donne occidentali ma la sua idiozia si ferma lì. Per il resto è uno che beve fino alla merda e il giorno dopo chiede perdono perché non era in lui. Non è tanto un provocatore culturale, è più un buontempone.

E poi i Taake non sono i Marilyn Manson e non muovono mode, polemiche, idee. Non finiscono nella bocca di fuoco delle fiere mediatiche perché un giovane ha fatto una strage a scuola con una loro t-shirt addosso… ma potrebbero essere loro magari a esibirsi mettendo una t-shirt di Nicholas Cruz. Sarebbe interessante, no?

Il passaggio dalle rockstar che influenzavano i suicidi e i serial killer potrebbe compiersi con le band estreme che si infilano la maglia di uno psicopatico di diciotto anni e suonano da suicidarsi, perché no?

Nicholas Cruz che musica ascoltava? Wagner? Willie Nelson? Quale frangia culturale possiamo stigmatizzare, spulciando tra i suoi dischi, i suoi libri, le sue magliette? Nulla. Lui amava le armi. Era una capra, leggeva solo la versione a fumetti (porno) del Main Kampf. Frequentava un gruppo di nazi e grazie a loro ha imparato a sparare, ingurgitando principi di superiorità razziale. Ha ucciso scegliendo esattamente chi colpire, non è stato il solito massacro do cojo cojo. Questo fa urlare ai giornalisti che si tratta di una variante significativa per un omicida di massa. Sarà ma allora non dovremmo parlare di cojo cojo murder ma di individual cojo murder o specific identity cojo murder. In ogni caso, ha fatto ‘na strage. E come tale, nonostante gli strepiti degli opinionisti in TV ci lascia poco da capire e da pensare.

Ci è stato spiegato che non dipende dalle armi facili. In Canada le hanno ma non si ammazzano come in America. Ci è stato spiegato che non è un problema di cultura. Anche in Norvegia sparano alla folla, per dire. Ci è stato detto che non è un problema di personalità cresciute via social e selfie… ci hanno intimato che basta col dare la colpa ai genitori, al sistema, all’alimentazione proteica. Ci hanno dimostrato che non sono stati i videogiochi e nemmeno Stephen King. Marilyn Manson non se lo caga più nessuno, no? E allora qual è la causa? La razza ariana? Ma andiamo, neanche esiste! Hitler? Morto. Anche se non lo era al tempo in cui si diceva ora lo è di sicuro. Però meglio non far suonare i Taake davanti a venti persone. Non si sa mai.

C’era un tempo in cui i libri erano considerati alla stregua di armi pericolosissime e venivano bruciati in piazza. Oggi gli studenti non vanno a scuola con i libri ma con le armi automatiche. Non c’è più una gran fiducia nei libri, evidentemente. Il bisogno è sempre quello, affermare la propria individualità, dimostrare al mondo che si esiste. Facebook ci illude che agli altri freghi, piaccia e segua qualcosa di noi, ma il giorno del compleanno, alla nostra festa non viene nessuno. Scriviamo un post furente di delusione totale e riceviamo decine di mi piace e commenti di supporto dal doppio di coloro che avevano cliccato parteciperò all’evento e che poi non hanno partecipato.

 

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