Editoriali Pascolando

I cavalli non vanno a votare!

Votare – All’inizio della settimana sono cascato. Potrei dire caduto ma non renderebbe foneticamente l’idea. Sono proprio “cascato”. Ero su una discesetta ripida a Chia, un paese di quattro case e un fienile abbandonato. Dovevo lasciare un paio di cassette di plastica piene di vaschette di carne e siccome c’era la neve in terra ho pensato fosse prudente arrivarci a piedi, contando bene dove mettere gli zoccoli. A un certo punto sono volato per aria e poi crollato di schiena. La pioggia di vaschette mi ha sommerso. Ricordo di aver visto un pollo a pezzi finirmi quasi in faccia. Stavo lì, in terra, privo d’ossigeno. Il colpo è stato così forte da occludermi le vie respiratorie per un po’.

Stavo lì e mi contorcevo, in terra, in mezzo alla neve, il ghiaccio e le vaschette. All’alba, il motore di una macchina indugiava presso di me, prima di accelerare e sparire. Silenzio e rabbia, autocommiserazione. Un cane di piccole dimensioni abbaiava da dietro un cancello.

Ho ricominciato a tirar dentro aria, con fatica. Mi sono risollevato, tremando. Ho messo le vaschette nelle cassette di plastica e le ho deposte nel piccolo sottoscala dove le lascio ogni volta. Ho richiuso la porticina e sono tornato al furgone.

Nei giorni successivi ho avuto un forte dolore alla spalla che nonostante abbondanti dosi di artiglio del diavolo e pasticche di tachipirina come M&M a una festa di compleanno, non mi è migliorato per nulla.

Ho lavorato ogni giorno. Ho scaricato e caricato rimirando le stelle, come dicono i poeti.

La neve si è sciolta intorno a venerdì. Il freddo se n’è andato più o meno lo stesso giorno. E io non ho mancato una consegna.

Il mio lavoro è questo. Prendo 300 euro al mese, in una sola paga da 1000 ogni 45 giorni per massacrarmi le ossa, rischiare la vita su qualsiasi strada e patire a ogni temperatura.

Direte: è indecente. Di sicuro non conoscete il lavoro “privato”. Oggi se vuoi un impiego è così. Vorrei dirvi qualcosa di più creativo ma non riesco a oppormi a questa realtà.

La cosa più deprimente del mio lavoro non sono le condizioni vergognose a cui tutti siamo sottoposti ma l’incapacità generale a far sentire le nostre ragioni. Nessuno parla, tutti spiano. La verità è che oggi i padroni hanno vinto. Un mio collega, per dire, porta a cagare i cani del titolare. E zitto.

Sembra un linguaggio antiquato, vero? I padroni, gli operai, la lotta di classe… Ne sento parlare quando girando con l’unico furgone che ha lo stereo, metto su il primo Vecchioni, Guccini, De André, Gaber… Parlano di un mondo talmente lontano. Oggi i figli dei contestatori sono padri di famiglia in ginocchio. Questa è la verità. Ci sentiamo soli, inutili. Sembriamo i cuccioli scansati in una conigliera troppo piena. L’Italia è una mamma coniglia esausta, consunta, ossa e pelo, che si lascia mangiare dai pochi cuccioli davvero voraci e intraprendenti.  Perdonate le mie frequenti metafore lapine, ma sto rileggendo il capolavoro di Richard Adams, La collina dei conigli e questo influisce sulla mia creatività.

Oggi si va a votare. E io mi risveglio alla politica. Il tempo non è nemmeno male. Non posso attaccarmi alla scusa che piove. Abbiamo visto neutralizzare la neve con tanta efficienza in questi giorni e magari centra la paura di lasciar fuori qualche voto bloccato dalle intemperie, chissà…

In ogni caso, oggi si vota. E io chi voto? Non so chi ci sia tra i candidati. Ormai non mi interesso a queste cose, sapete, tipo, i politici, il governo, le riforme… sono cose che non seguo. Io devo lavorare e nel tempo libero bado alle mie bimbe e trovo sistemi molto validi che mi impediscano di pensare al suicidio.

La politica non è per me. Però chi la segue non sembra contento. Dice che non c’è grande scelta. C’è chi parla di fascisti e antifascisti e la cosa mi suona un po’ strana, quasi quanto sentir parlare di padroni e servi. Esistono ancora, però: i fascisti e gli antifascisti e vogliono riconquistare il mondo.

Dovrei andare a votare. Sì, insomma, farmi vedere. Entrare nella cabina e segnar qualcosa o magar consegnare la scheda senza voto. Bianca.

No, bianca è sbagliato. Se fai così dai il voto a chi vince. E tu non vuoi che vinca nessuno. 

Giusto. E se ci disegnassi un cazzo?

Sarebbe un gesto antisociale e comunque poco creativo.

Allora voto Salvini.

Non fare l’hipster.

Ma io penso che i Cinque Stelle siano inadatti a governare. Mi spaventano, anzi, sembrano così gasati. Renzi è più rassicurante, so che non farebbe nulla e lascerebbe tutto così, sempre meglio che cambiare strada e magari trovarci chissà in che merda peggiore. Non ho capito se Berlusconi partecipa o fa solo finta, poi.

A vent’anni credevo che si potesse cambiare qualcosa mandando su persone oneste. A trenta ho deciso che le persone oneste non potevano cambiare il “sistema”. Il “sistema” mi dicevo, è come un tritacarne. Se vai su sperando di non diventare polpetta, ti ritrovi macinato prima di dire pio!

Ora ho quarant’anni e credo che per andare lassù, al palazzo, al potere, al governo, tu non possa proprio essere onesto. Se ci arrivi hai già accettato così tanti compromessi e hai fatto tante di quelle promesse che una volta lì non dovrai che ubbidire a chi ti ha scelto.

Che volete, sono solo un povero italiano di provincia. Vedo quello che vedo. So quello che so. Non ho informazioni per credere diversamente da così.

Ma poi, la legge elettorale l’hanno mai cambiata? Ne dicevano così male, sono riusciti a riorganizzarsi in modo decente, almeno per quella?

Non lo so. Ma se non vado a votare poi mi levano il diritto e pure il dovere. Beh, male per il diritto, ma un dovere tolto è un dovere in meno e io mi sentirei un po’ più leggero. Ne ho già tanti, di doveri, io.

Non si ragiona così. Votare è il simbolo di una battaglia vinta. C’è gente che è morta per il diritto al voto e tu cosa fai, non lo vuoi?

C’è gente che è morta per tante cose: la droga, la moda, la vita. Io ringrazio per il voto ma potevano evitarsi il disturbo. E poi sarà una battaglia vinta ma questa è una guerra che non finisce mai e mi pare che ora la si stia perdendo alla grande.

E poi sai una cosa strana, avrò votato per più di dieci anni, non voglio fare il conto, ma è come se non l’avessi mai fatto veramente. Non mi sono mai sentito rappresentato. E non solo perché votavo sempre chi perdeva. Pure se vinceva chi volevo io, in fondo non era chi volevo ma solo chi avrebbe potuto vincere.

E comunque non è vero che se non vai a votare tre volte ti levano il diritto. Nessuno ti toglie nulla. Sei troppo importante come votante, non possono perderti. Chi vota è merce rara, di questi tempi. Anche se hai le gambe mutilate e vivi su una montagna, tranquillo che un elicottero ti raggiungerà con scheda e matita. Basta che tu chieda di votare. Se poi domandi assistenza medica, vedi di farlo intorno alle elezioni, almeno fanno un volo soltanto. Due voli potrebbero risultare un po’ troppo dispendiosi.

Va bene, però quasi quasi ci vado, a votare. Esco, faccio una camminata a piedi, respiro, penso, vado lì, evacuo e torno a casa. Mi sentirei a posto, no? Ho partecipato. Ho detto la mia. Ho fatto il mio diritto e usufruito del mio dovere… ehm, va beh, il contrario ma ci siamo capiti.

Oh, boia però… se penso che devo cercare la scheda elettorale. Più facile con il sacro Graal.

No, è troppo. Io non vado, stavolta. Ho smarrito la scheda elettorale.

Te la rifanno. Vai in Comune e in un cinque minuti è bella che pronta.

Davvero? Sono così efficienti? Ma allora quasi quasi…

Allora quasi quasi mi incazzo sul serio. Io non la sopporto mica questa pressione. Scommettete che se li chiamo e gli dico: allora, io non ho la scheda, sono in pigiama, non mi si piglia di vestirmi. Venite su voi e portatemi pure un caffè, ecco che vedo arrivare il presidente di seggio e uno scrutatore? Con il caffè, la scheda e tutto?

Allora sapete che vi dico? Venite su con del catrame e tappate le grosse buche che ho davanti al cancello. Portatemi anche la multa che mi domandate di passare a ritirare da giorni. E datemi un lavoro nel mio comune.

Ma no, lasciate perdere. State dove siete. Io non voglio votare. Il pigiama, la scheda, il tempo, la disinformazione, sono tutte scuse. E la colpa non è mia. La colpa è vostra. Perché mi fate schifo. Perché anche se avete chiacchierato, lottato, riformato per quattro anni, io ora mi trovo con un contratto di lavoro a tempo determinato, con tre ore pagate e le altre 9 no, nemmeno in nero. Non ho tredicesima, liquidazione, non ho ferie. Ecco il vostro lavoro. Pensate che debba leggere La Repubblica tutti i giorni per sapere cosa state combinando? Ce l’ho qui il resoconto. E ora volete che voti di nuovo voi?

Sapete, i politici che concorrono  mi sembrano come il radiatore del furgone che uso per lavorare. Sono quattro anni che non gli fanno il tagliando e l’acqua che ci mettiamo dentro è talmente sporca che sembra crema alla vaniglia. I politici sono il radiatore, il furgone è il sistema e il datore che non sgancia soldi per il tagliando è il potere. Le elezioni sono l’acqua che ci metto dentro. Io voto con un bricco d’acqua. Il furgone poi va per un altro po’ e a un certo punto ci rilascia a piedi. Inutile che mi dicano, quei soliti politici di cambiare se sono ancora sempre gli stessi. Ma pensano che sia così scemo?

Del resto se entrate in un ristorante e vi informano che le sole cose da mangiare sono agnello e pollo e voi siete erbivori, cosa fate? Scegliete il meno peggio? Dammi il pollo, non lo mangio ma almeno ho scelto qualcosa.

Quando ero piccolo mia madre mi ripeteva sempre: se entri nel negozio di giocattoli e non trovi quello che ti piace, non pigliare una cosa tanto per non uscire a mani vuote, rinuncia e ripassa un’altra volta.

Ma bisogna fare qualcosa, non tirarsi indietro così. Non scegliere è non fare. 

Ma ora cosa vuoi fare? Io non ho tempo per salvare il mio paese. Lavoro 12 ore al giorno, ho due figlie, un blog da mandare avanti. Chi me lo offre un po’ di tempo per andare in strada a gridare morte ai poliziotti o antifascisti di merda e quelle robe lì da social…

Che poi oggi con facebook basta scrivere il proprio pensiero politico ed è come averlo portato in piazza.

Il risultato è lo stesso, restando comodamente a casa.

Sentite, grazie per il voto ma stavolta io passo. Sarà per la prossima, magari.

Ti potrebbe interessare anche