La Truebrica del fantino Recensioni

Queensryche – C’eravamo tanto armati!

Capitolo 1 – Ancora con queste etichette del Chaos!

Quello che dici è verissimo. In effetti, è uno dei grossi cambiamenti della musica attuale, qualcosa con cui tutti i musicisti devono o dovranno fare i conti; penso che in origine sia stato qualcosa spinto moltissimo dalle case discografiche, perché è molto più facile vendere qualcosa su cui c’è scritta una grossa etichetta. È più facile perché così si può dividere il mercato in categorie che sono più facilmente manipolabili… gli altri responsabili di questa situazione sono i giornalisti perché anche per loro è più facile descrivere qualcosa usando delle etichette preconfezionate. (Geoff Tate – Metal Hammer, 1999)

Negli anni 90 le band metal spregiavano le etichette, nelle interviste polemizzavano sulla loro logica esclusivamente commerciale e si tiravano fuori da qualsiasi tipo di classificazione canonica per quanto riguardava il proprio gruppo. Preferivano tenersi larghi con un bel “noi facciamo rock” o magari sperticarsi in definizioni improbabili tipo “siamo hollywood power symphonic goth mtl”.Oggi non possiamo dire che sia il contrario ma qualcosa di opposto avviene perché i gruppi nuovi partono scegliendosi una sottoetichetta e cercano di rispettare in modo caparbio e certosino le direttive stilistiche di quel determinato filone secondario. Oppure ci sono band che inventano nuove definizioni (Pirate Metal, Viking Metal, Blues Metal, Occult Metal, Magna Metal) e persino quei gruppi veterani, che quindici anni prima inorridivano quando i giornalisti cercavano di infilarli nel calderone metallico e dicevano roooock o addirittura pop, anche loro oggi ribadiscono un’appartenenza al genere metal, anzi, a qualche sottoclassificazione: i Paradise Lost, per esempio, si propongono ormai come goth o doom, a seconda del tipo di disco che realizzano e di come si alzano la mattina.

I Queensryche erano tra i gruppi che durante e dopo l’esplosione/l’implosione del grunge mollarono l’heavy per un rock alternativo sempre più raffinato e maturo ed erano quelli che sulle definizioni muovevano le rimostranze più dure e definitive. Fino a pochi anni fa era ancora così. Oggi non più. La band Queensryche (chi c’è rimasto ancora dentro) vi dirà che fanno METAL e non è una bugia (come non lo era quando dicevano di non farlo più, del resto)

Capitolo 2 – I spit on your drums

Cosa li abbia portati a questo punto è semplice da dire: Geoff Tate. Ora non c’è più e i Queensryche sono metallari quanto gli Accept. Fanculo gli U2, Peter Gabriel, i Coldplay e il prog rock. Vai con il riffone alla Queen Of The Reich e sotto con la doppia cassa. Il nuovo singer, Todd La Torre è fisicamente e tecnicamente come il Tate del 1985 mentre il vero Tate oggi è una specie di Phil Collins travestito da bodyguardia.

La polemica con cui la band si è separata da Geoff licenziandolo è stata talmente imbarazzante da farci fare, a noi poveri fans, il pieno di depressione in una volta sola. Addio completa sobrietà, lucidità e schiettezza con cui i Queensryche avevano dimostrato nel corso degli anni di essere di un altro livello rispetto a tutto e tutti. Erano coerenti? Oggi non lo sono più? Sembrano volerci dire che non lo erano nemmeno prima? Del resto che senso ha la coerenza se produce dischi di merda come Dedicated To Chaos?

Secondo Scott Rockenfield e gli altri “originali” rimasti nel gruppo, bisognava ubbidire a Tate. Lui era il padrone e non ammetteva obiezioni o erano sedie spaccate, sputi e cazzotti. Vent’anni, in cui le evoluzioni rock del gruppo prog metal per eccellenza erano sostenute solo da lui mentre gli altri si trinceravano in pose dimesse nelle foto session e facevano dal vivo il loro compitino, salvo poi farsi beccare a divertirsi come scolaretti in sega con qualche anonima cover band dei vecchi Queensryche. Wilton non ha mai fatto mistero della sua scarsa adattabilità alle nuove direzioni intraprese dal gruppo. Dischi come Tribe, Q2K e persino Operation: Mindcrime II erano per lui difficili da mandar giù. Anche gli altri desideravano rimettersi a fare metal vero mentre Geoff no, anzi. Guai a nominargli il metal. “Ancora queste etichette del cazzo”, diceva. “Non ho mai cantato metal, non ho mai scritto musica metal, va bene? I Queensryche non sono mai stati metal”. E giù con le solite invettive sulla manipolazione delle masse a furia di sottoclassificazioni discriminatorie e penalizzanti…

Ma mentre Hear In The Now Frontier, stroncato col senno di poi persino da Tate e tutta la band, segnò la fine della collaborazione con Chris De Garmo (autentica mezz’anima dei Ryche) tutto quello che è venuto dopo è sempre stato sostenuto e salvato da Geoff nonostante sia inferiore a quel lavoro post-grunge tanto bistrattato.

Q2K lo attesi come un maniaco le studentesse all’uscita da scuola. L’avevano annunciato tipo un mix ideale tra le cose vecchie e nuove dei Queensryche ma così non fu. Era un album impeccabile da tutti i punti di vista ma non mi piaceva la svolta positiva e mainstream rock presa una volta per tutte dalla band. De Garmo non c’era più e Geoff dopo essersi fatto prendere dallo sconforto momentaneo, anche perché il chitarrista partner di mille avventure aveva fatto sapere di mollar tutto da un giorno all’altro, Tate dico, anziché chiudersi in casa e mangiar biscotti a oltranza e piangere, ha preferito divorarsi la band.

Tolte quattro o cinque canzoni orecchiabili Q2K non va da nessuna parte: volta le spalle ai trascorsi metal ma non offre davvero nulla di valido in alternativa, solo un rock adulto in cui Tate può gigionare tre minuti su quattro e giocare al romantico con la moglie in stile Stinghiano o blaterare le solite solfe openminded da flashato per le religioni orientali.

Tribe, lanciato sbandierando un ritorno vero di De Garmo (simulato pure nelle prime interviste: recuperatevi quella di Massignani su Metal Hammer del 2003 e vedere che pagliacciata!) mentre nei patti lui avrebbe solo inciso in studio, scritto tre pezzi e salutato tutti di nuovo per tornare al suo mestiere di neopilota aeronautico, è un disco davvero sopravvalutato. Ha riscosso recensioni molto positive, con riagganci fotonici a Empire e Promised Land. In realtà è un Q2K un po’ più in linea con lo stile vero della band ma sempre scostante verso eventuali soluzioni metalliche vecchio stile e volto alle radio (che non si inculeranno mai più la band). I chitarroni giungiosi (Desert Dance) ci sono pure ma per riff alla Korn abbastanza scadenti e trascurabili avevamo già fatto il pieno con decine di nu metal band imperversanti, no? Ci sono buoni momenti è vero (Falling Behind, The Great Divine, The Art Of Life) ma resta l’impressione che il gruppo sia invecchiato troppo in fretta e sventoli una maturità compositiva più ostentata che altro. La produzione è troppo leggera e accessibile e anche dove i Queensryche avrebbe potuto “spaccare” resta solo una vaga blanda energia da pantofolai del mixer.

Nel 2003 viene da chiedersi ora a quale pubblico stessero rivolgendosi i Queensryche, per chi suonassero e quanti ancora, sospinti dall’amore per Empire e Operation:Mindcrime andessero avanti a spendere soldi per degli album che mostravano poco o nulla in comune con tutto ciò che aveva nutrito la passione della gente per il gruppo. Era come ostinarsi a uscire con una donna che non vuole più parlare dei primi giorni di passione, dei primi sguardi, dei begli anni trascorsi insieme, una donna che desidera soltanto guardare avanti mentre dopo 20 anni di unione è giusto e naturale guardarsi anche indietro e godersi i ricordi.

Tate esprimeva apparentemente la volontà del gruppo, spiegava nelle interviste cosa c’era dietro il nuovo disco, la natura girovaga della band, l’evoluzione necessaria, l’incapacità di capire e apprezzare il rock/metal presente e tutto il resto. Poi il lettore si chiedeva perché se erano così fuori dal metal il gruppo continuasse a stazionare nelle riviste del genere e basta.

Eppure se i Queensryche sono stati grandi si deve a Tate. Se non fosse per la sua voce fuori dal comune (capace di fondere in un ibrido spaventoso Geddy Lee, Bruce Dickinson e Rob Halford, più l’istrionica espressività di Peter Gabriel) e per la sua passione progressive che introdusse e diffuse nella band di quei quattro metallari debosciati, probabilmente i Queensryche sarebbero stati un altro buon nome del power USA e poco altro. Se lui non avesse deciso di scrivere un concept dopo Rage For Order e fare nel metal quello che Who, Genesis e Pink Floyd avevano fatto nel rock, oggi non parleremmo nemmeno di Operation, Empire e Promised Land. Purtroppo negli anni Geoff si è fatto prendere la mano: ha messo a lavorare nel managment i parenti, ha scritto un disco per la moglie (Q2K) e uno per il padre (American Soldier) facendoci cantare la figlia. Ha deciso di riaprire il concept Mindcrime per un parziale e mal riuscito ritorno alle sonorità dei bei tempi e poi ha richiuso il tutto come una scappatella di poco conto e ha trascinato la band nei teatri per uno spettacolo in stile Broadway di cui fortunatamente in Italia non è quasi giunta notizia.

Capitolo 3 – Il non ritorno dei Queensryches!

Questo nuovo album non è Empire II ma un disco che sembra provenire dallo stesso periodo di Empire, piuttosto che qualcosa di moderno, nostalgico e mal funzionante come Operation: Mindcrime II (Scott Rockenfield – Rock Hard, giugno 2013)

Per carità, il seguito del disco capolavoro dei Reych era in programma da anni e anni. Subito dopo l’uscita di Mindcrime parte I il gruppo si era già messo sotto a scrivere il II ma dopo una serie di intoppi e casini finì per ritrovarsi per le mani Empire e guadagnare milioni e milioni.

Dal botto di Empire si pensò di approfittare della grana per investire massicci su Operation II ma gli venne fuori un concept introspettivo e molto soft come Promised Land. (Ed ecco perché ogni tanto si parla di Sister Mary anche lì).

Quando Tate ha iniziato a scrivere la sceneggiatura per il famigerato film (che tanto non si farà mai) tratto dal disco, il cantante ha capito che era tempo per dare un seguito al primo concept. Le cose ormai sembravano mature, peccato che le capacità creative dei Queensryche non fossero più quelle del 1992 e nemmeno la line-up era più quella.

Operation II ha comunque raccolto ottimi responsi dalla critica e risollevato un po’ l’entusiasmo del pubblico, ma solo perché finalmente la band ricominciava a darci dentro con le svisate e i controcanti, per quanto a sentirli suonare sembravano come degli ex centometristi attempati a una partita di calciotto.

In fondo però tutti sapevano che il gruppo non avrebbe continuato a recuperare sul passato e infatti già con il disco di cover (uno dei peggiori mai realizzati in tutta la storia del metal) c’era troppo rock d’autore e persino della lirica leggera in Italiano (scritta da un ex Matia Bazar!) mentre la cover di Neon Knight dei Sabbath con Dio stava lì a fare la mosca bianca in mezzo a Police, C.S.N.&Y. e Pink Floyd.

Poi c’è stato American Soldier (un buon concept basato su un’idea valida e momenti emotivamente coinvolgenti come la bellissima Home Again) in cui si sente un ritorno al solito rock/pop open minded prima del tracollo insalvabile di Dedicated To Chaos.

Cosa successe nel dietro le quinte di San Paolo, quella sera del 2012, è difficile appurarlo ma il filmato con Tate che sputava a Rockenfield l’ho visto. Ho visto il cantante voltarsi mentre ondeggiava come un’icona pop latino al ritmo di un suo classico (Jet City Woman) scaracchiare e poi rimettersi in direzione del pubblico con un’elegante piroetta. A dire il vero non fu la sola cosa ad avermi depresso. Era tutto il personaggio Tate, così sofisticato, impostato, tipo un George Michael con l’alopecia alle prese con un glitteroso brano degli Wham. Non era così che volevo vederlo. Troppo distante dallo spirito della band come l’avevo sempre recepita io. Non si gestisce un pezzo come Jet City Woman in quel modo! Ma era il minimo visto cosa successe dopo. Geoff in realtà fingeva di lasciarsi trascinare per la milionesima volta dalle note di un pezzo che se fosse dipeso da lui neanche l’avrebbe suonato più dal vivo e intanto ripensava a come i suoi compagni l’avessero fatto incazzare, a come non li sopportasse più e soprattutto Scott, che prima di salire sul palco gli aveva detto con un ghigno: “il prossimo licenziato sei tu!” Come osava, e giù a sputargli in faccia. Fanculo!

Devo ammettere che mi risulta facile oggi credere alla versione degli altri membri del gruppo, Rockenfield, Jackson, Wilton. Se si guarda i credits dei brani a partire da Q2K loro sono stati quasi estromessi creativamente e insieme all’immancabile Geoff è stata inserita gente esterna alla band: Grey, Stone, Jason Slater. Persino Operation: Mindcrime II è stato scritto quasi tutto da tizi che con gli anni gloriosi della storia dei Queensryche non avevano nulla a che fare.

“Erano amici di Tate”, dice Scott. “Le nostre idee venivano sempre cassate e quelle di lui e dei suoi amici finivano immancabilmente negli album”.

Quindi colpa sua se il nuovo corso del gruppo è stato via via sempre meno esaltante? No, anche gli altri a fare da ostaggi, beccarsi sfuriate egocentriche dal proprio frontman e ridursi come pecorelle a rivestire il ruolo da turnisti nel proprio gruppo, anche loro dico, non ci hanno fatto una bella figura. Tribe, American Soldiers, Dedicated To Chaos avrebbero potuto essere dischi di Geoff solista. E invece avevano il logo della band. In fondo, per come erano andate le cose fino a lì Frequency Unknown (sempre con Grey e Slater a metterci le mani assieme a Tate) è un disco più Queensryche rispetto all’omonimo uscito in contemporanea con La Torre. E intendiamoci, Frequency non è granché.

In effetti però è comprensibile che Tate abbia fatto ricorso ad altra gente fuori dal gruppo. Al tempo di Hear In The Now Frontier le cose erano andate male, il tour era stato interrotto e l’etichetta aveva deciso di mollare i Ryche. I fan erano scontenti per il nuovo corso preso dalla band e cosa più importante di tutte, De Garmo non ne poteva più di quella vita. Fino a lì era stato l’unico ad aver reso possibile un’alchimia con Tate. Geoff si trovava bene sul serio solo con lui. Si fidava delle sue idee e poco o niente di quelle degli altri. Chris aveva sempre delle ottime trovate, sapeva concretizzare e sviluppare le intuizioni di Tate e tutto sarebbe andato alla grande ancora e ancora se non avesse deciso di mollare il gruppo, già in un momento difficile e lasciandolo ancora più nella merda.

Tate rispettò la scelta ma non la perdonò a Chris. Forse negli anni le cose sono migliorate come dice lui, oggi prendono un caffè insieme una volta al mese, magari dopo entrano in uno studio e incidono qualcosa come ai vecchi tempi ma nel cervello di Geoff continua a bruciare la solita domanda: perché mi hai abbandonato, pirla!

Senza Chris per Geoff non sarebbe stato possibile scrivere dischi da solo, non l’aveva mai fatto e soprattutto non si sarebbe trovato in accordo con gli altri tre, troppo ancorati al passato, mediocri, sterili metallari. Lui voleva che la band continuasse a crescere, a spostarsi da quel buco in cui i giornalisti avevano cercato di infilare i Queensryche per troppo tempo. E così ecco l’arrivo di Kelly, amico d’infanzia, primo compagno musicista ai tempi dei Myth. Anziché fare gruppo con Scott e gli altri Geoff si chiuse in una stanza con Grey. E dopo che Kelly se ne andò, con sollievo del pubblico e degli altri membri della band, Tate ha continuato a cercare collaboratori ovunque pur di non restar solo con quei tre smidollati.

Capitolo 4 – Una questione di corna!

Le dinamiche che hanno portato Geoff alla separazione dagli altri compagni è la stessa di un tradimento sentimentale. È da manuale psicologico se si guarda ai fatti. Scott e gli altri sono il partner sempre chiuso in casa e costretto a tirare avanti ogni apparenza mentre Tate se la fa con altre amanti e maltratta il coniuge a ogni timida rimostranza: lo terrorizza, lo minaccia, lo picchia. Operation:Mindcrime II non è un brutto disco, ma fa specie che anche lì, quando un ricongiungimento vero tra Tate e gli altri Ryche sarebbe stato plausibile, lui ha preferito comunque giocare con le sue armi, alle sue condizioni, gestendo tutto a modo suo e tenendo gli altri alla larga dalle composizioni. Non pago e con una carriera solista avviata, nel 2009 Tate ha deciso di rimettersi in cammino pure da solo. Kings & Thieves lascia il tempo che trova per noi ascoltatori ma per gli altri Ryche ne ha e parecchio da pretendere. Geoff per inciderlo e promuoverlo ha pensato bene di mettere il gruppo nel surgelatore fino al suo ritorno e così gli altri si sono imbastiti al volo una formazione di hard rock e metal chiamata Rising West con il nuovo cantante dei Crimson Glory La Torre, un ragazzetto fenomenale. Da lì il divertimento, l’entusiasmo che non provavano più da un pezzo e poi le corna a Tate e l’inizio di un piano per la separazione definitiva da lui.

Tutta questa grande voglia di tornare al metal vero dei nuovi/vecchi Queensryche è genuino, segno che negli anni Wilton, Scott ed Eddie avrebbero voluto mettercene di più, non dico nei dischi subito dopo Promised Land ma già da Tribe in poi. Se si ascoltano le cose nuove ci si accorge che anche loro erano un pezzo dei Ryche e che avrebbero potuto contribuire non poco a ritrovarne il senso. Ricordo una frase di Tate in un’intervista durante la promozione di Tribe: “gli altri seguono ancora le evoluzioni del metal mentre io non ne ascolto più da quel dì”.

Nei due nuovi dischi senza Geoff fa specie riscoprire alcuni echi del passato che sembravano perduti per sempre. Per esempio in pochi ricordano come i Queensryche, specie fino a Operation potessero anche essere ambigui e minacciosi, dark e angoscianti. Se vi sentite i due nuovi lavori qualche frammento di quelle atmosfere psicotiche c’è ancora ed è una goduria. Poi non parliamo del modo inconfondibile di fare gli assoli di Wilton, dei tocchi di batteria in anticipo di Rockenfield, dei ritornelli che ti si stampano nel cranio e ti trasmettono energia e voglia di combattere. C’è anche Todd in fase compositiva ma deve essere cresciuto così tanto con i vecchi album dei Ryche da ricordarsi meglio degli altri cosa era la band nel 1985 e di aiutarli a ricostruirsi quell’identità.

Ma perché questa scissione non è successa nel 1999 o nel 2003? Beh per prima cosa perché Scott, Ed e Mike non ne avevano ancora le palle così piene e amavano la band e volevano bene pure a Tate, lottavano per vincere la crisi e salvare quel matrimonio e poi sarebbe stato inopportuno ricominciare con le coordinate di The Warning o Empire e tanto meno sbarazzarsi di quel frontman imprescindibile. La rottura è stata favorita anche da circostanze esterne. Cosa avrebbero mai combinato i Ryche senza Geoff, ammesso che un Todd La Torre fosse già sulla piazza, nel 1998? Probabilmente dopo un classico lavoro in stile The Warning sarebbero andati alla deriva come i nuovi Crimson Glory e Agent Steel. Non c’era scampo commercialmente per una incarnazione dei Ryche tipo quella attuale nel 2003! Oggi invece i tempi sono giusti e per quanto senza più la personalità megalomane di Tate (capace di spingere la band a competere con i grandi della storia del rock e scrivere testi di denuncia sociale acuti, colti e lucidissimi) senza lui nonostante tutto la band ha ciò che le occorre per soddisfare il proprio pubblico ora.

Pubblico che non chiede molto, in fondo. Vuole un po’ delle vecchie cose, vuole i vecchi tempi, è stufo di guardare avanti appresso a Tate. Vero che un clone di Geoff non risolve nulla ma un po’ di gusto e forze fresche li offre. Anche un clone di Dickinson come era a vent’anni, negli attuali Maiden farebbe la gioia di tanti padiglioni, basta chiudere gli occhi. La Torre mette muscoli tosti nel reparto che nonostante le apparenze da Hear In The Now Frontier ha iniziato a essere il più fragile, delicato e nervoso: i cantati di Geoff crescevano con l’interpretazione e la sofisticatezza ma mostravano una certa flessione generale per quanto riguardava la potenza. Inoltre Tate era diventato troppo autoreferenziale. Si riconosceva sempre e comunque, mentre spesso un grande cantante deve riuscire a far dimenticare chi è al proprio pubblico. Un cantato di Geoff oggi è come un’interpretazione di De Niro. Giganteggia l’attore sul personaggio, copre tutto il singer sulle melodie.

I brani dei due nuovi album poi non sono niente male. L’omonimo del 2013 gioca sull’effetto sorpresa, è frettoloso ma in generale è un discreto EP (gonfiato). Condition Human è invece un lavoro notevole, con almeno un paio di brani degni dei vecchi Queensryche (Guardian e Arrow Of Time) e la suite prog finale che valeva la pena attendere.

Sull’altro versante Tate continua a fare album come Tribe o Dedicated To Chaos, confermando che almeno lui credeva sul serio in quel genere di cose.

The Key, primo capitolo dei suoi Operation:Mindcrime è un buon disco, forse il migliore che abbia mai fatto da Hear In The Now… Sorprendono alcuni momenti molto vicini alle vecchie cose dei Ryche (Re-Inventing The Future) e poi c’è un avvicinamento più deciso al progressive canonico (The Fall) come non gli accadeva più dal secondo Mindcrime.

La rottura ha fatto bene artisticamente sia a Geoff che agli altri. Sul piano creativo ora sono felici tutti quanti. Eppure basta mettere vicini The Key e Human Condition per capire che se si fosse trovato un modo per fonderli insieme avremmo avuto una autentica resurrezione dei Queensryche e ce la saremmo goduta senza dover ignorare la malinconia che una separazione così definitiva (almeno per ora)  trasmette al cuore di un fan autentico che come un figlio è costretto a riconoscere quanto i propri genitori, tenuti lontani, stiano finalmente rifiorendo. Ma non saranno mai più così splendidi come quando stavano bene insieme.

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